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In 23 giorni in Cina partendo da Pechino e arrivando a Shanghai, su un percorso complessivo di quasi 7.000 chilometri, abbiamo attraversato città, zone rurali, siti archeologici, villaggi diversissimi tra loro. E ogni tappa è stata un viaggio diverso.

6-23 agosto 2018

Prima di intraprendere un viaggio in Cina, soprattutto in agosto, bisogna tenere ben presente una cosa: gli abitanti di questo immenso paese sono 1,4 miliardi. Il benessere ha raggiunto una parte della popolazione e quindi i cinesi vanno in vacanza, supponendo che se ne muova solo il 10% (ma la percentuale è in difetto) significa 140 milioni di persone che visitano i monumenti più gettonati o le zone più turistiche (oltre agli abituali residenti). Quindi si è quasi perennemente circondati da una folla di gente che si accalca, spinge e spintona per salire sulla metropolitana, per prendere posto al ristorante, nei negozi, agli ingressi dei luoghi da visitare: non è maleducazione, ma una tecnica di sopravvivenza. È impossibile fare diversamente, per cui bisogna rapidamente imparare la lezione e comportarsi allo stesso modo: nessuno si offenderà o si aspetterà delle scuse se ci si fa largo a gomitate.

Fatta questa premessa, che bisognerà ripetersi come una sorta di mantra ogni mattina per non irritarsi e godersi la giornata, il viaggio in Cina è una bellissima esperienza.

Spostandosi da una zona all'altra è come se ci si trovasse ogni volta in un paese diverso.

E allora, andiamo a incominciare.

I CINESI, LA TECNOLOGIA, L'INGLESE E L’ORGANIZZAZIONE

Giampiero e io ci incontriamo con Jennifer e Dario all'aeroporto di Venezia dove il volo per Francoforte parte con un po' di ritardo per cui allo scalo tedesco dobbiamo correre per prendere la coincidenza per Pechino, ma i bagagli non ci seguono e arriveranno in albergo il giorno dopo.

Dopo circa 10 ore di volo arriviamo a destinazione, dove l'impatto con l'aeroporto ci dà già un assaggio di quello che ci aspetta nei prossimi giorni. È l'aeroporto più grande che io abbia mai visto, le pratiche di ingresso si svolgono abbastanza rapidamente anche perché la prima registrazione viene fatta con macchinette self service che acquisiscono i dati del passaporto e le impronte digitali.

La tecnologia nella quotidianità è uno degli aspetti della Cina che colpisce subito. In primo luogo hanno praticamente saltato la fase carta di credito e sono passati dai contanti direttamente al pagamento con smartphone: con il telefono si paga qualsiasi cosa, dai 2 yuan (0,23 circa euro) per la bottiglietta d'acqua per strada, al biglietto del bus, allo street food. Anche le persone più anziane, perlomeno nelle città, sembrano avere dimenticato l'uso dei contanti.

Il bike sharing è molto diffuso (non a caso Ofo, la più grande azienda mondiale di bike sharing è cinese), ma anche l’ombrello sharing alle fermate della metropolitana e sembrano utilizzare app per qualsiasi cosa; nei tunnel dei metrò c'è un curioso sistema per trasmettere pubblicità luminosa sul muro della galleria (o sul vetro del vagone, non siamo riusciti a capirlo, la sensazione è che la pubblicità galleggi all’esterno del vagone); ovunque si trovano gadget elettronici di ogni tipo.

La comunicazione, se non si conosce il cinese, è invece uno scoglio insormontabile perché è rarissimo incontrare qualcuno che sappia l'inglese. Nei ristoranti capiscono con difficoltà anche le parole più elementari, come water o eat, e dato che i traduttori cinese-inglese e viceversa non sono il massimo, ogni tentativo di comunicazione si tramuta in sguardi sconcertati alle traduzioni delle reciproche app dedicate. Come spiega il sito Sapore di Cina pare che per i cinesi sia molto difficile imparare l'inglese perché la loro lingua ha molti meno suoni delle lingue indoeuropee e dato che anche la gestualità è diversa, la relazione con i locali è limitata ai contatti essenziali. Ma dato che a pensare male non si sbaglia mai, non escludo che ci sia anche una precisa volontà a non insegnare l’inglese dato che così la relazione con l’esterno, che potrebbe essere agevolata dalla tecnologia, viene resa più difficile dalla barriera linguistica.

LA PECHINO IMPERIALE: MAESTOSA E IMPONENTE

Uscendo dall'aeroporto, ci si immerge in una vera e propria foresta di grattacieli di 30-40 piani; gruppi di 10-15 palazzi identici, molti dei quali in costruzione, si susseguono senza soluzione di continuità dalla estrema periferia verso le zone più centrali. Dopo un primo tratto di autostrada abbastanza libero, il traffico si intensifica man mano che ci si avvicina al centro.

È ormai mezzogiorno quando arriviamo all’hotel Plaza, che si trova sul 3° ring (quindi abbastanza lontano dal centro) dove incontriamo il gruppo arrivato da Milano: Bianca e Simonetta, Cristina e Paolo, Priscilla, Barbara, Giuseppe e Betta, Gianluca.

Le camere non sono ancora pronte e per non ciondolare nella hall in attesa degli ultimi compagni in arrivo da Roma, andiamo a vedere il quartiere musulmano che è relativamente vicino e nel quale vivono circa 10.000 musulmani hui. Non abbiamo molto tempo per cui andiamo direttamente alla moschea Niújiē: è un complesso del X secolo con vari edifici che unisce l'architettura cinese a elementi ornamentali mediorientali.

Dopo un veloce spuntino rientriamo in albergo dove nel frattempo sono arrivati Massimo e Flavio, il gruppo è così completo: il primo impatto è positivo e in effetti si rivelerà una compagnia ben assortita e molto piacevole.

L'indomani ci troviamo alle 8 per la visita alla Pechino “classica”: dopo molte indecisioni, Giampiero aveva alla fine optato per la guida offerta dall’agenzia, invece del “fai da te”, perché è il solo modo per poter prenotare i biglietti della Città Proibita ed evitare così code e rischio esaurimento biglietti (molto elevato in agosto e, in genere, in corrispondenza delle vacanze cinesi). La scelta si rivela comunque positiva perché ci permette di ottimizzare i tempi.

Prima tappa è il Palazzo d'estate per raggiungere il quale, essendo dall'altra parte della città, è necessaria un’ora buona di metropolitana. La cappa di caldo e umido ci avvolge non appena usciti dalla metropolitana-freezer; il cielo è di un bianco opaco che stenderà una patina uniforme sulle fotografie, appiattendo colori e contrasti. Il Palazzo, residenza estiva degli imperatori nel cui immenso parco cercavano di rifuggire dalla calura della Città Proibita, è composto da un insieme di padiglioni che sorgono in mezzo al verde e intorno al lago che si trova al centro del parco. Un lunghissimo sentiero coperto da un tetto di legno lavorato e colorato che ripara dal sole conduce ai vari padiglioni situati ai piedi della collina (ce ne guardiamo bene dal salire a quelli più in alto). La visita dura circa 3 ore e con tre quarti d’ora di metropolitana siamo in centro, pronti ad affrontare la Città Proibita dove abbiamo il primo vero impatto con le masse cinesi.

Nonostante l'affluenza, tutto si svolge molto rapidamente; constateremo anche nei giorni successivi che non si fanno mai lunghe code, tutto è sempre perfettamente organizzato, anche questa è una questione di sopravvivenza in un paese dove le due città principali, Pechino e Shanghai, contano rispettivamente 21,5 e 27 milioni di abitanti, ma pieno di città “medie” di 8-10 milioni e “piccole” di 2-3 milioni.

Attraversata la Porta di Mezzogiorno (Wǔ Mén), l'impo­nente portale a ferro di cavallo sul quale troneggia l'immagine di Mao Tze Tung, entriamo nel primo cortile della Città Proibita. L'immensità degli spazi ti avvolge appena varcato il portale: i padiglioni si susseguono, collegati da cortili immensi, scale e passaggi più o meno stretti. A parte un paio di edifici adibiti a mostre, la visita è possibile solo all'esterno dei padiglioni e ci impieghiamo circa 3 ore.

Quando terminiamo sono ormai le 16: siamo stremati, più per il caldo che per la fatica, e decidiamo di non entrare nel parco Jǐngshān perché dovremmo risalire una collina, troppo per le nostre forze. Ci dirigiamo quindi al parco Běihǎi occupato quasi integralmente da un vasto lago, chiamato Mare del Nord (Běihǎi appunto), nel quale c’è l’isoletta di Giada dominata da uno Stupa Bianco; il parco si trova dove era situato il palazzo di Kublai Khan.

Il gruppo, tranne io e Giampiero, sale sullo Stupa e quando ci riuniamo andiamo verso l'uscita dove vediamo il Muro dei Nove Draghi: alto 5 metri e lungo 27, il muro è ricoper­to di scintillanti piastrelle multicolori smal­tate che raffigurano draghi aggrovigliati.

Sono ormai le 18 e ci trasciniamo sempre più afflosciati dal caldo e dalla stanchezza, ma la vita del turista non conosce sosta e raggiungiamo l’ultima meta della giornata: la via dello street food Wangfujing, dove la calca è impenetrabile. I chioschi ai due lati della piccola via pedonale vendono spiedini di qualsiasi tipo: carne di scorpione, maiale o pollo, polpo, pesci sconosciuti, tofu, frutta caramellata. E non mancano cosce di pollo ripieno, salsicce (non so bene di cosa), uova bianche e nere che sembrano sode, brodaglie varie, noodle, frittelle.

Spilucchiamo qualcosa, ma alle 20.30, completamente distrutti, riprendiamo il metrò e torniamo in hotel.

LA GRANDE MURAGLIA. LO SGUARDO SPAZIA NELLE VALLI

Ci svegliamo con una pioggia battente che non farà che aumentare lungo tutto il percorso (nonostante sia di circa 70 km impiegheremo 2 ore e mezza a percorrerlo), per interrompersi magicamente a Mùtiányù, il punto della Grande Muraglia che abbiamo deciso di visitare.

È durante la dinastia Qin (200 a.C.) che ha inizio la costruzione della Muraglia, ma il suo assetto definitivo, per una lunghezza di 8.851 km, è di epoca Ming (1368 – 1644) e benché fosse stata progettata come barriera difensiva, in realtà non servì mai molto a questo scopo mentre si rivelò molto utile come via sopraelevata per il trasporto di merci e persone nelle zone montuose.

Giunti alla biglietteria di Mùtiányù ci sono varie possibilità per arrivare alla Muraglia (tra le quali anche una discesa in toboga): noi optiamo per la salita in funivia e la discesa a piedi. Mai scelta si rivelò più sbagliata: la discesa è massacrante (oltre 4.000 scalini) e non vale assolutamente la pena anche perché, nonostante sia una scalinata nel bosco, il caldo è comunque intenso.

Tutto è, come sempre, organizzato in modo impeccabile: navette in continuazione per il punto di partenza della funivia dove la coda è abbastanza corta, anche se la quantità di transenne fa immaginare situazioni apocalittiche.

Giunti in cima, la vista è grandiosa anche se il posto è ovviamente turistico (sebbene meno di altri più vicini a Pechino): cammino dalla torre 14 alla 18 perché per arrivare alla 20 bisogna fare una salita impegnativa che non mi sento di affrontare, mentre gli altri proseguono; tornati sui nostri passi, alcuni scendono con la funivia, mentre altri (me compresa) arrivano alla torre 10 da dove inizia la discesa.

Dopo un veloce spuntino, alle 15 siamo nuovamente sul bus diretti alla Tombe Ming dove arriviamo dopo circa un’ora. Se non si è cultori della materia, l'ultima dimora di 13 dei 16 imperatori Ming, non è appassionante, ma la pace che vi regna è impagabile dopo la calca di ieri e della Muraglia quindi gradiamo la visita. Saltiamo però la Via Sacra perché vogliamo fermarci a vedere lo Stadio Olimpico, struttura particolare denominata Nido d’uccello, ma con il senno di poi non ci sembra ne valga la pena.

Ceniamo con una fantastica anatra laccata: il ristorante, che ci siamo fatti prenotare, si trova in un centro commerciale quindi non ci attraeva molto ma si rivela un’ottima scelta.

LA PECHINO CLASSICA: UNA GIORNATA INTENSA

Oggi ci aspetta una giornata campale: potendo dedicare solo 2 giorni a Pechino (dato che gli orari degli aerei hanno reso inutilizzabile il 1° giorno) ed essendo molte le cose da vedere, abbiamo steso un programma da globe trotter che inevitabilmente non rispetteremo.

La prima tappa è al Parco del Tempio del Cielo, che si estende su un'area di 267 ettari ed è dominato dal Tempio della Preghiera per un Buon Raccolto con uno splendido tetto blu-viola. Si susseguono vari padiglioni; da non mancare la Volta Celeste Imperiale, un tempio ottagona­le, e merita una lenta passeggiata il Corridoio Lungo sotto la cui tettoia si riuniscono gruppi di anziani per giocare a carte, a domino, ricamare o chiacchierare. Qui e là nei vari angoli del parco singoli o gruppi si dedicano a esercizi di tai chi o altre arti marziali.

Dopo 4 ore, già accaldati e con le batterie un po’ scariche, prendiamo il metrò e scendiamo in piazza Tienanmen. È tutta transennata per cui la sua vastità non viene completamente percepita: evitiamo il mausoleo di Mao e andiamo in metrò verso gli hutong di Nanluogu Xiang perché sono quelli descritti più dettagliatamente dalla Lonely Planet. Non è una scelta felice: sono totalmente finti. Le vecchie case sono state quasi completamente distrutte per essere rimpiazzate da edifici nuovi sullo stile dei vecchi dove le abitazioni sono state convertite in negozi di finti artigiani. Alle spalle delle vie principali qualcosa delle vecchie strutture è rimasto, ma nulla di speciale (del resto dal 1990 sono stati demoliti più di 4 milioni di metri quadrati di cortili antichi negli storici hutong, vale a dire circa il 40% della superficie totale del centro cittadino). Probabilmente avrebbe avuto più senso seguire le indicazioni della mia collega Lorenza nell’articolo Gli hutong di Pechino rinascono con mercatini e street food.

A questo punto io non sono più in grado di connettere, arriviamo alle Torri della Campana e del Tamburo appena in tempo per visitare la seconda, ma i Templi del Lama e di Confucio sono già chiusi; solo alcuni riescono a entrare. Sicuramente ha senso effettuare il giro in senso inverso iniziando dai templi e dalle torri per concludere con gli hutong.

Sono ormai le 18 e gettiamo la spugna: si torna in hotel senza rispettare il programma che avevo preparato (che prevedeva ancora il 798 Art District, conosciuto anche come Dàshānzi, zona di gallerie d’arte segnalata dalla Lonely e da altre relazioni di Avventure, il Tempio Dōngyuè che viene descritto come uno dei più singolari della città). Ceniamo nello stesso ristorante della sera prima e alle 21.30 ci facciamo portare alla stazione per prendere il treno per Datong. Arrivati alla stazione ci mettiamo un po’ per capire come funziona: in pratica ci sono i gate, come negli aeroporti, attraverso i quali si accede ai treni dopo avere effettuato il check-in.

LE GROTTE DI YUNGANG E IL MONASTERO SOSPESO: DUE ESPERIENZE INDIMENTICABILI

Abbiamo viaggiato in comodi scompartimenti da 4 e alle 6:00, con puntualità svizzera, siamo a Datong dove ci recupera il bus che ci porterà in giro in questa tappa. Per prima cosa, però, l’autista ci porta in un hotel dove possiamo darci una rinfrescata e per 30 RMB a testa fare una lauta colazione.

Partiamo alle 7:30 e in un’ora raggiungiamo le Grotte di Yúngāng, un sito spettacolare: 252 grotte colme di statue di Buddha di tutti i tipi e dimensioni (complessivamente sono circa 51.000 statue). Gli autori di questo splendore sono i tuoba, un popolo di lingua turca che si è ispirato a motivi indiani, persiani e greci, e iniziarono la costruzione di questa immensa collezione di sculture nel 460 d.C. per terminarla dopo 60 anni. In alcune purtroppo la calca rende un po’ claustrofobica la visita, ma se si riesce ad assumere un atteggiamento Zen si godono in tutta la loro magnificenza. Non tutte sono visitabili, tra quelle che abbiamo potuto vedere è difficile scegliere la più emozionante; 2 ore sono il minimo sindacale da dedicare a questo sito.

Anche se non visitiamo Datong, il cui centro storico è stato completamente ricostruito dopo avere demolito le vecchie abitazioni, vale la pena una sosta al Muro dei Nove Draghi di epoca Ming (1392) le cui decorazioni sono meno scintillanti di quello di Pechino, ma probabilmente anche meno rimaneggiate.

Prossima tappa la Torre Mùtǎ dove l'incapacità della bigliettaia di capire la nostra richiesta (3 biglietti scontati e 12 normali) raggiunge il paradosso: continua a ripetere “too much” (le uniche parole che riesce spiccicare in inglese) e a ridere; solo l'intervento di una guida che parla inglese la salva dall’assassinio.

Comunque alla fine riusciamo a raggiungere quella che è la pagoda in legno più antica (1056) e più alta (67 m) del mondo, al cui interno ci sono sculture in creta, sembrerebbe di monaci in preghiera. Ne avevo già avuto la sensazione, ma questa visita conferma che la presenza di numerose statue con lo stesso soggetto (sebbene ciascuna con tratti somatici e abiti diversi) non è una peculiarità dell’Esercito di Terracotta di Xian: la scultura seriale è evidentemente un’espressione artistica qui diffusa.

Prossima tappa il Monastero sospeso di Xuánkōng: aggrappato alla parete scoscesa di una stretta valle che si chiude con una diga, si trova a circa 80 metri dal suolo. Gli edifici, la cui profondità massima è di circa 3 metri, sono costruiti su vari piani seguendo il contorno della parete rocciosa e sono collegati da passerelle traballanti, stretti corridoi e scalette scricchiolanti tra i cui gradini si intravede il vuoto sottostante. Sebbene l’ingresso sia contingentato (facciamo una lunga coda per accedere) e quindi non ci sia ressa all’interno, lo sconsiglio vivamente a chi soffre di vertigini. Nel mio caso, a causa di una sosta di qualche minuto per un rallentamento di chi mi precede su una delle inquietanti scalette vengo presa da una vera e propria crisi; cerco di tornare indietro, ma è impossibile perché in alcuni punti non si riesce a passare che uno per volta e il percorso è necessariamente a senso unico; questo non fa che aumentare la mia ansia e le mie gambe non vogliono saperne di muoversi; dopo qualche minuto riesco a tornare in me stessa e vado avanti cercando di non guardare sotto di me.

Costruito nella prima metà del Primo Millennio, è il solo esempio di tempio dove si combinano le tre religioni tradizionali cinesi: Buddismo, Taoismo e Confucianesimo.

Alle 18:00 siamo nuovamente sul bus per iniziare il lungo viaggio che ci porterà nel Wutai Shan, una zona montuosa ricca di templi. La strada è lunga e tortuosa anche perché si supera un valico a quasi 2.000 metri, poi bisogna fermarsi al centro visitatori per acquistare il biglietto di ingresso all’area e arriviamo in hotel che sono ormai le 22; fortunatamente troviamo ancora un ristorante disposto a sfamarci (in Cina si cena piuttosto presto), quindi crolliamo in branda.

WUTAI SHAN. LA RIMINI DEL BUDDHISMO

Forse gli abitanti ufficiali di Taihuai sono anche poco più di 10.000 come citano le statistiche, ma il turismo, soprattutto interno e religioso, ha trasformato il “villaggio monastico” (come viene ancora romanticamente definito) in una Rimini del buddhismo. Da non confondere con Taiyuan, capitale dello Shanxi con oltre 4 milioni di abitanti situata 200 km più a sud, Taihuai si trova a 1.700 metri di altitudine ed è una delle mete principali del Wutai Shan (letteralmente “montagna dalle cinque terrazze” ossia le 5 cime che circondano l’area), uno dei quattro monti sacri del buddhismo cinese, luogo di pratica di uno dei quattro grandi bodhisattva (semplificando: esseri viventi destinati a conseguire l’illuminazione e a divenire un Buddha), quello della conoscenza. Ai lati delle strada che taglia in due l’agglomerato, si dipartono sentieri e piccole strade che giungono ai vari monasteri, ma l’atmosfera è tutt’altro che mistica.

La mattina ci svegliamo con una pioggia battente e siamo un po’ indecisi se cercare di rintracciare l’autista (la sera precedente ci ha dato appuntamento per la mattina del 12), ma le difficoltà linguistiche, insieme al fatto che nelle strette viuzze c’è un ingorgo strombazzante e immobile, ci fa desistere. Nel frattempo la pioggia cessa anche se il cielo rimane bigio e ci incamminiamo verso il tempio Tǎyuàn, il più importante, dove ci accoglie quella che, apparentemente, sembra un discarica: scatole, scatoloni, sacchetti, sacchi sono sparsi davanti all’ingresso del tempio dove la gente in preghiera si inchina più volte con lunghe candele in mano; in vari punti ci sono grandi contenitori di ferro dove l’immondizia (principalmente i contenitori delle suddette candele, ma anche lattine, bottigliette di plastica ecc.) viene incendiata. L’aria è satura di un odore acre di plastica bruciata.

Fortunatamente l’atmosfera cambia una volta varcato l’ingresso (anche se ovviamente la nube tossica penetra ovunque) così come negli altri templi che non sto a descrivere visto che le guide lo fanno meglio di me; segnalo solo che val la pena prendere la seggiovia per salire alla cima Dailuo dalla quale si gode di un bel panorama.

Durante la giornata il gruppo si sparpaglia, ma ci ritroviamo alla sera per la cena.

Siamo alloggiati all’hotel Yin Xin e optiamo per un ristorante nei paraggi che si trova sulla strada principale, a sinistra di quella dell’hotel: impossibile segnalare il nome perché scritto in cinese (ma ci dicono che ha a che fare con i funghi), nessuno parla inglese e il menù non ha le figure; dopo alcuni fallimentari tentativi con i vari traduttori, facciamo capire ai camerieri che ci affidiamo alla loro scelta; a parte il primo momento di sgomento alla vista di una gallina intera semicruda che galleggia in un pentolone messo al centro della tavola, sopra a una piastra elettrica, il pasto si rivela ottimo. La cameriera deve assisterci perché non riusciamo bene a capire cosa bisogna fare con le decine di cibi che affluiscono in svariate ciotoline sulla tavola: in realtà è una specie di bourguignonne con carne e una quindicina di tipi diversi di funghi, oltre ad altre verdure sconosciute.

VERSO PINGYAO, LANTERNE ROSSE A GOGO

Alle 8:00 siamo pronti per partire e dopo 2 ore e mezza siamo a Nanchan, grazioso e isolato monastero della dinastia Tang (786 d.C.) che è uno degli edifici in legno più antichi della Cina. Dopo una sosta di mezz’ora ripartiamo e verso le 13 arriviamo al tempio Jinci: magnifico insieme di padiglioni, costruito nel 984 d.C. e rinnovato nel 1102; imperdibili gli otto draghi che si attorcigliano lungo la prima fila di colonne.

Tra visita e una piccola sosta pranzo nei baracchini del mercato antistante il monastero ci fermiamo un paio d’ore e dopo un’oretta di bus giungiamo alla residenza della famiglia Qiao, un complesso di edifici e cortili (ovviamente preso d'assalto dai turisti) del XVIII secolo appartenuto a una famiglia di mercanti e nel quale è stato girato il film “Lanterne Rosse”, cosa che non può sfuggire data l’onnipresenza delle suddette lanterne.

In serata siamo a Pingyao, alle porte della città lasciamo il bus e prendiamo dei piccoli mezzi elettrici che, attraversando il dedalo di vie della città vecchia, ci portano all’Harmony Hotel. È un'antica tipica casa, con un cortile interno sul quale si affacciano le stanze, arredata con mobili tradizionali; ceniamo in hotel, benissimo.

Sebbene turistica, Pingyao è deliziosa e per il momento è stata graziata dall'uragano ricostruttore che ha imperversato in moltissime altre aree del paese: la quasi totale assenza di auto (e le poche che circolano sono elettriche, così come i motorini), i vicoli illuminati dalle lanterne rosse, la minore presenza di negozi di magliette e cianfruscaglie rispetto alla norma contribuiscono a rendere veramente gradevole la permanenza nella cittadina dove vale la pena fermarsi una notte a dormire.

A poca distanza (la proprietaria dell’hotel parla inglese e ci trova agilmente un mezzo per andarci) il tempio Shuānglín, ricostruito nel 1571, bel complesso nei cui padiglioni si trovano diverse statue riccamente scolpite.

Consumiamo sempre in hotel una cena piuttosto anticipata per farci poi portare alla stazione dove alle 21 abbiamo il treno (in hard sleep, ossia scompartimenti aperti e a 6 posti) per Xian.

XIAN NON È SOLO L’ESERCITO DI TERRACOTTA

Arrivati a Xian ci incontriamo con l’unica guida “furbetta” del viaggio che ci porta a far colazione (e darci una rinfrescata) in una casa da the, il tutto al costo di una cena in un ristorante di lusso.

La massa che si muove verso l'ingresso del sito è imponente quanto l'Esercito di Terracotta dell’imperatore Qin Shi Huangdi che incontreremo a breve.

L'area visitabile si compone di tre “fosse” delle quali la prima è quella spettacolare e contiene 6.000 guerrieri, dei quali solo 2.000 visibili, tutti rivolti verso Oriente e pronti per un’ipotetica battaglia che il battagliero imperatore presumeva di dover combattere anche dopo la morte. Sebbene più piccole e di minore impatto scenico, anche le fosse 2 e 3 sono magnifiche perché il minor numero di condottieri esalta i particolari delle statue.

Naturalmente prima di arrivare sai che si tratta di centinaia di statue, tutte diverse l'una dall’altra, con cavalli e carri, ma vedere dal vero questo esercito è decisamente impressionante. E non oso immaginare cosa possa essere la tomba vera e propria il cui sito è stato individuato, ma che non è stata ancora portata alla luce.

La visita dura circa 3 ore e poi, dopo un veloce spuntino, ci muoviamo verso la Tomba dell’imperatore Jingdi. Anche se sicuramente meno entusiasmante dell'Esercito, la trovo molto interessante: meno battagliero di Qin Shi Huangdi, Jingdi (188-141 a.C.) si è concentrato sullo sviluppo economico dell'impero e nella sua tomba di trovano centinaia di contadini, allevatori, carri, greggi, maiali ecc. Le statuine sembrano tanti ET perché sono “nude”, dato che i vestiti, invece di essere scolpiti come quelli dell'Esercito, erano di stoffa, e quindi nei secoli sono andati distrutti.

Riprendiamo il bus e in un’ora e mezza arriviamo in hotel a Xian.

Come succederà poi spesso durante il viaggio, rimaniamo sconvolti dalle dimensioni della città e dal numero e altezza dei palazzi che si susseguono nella strada. Ci riprendiamo con calma (anche se non ne ho fatto cenno perché scontato, durante la visita dei siti archeologici il caldo è stato un compagno persistente e ingombrante) per andare poi a cena nel ristorante Hǎiróng Guōtiēdiàn che cucina ottimi ravioli fritti di svariati tipi.

L’indomani scopriamo che Xian non è solo l’Esercito di Terracotta. Questa città di più di 8,5 milioni di abitanti, oltre a un’estesa area moderna, conserva alcuni importanti edifici buddhisti, come le Pagode dell’Oca Selvatica (grande e piccola) e un bel centro storico che si sviluppa attorno al quartiere musulmano. Partendo dalla classica Torre del Tamburo si penetra in uno stretto dedalo di viuzze, del tutto simile a un suq mediorientale (se non fosse per gli occhi a mandorla dei rivenditori e della maggior parte dei visitatori). Merci di ogni tipo, dai più pacchiani oggetti turistici a deliziosi prodotti di artigianato, negozi di alimentari, frutta e verdura e, soprattutto, la madre di tutte le street food: Beiyuanmen (vedi riquadro).

Beiyuanmen di Xian, madre dello street food

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Beiyuanmen, la street food di Xian, è un trionfo di colori e di sapori: le zuppe, ciotole colme di hulatang (zuppa speziata e piccante) o di saozi mian (noodles in brodo sempre speziati e piccanti); noodles fritti, bianbiang mian, con verdure, carne, pesce; spiedini di scorpione, polpo, agnello, zampe di maiale e di pollo, calamari e altri animali non ben identificati, ma anche di verdure e funghi e di frutta caramellata; riso in tutte le forme (compresi dei coloratissimi spuntini serviti con il bastoncino come se fossero ghiaccioli) e trionfo di ravioli (di maiale, di polpa di granchio, di verdure ecc.); panini ripieni di carne di maiale, sminuzzata e speziata, una sorta di kebab cinese. E la frutta, solo questa meriterebbe un capitolo perché, accanto a quelli più tradizionali, ci sono decine di prodotti che io non ho mai visto in vita mia: quello che va per la maggiore è il pomelo (youzi) più grande di un pompelmo e dal sapore simile a quello dell’arancia, ma più dolce; quello che si trova meno è invece il classico mandarino cinese (forse dipende dalla stagione), lo jinju così come il litchi; i mangostano (shanzhu) che sembrano piccole melanzane tonde, dalla buccia spessa e contengono una polpa dolcissima; ottimi e dal sapore simile al kiwi, gli huolongguo (frutti del drago) sono anche bellissimi a vedersi con la loro buccia rosa brillante e la polpa bianca punteggiata di piccolissimi semi neri; longan o occhi di drago, venduto a grappoli è un frutto dalla polpa trasparente e dolce, racchiusa da una buccia leggermente dura e marrone; montagne di cuori (la parte che contiene i semi) di fiori di loto che non abbiamo ben capito come si cucinano; i giaca (per trovarne il nome la ricerca è stata lunga e non è da confondere con il puzzolentissimo durian cui esteriormente assomiglia abbastanza), dal colore esterno giallo-verdognolo, con la buccia bugnosa e grossi semi carnosi le cui proprietà organolettiche sono simili a quelle della carne.

I PANETTONI DI GUILIN E IL GIRO SUL FIUME…NON PROPRIO SOLITARIO

La sveglia per partire da Xian è antelucana: bus ore 4 per prendere l'aereo per Guilin alle 7.

Della città della regione del Guangxi vediamo solo l'aeroporto perché partiamo subito per Yangshuo accompagnati da “Sintesi”, la guida così soprannominata sia per l'altezza (non raggiunge il metro e mezzo) sia perché ci ripete ogni indicazione almeno 2 o 3 volte (ma nel complesso competente e simpatica, anche se un po’ ansiosa).

La prima tappa è il villaggio di Yangdi da dove si prendono delle “barche di bambù” a 4 posti per compiere un breve percorso lungo il fiume Li, attività pomposamente definita “crociera sul fiume Li”. Il luogo è bellissimo: le anse sinuose del fiume si snodano tra panettoni verdi e una ricca vegetazione che scende lungo le sponde.

Il contesto è l'antitesi di questa bucolica immagine. Le barche di bambù sono copie in PVC delle imbarcazioni originali e sono decine e decine ormeggiate a riva mentre la lunga coda dei vocianti turisti attende l'imbarco. Prima passano grandi barche, zeppe di turisti, una dietro l'altra in una lunga processione, terminata la quale viene dato il via ai “barchini” (nei quali trova posto il nostro gruppo) e sembriamo tante zanzare che volano a pelo d'acqua. Il tutto dura mezz’ora: se non ci si aspetta una gita romantica, è molto divertente. Dopo avere approdato si va al vecchio villaggio di Xingping utilizzando delle macchine elettriche.

Yangshou è effettivamente una cittadina, mancano i soliti grappoli di grattacieli, ma il traffico è degno della tangenziale di Milano in piena ora di punta. La sera è un tripudio di locali con musica a tutto volume, baracchini con cibo per strada ecc., ma si trova alla confluenza tra due fiumi e il luogo è uno scenario fantastico per lo spettacolo suoni e luci Impressione di Sanjie Liu che andiamo a vedere in serata, la cui regia è nientepopodimeno che di Zhang Yimou e coinvolge oltre 600 attori che recitano a pelo d’acqua.

Lo spettacolo rappresenta la storia d'amore di una giovane donna di nome Liu Sanjie , che significa "terza sorella Liu". La sua voce era così bella che toccava tutti. La leggenda narra che un signore della guerra si innamora di Liu Sanjie che però è già innamorata di un contadino del villaggio; il signore della guerra non lo accetta e la rapisce, ma l'amante e gli amici di Liu Sanjie nel villaggio vanno a liberarla e la coppia fugge allegramente per sempre.

La scenografia sarebbe fantastica e dovrebbe indurre un estatico silenzio. Purtroppo non è così, l’atmosfera è quella di uno stadio  durante un derby. Ciliegina sulla torta: un buon numero di spettatori continua ad arrivare a spettacolo iniziato, altrettanti se ne vanno prima della fine (per non rimanere imbottigliati nel traffico) e nel mezzo è un continuo andare e venire. Non mancano i cellulari alzati per improbabili selfie che vengono subito condivisi sui social. Insomma uno spettacolo bellissimo, ma dove per goderselo bisogna raddoppiare il numero quotidiano di ohmm.

L’indomani, in compenso, bucolica e deliziosa gita in bicicletta lungo il corso del fiume; stiamo in giro quasi tutta la giornata con una sosta per il pranzo, ottimo e luculliano, nella casa del fratello di Julie, che ci ha organizzato il tutto.

Alla sera appuntamento per la pesca con il cormorano, saliamo tutti su una barca che affianca quella di un pescatore il quale, alla luce della lanterna, “pesca”: ai poveri cormorani viene messo un anello al collo per cui quando prendono i pesci non riescono a ingoiarli; quando ne hanno presi 2-3, il “pescatore” li prende per il collo e li “libera”, facendo cadere i pesci in un secchio. Pare sia un modo di pesca tradizionale, ci credo ed è la conferma che non tutte le tradizioni sono piacevoli e se anche qualcuna venisse dimenticata tutto sommato non ci perderebbe nessuno.

RISALENDO LE RISAIE DI LONGJI

Si trovano sempre nel Guangxi a un paio d’ore d’auto da Yangshuo: le risaie di Longji, che significa spina dorsale del drago (e in effetti tali paiono viste dall’alto), sono risaie terrazzate che fino agli anni ’90 erano conosciute solo dai contadini della zona. Dopo il passaggio di un fotografo che le ha fatte conoscere al resto del mondo sono diventate un’attrazione turistica; dato però che se il villaggio si espandesse troppo o vi andassero orde di turisti, il delicato equilibrio (e la ragion d’essere come luogo turistico) verrebbe meno, arrivarci non è semplicissimo, sebbene, come sempre, perfettamente organizzato.

Si arriva alla stazione dei bus all’ingresso dell’area dove si paga un biglietto di accesso e si cambia bus (volendo si lascia in deposito il grosso dei bagagli in uno dei negozi perché bisogna fare un paio d’ore di camminata nelle risaie). Il giro standard prevede poi che si vada al villaggio Huannglou Yao famoso perché le donne dell’etnia Yao che vi abitano portano i capelli lunghi fino a quasi 2 metri. Tradizionalmente le donne tenevano i capelli raccolti sotto un velo blu e il primo uomo al quale potevano mostrarli sciolti era il marito il giorno del matrimonio. Ovviamente questa tradizione si è persa da tempo e nel villaggio è stato costruito un apposito teatro dove le donne fanno, in vari orari della giornata, uno spettacolo (che penso consista nello sciogliersi e raccogliere i capelli).

Il bus porta poi al parcheggio del villaggio di Ping’an da dove con una mezz’ora di camminata si raggiunge l’insediamento dove si trova l’alloggio (nel nostro caso l’hotel LiQing dove ci sono belle camere, ma soprattutto una splendida vista sulle risaie, se si ha la fortuna di essere dal lato giusto); tempo permettendo si sale verso il punto più alto delle colline per fare scorpacciata di fotografie. L’indomani, zaini in spalla, si intraprende la discesa (che non è più per la strada del giorno precedente) camminando per circa due ore sulla costa delle colline passando tra le risaie. Si arriva quindi al parcheggio dove lo shuttle porterà al parcheggio dei bus dove si riprendono i bagagli.

Dato che però il secondo giorno noi abbiamo il volo Guiin-Xiamen alle 13.30 dobbiamo invertire il giro e così, invece di una discesa di due ore alle 8.30/9 del mattino, ci becchiamo una salita di due ore alle 12.30. Pazienza anche perché non tutto il percorso è al sole, la salita è leggera, il caldo non così opprimente come nei giorni precedenti e soprattutto il paesaggio splendido.

XIAMEN E LE CASE CIRCOLARI DEGLI HAKKA

Arrivati a Xiamen con il volo da Guilin alle 15.30 ci attendono 4 ore di bus per raggiungere Taxia, il primo dei villaggi dell’etnia hakka del Fujian (vedi riquadro) che visiteremo in questi giorni. Alloggiamo in un tipico tulou (case circolari) e l’indomani visitiamo il Tempio degli Antenati della Famiglia Zhang, circondato da 23 pietre a forma di lan­cia finemente scolpite che celebrano le gesta dei notabili del villaggio; curiose le decorazioni colorate ai bordi del tetto. Durante la Rivoluzione Culturale, questo luogo era stato adibito a uso civile e trasformato in scuola, ma oggi è tornato alla sua originale funzione.

I tulou e le popolazioni Hakka

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Provenendo probabilmente dalla Cina centrale, gli Hakka (etimologicamente il termine significa “famiglie invitate”) si stabilirono nelle tre province di Guangdong, Jiangxi e Fujian nella Cina meridionale. Dovendo lottare per l’approvvigionamento delle risorse primarie, gli Hakka, fin dal 1300, iniziarono a costruire case-fortezza che, oltre a consentire una migliore difesa dagli attacchi rispetto ai normali villaggi, permettesse loro di formare comunità autosufficienti entro le cui mura ci fossero abitazioni, luoghi per la conservazioni di alimenti e il riparo del bestiame nonché templi. Ogni casa-fortezza o insieme di esse raggruppava le persone di uno stesso clan familiare dato che gli scontri più ancora che con popolazioni esterne avvenivano all’interno degli Hakka stessi.

Di forma quadrata o circolare, molto più diffusa, le case-fortezza si chiamano tulou, termine che identifica il particolare tipo di architettura: si tratta di edifici, isolati o riuniti in villaggi, che possono arrivare a 3-4 piani di altezza con mura spesse anche fino a 6 metri; nella maggior parte dei casi sono costruiti in terra sostenuta da un’intelaiatura in legno di bambù, mentre gli edifici più grandi sono edificati con pietre di granito e murature in cotto o con una specie di cemento; un singolo portone principale permette di accedere all’interno e in alcuni casi (rari) accessi di servizio conducono ai vicoli circostanti; verso l’esterno le alte mura hanno piccole finestre o feritoie solo nei piani superiori; le abitazioni e i locali di servizio per le persone sono costruiti lungo il perimetro interno delle mura mentre nel cortile interno si trovano stalle, latrine, pollai, ovili, magazzino, pozzo e tempio familiare (in alcuni, particolarmente grandi, pozzi e cucine singoli per famiglia si trovano al piano terreno delle mura).

Le dimensioni sono le più variabili e i più grandi possono avere fino a 400 stanze in grado di ospitare anche 800 persone.

Circa 20.000 sono i tulou della Cina meridionale, ma solo 46 sono quelli meglio conservati e protetti dall’Unesco.

Terminata la visita prendiamo il bus per il visitare i diversi villaggi della zona:

  • Tiánluókēng è composto da 4 edifici circolari e uno centrale quadrato ed è chiamato dalla gente del luogo, proprio per questa disposizione (chiaramente visibile dal punto panoramico situato un centinaio di metri più in alto), “quattro piatti e una zuppiera”; è il complesso meglio conservato della zona;
  • Yùchāng Lóu, situato nel villaggio di Xiaban, con i suoi 5 piani è la struttura più alta del Fujian e conta 270 stanze, ogni stanza con cucina al piano terra è dotata di un pozzo; fu costruito nel 1308 ed è uno dei più antichi tulou esistenti; è famoso per i suoi pilastri inclinati e il più estremo è inclinato con un angolo di 15 gradi;
  • Chuxi Tulou Cluster

    e tulou Jiqinglou: il gruppo di tulou di Chuxi comprende cinque grandi edifici circolari e dieci edifici rettangolari. Tra questi, Jiqinglou è la più antica casa rotonda in questa zona: ha quasi 600 anni e copre un'area totale di 2826 m2 con 206 camere. A differenza del normale edificio circolare che ha solo quattro scale pubbliche, Jiqinglou è dotato di 72 scalinate che dividono l'intero edificio in 72 unità indipendenti. Tutte le stanze, le scale e le pareti interne sono costruite con legno e struttura a battente. Jiqinglou ospita anche più di 10.000 oggetti esposti sulla vita, la storia e la cultura uniche degli Hakka.

Ci fermiamo a dormire nel Yuqinglou Inn, tulou adibito ad albergo, nel villaggio Chuxi dove festeggiamo il compleanno di Paolo con mega torta e candeline a forma di fior di loto con tanto di accompagnamento musicale.

L’indomani, il nostro giro si chiude nel villaggio Gaobei con il “re dei tulou”, Chengqilou, un massiccio tulou rotondo con quattro anelli concentrici che circondano una sala ancestrale al centro:

  • l'anello esterno è di 62,6 metri di diametro e quattro piani di altezza, 288 stanze, con 72 stanze per ogni livello, corridoio circolare dal 2° al 4° piano, con quattro serie di scale a punti cardinali che collegano il piano terra ai piani superiori. Un grande tetto estensibile copre l'anello principale; le camere al piano terra sono cucine, le camere di secondo livello sono magazzini di grano, e le camere del 3 ° e 4 ° piano sono appartamenti e camere da letto;
  • il secondo anello di 80 camere è alto due piani, con 40 stanze per ogni livello;
  • il terzo anello è servito come biblioteca di comunità, un piano con 32 stanze;
  • Il quarto anello è un corridoio circolare coperto che circonda la sala degli antenati.

In questo tulou vivono 15 clan di Jiang con 57 famiglie e 300 persone; al suo apice, c'erano più di 80 rami di famiglia vissuti a Chengqilou.

Terminata la visita riprendiamo il bus che ci porterà, in poco meno di 3 ore a Xiamen per andare all’isola Gǔlàng Yǔ: priva di automobili, l’isola fu un’enclave internazionale all’inizio del XX secolo e lungo le sue strette stradine sorgono ville nel classico stile europeo dei primi anni del ‘900. Interessante il museo del pianoforte dove ci sono pianoforti di tutti i tipi, tra i quali anche uno curiosissimo angolare.

SUZHOU, LA CITTA’ DEI PARCHI E TONGLI CON I SUOI CANALI

Il viaggio si avvicina alla conclusione. Da Xiamen raggiungiamo in volo Shanghai dove pernottiamo in un hotel vicino all’aeroporto per partire l’indomani in treno verso Suzhou. Sapendo che ci sono treni ogni 20 minuti non ci siamo preoccupati di prenotare, ma arrivati alla stazione scopriamo che il primo treno con 15 posti liberi è dopo due ore. Ammazziamo il tempo girellando nella stazione gigantesca e gremita di gente.

Dalle descrizioni della guida ci aspettiamo una piccola cittadina facilmente visitabile a piedi. Ovviamente stiamo parlando di una “cittadina” dalle dimensioni cinesi: più di 10 milioni di abitanti, soliti grattacieli a schiera da 30-40 piani e strade a 4 corsie che collegano i vari punti della città.

È giustamente famosa per i suoi giradini che hanno nomi surreali: Giardino dell’Umile Amministratore, Giardino del Maestro delle Reti, Giardino della Coppia, Padiglione dell’Onda Azzurra, Giardino del Dolce Oziare ecc.

Tra le meraviglie citerò solo la splendida collezione di bonsai nel Giardino dell’Umile Amministratore e il Giardino del Maestro delle Reti, una vera chicca, piccolo e delizioso il cui labirinto di cortili e piccoli giardini lo fa sembrare molto più vasto di quanto non sia.

Tra le cose più kitsch che abbia mai visto in vita mia c’è invece l’area panoramica della Porta Pan al calar della sera: il parco è disseminato da migliaia di fiori variopinti…finti che all’imbrunire vengono “accesi”; gli alberi sono interamente avvolti da fili di led blu; i profili dei ponti, della pagoda e di ogni edifico segnati da lampadine di vario colore; e, top del top, nel laghetto una barca sorregge una ballerina in mezzo a palle, fiori e piante tutto rigorosamente finto (ballerina compresa) e luminoso.

L’indomani con i mezzi pubblici raggiungiamo il villaggio di Tongli, per entrare nel quale si paga un biglietto che dà poi diritto a visitare tutte le case museo che si trovano all’interno. Il luogo è delizioso e, nonostante sia turistico, non è preso d’assalto quindi la visita è molto piacevole: composta da sette isole separate da canali e collegate da una cinquantina di ponti, Tongli era la residenza di nobili, poeti, pittori ed eruditi cinesi che hanno lasciato numerose abitazioni dalla struttura simile, con decine di stanze collegate da un dedalo di angusti corridoi che sboccano in nascosti e splendidi giardini.

SHANGHAI: UNA CATAPULTA NEL XXII SECOLO

Non entro nei dettagli di tutto quello che si può vedere a Shanghai, una qualsiasi guida spiegherà molto meglio di me quello che val la pena visitare: dal Bund al quartiere futuristico di Pudong, dalla Concessione Francese al Tempio del Buddha di Giada, dal museo di Shanghai al Giardino del Mandarino Yu.

Ma quella che ho trovato fantastica a Shanghai è l’atmosfera, perlomeno quella che si può cogliere in una visita di tre giorni. Una città dove tutto è eccessivo: dalla ressa sui marciapiedi della via Nanjing dove ogni lato è riservato a un solo senso di marcia alla Shanghai Tower che si avvita nella nebbia mattutina con i sui 632 metri di altezza; dal gigantesco mercato del falso alla fermata della metropolitana Shanghai Science and Technology Museum dove puoi trovare veramente di tutto, compreso un intero reparto di laboratori di sartoria che ti fanno un Burberry o un Prada su misura in mezza giornata, al museo di Shanghai con la sua collezione di 120.000 pezzi tra bronzi, ceramiche, porcellane e dipinti; dalla metropolitana con le sue 16 linee, 393 stazioni e una copertura di 673 chilometri (la più lunga al mondo) che ha una media di 6 milioni di passeggeri giornalieri, con punte di 11 (ma tutti questi numeri sono probabilmente già superati nel momento stesso in cui scrivo dato che è la metropolitana con il più alto tasso di espansione visto che la sua costruzione è iniziata nel 1993) all’ex area industriale M50 con gli atelier di artisti, cinesi e occidentali, alternativi e d’avanguardia.

Una città divertente, dove non puoi che continuare a guardarti intorno, spesso con il naso rivolto all’insù, in dubbio tra pensare di essere stato catapultato in un XXII secolo del tutto simile a Bladerunner o in un nuovo gigantesco parco giochi della Disney.