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Flash della Turchia Orientale. Ani, lo sguardo viene intercettato da costruzioni che, in lontananza e con l’aria umida del mattino a renderle un po’ evanescenti, assumono un che di irreale. Monastero di Sumela, abbarbicato su uno spuntone della montagna. Hasankief, con le sue case scavate nella roccia e destinato a scomparire. Nemrut Dagi, le statue sono impressionanti, il panorama magnifico.

1 - 16 agosto 2008

È la mia seconda volta in Turchia. Nella prima, nel 1990, oltre a Istanbul e Ankara avevo visitato la parte occidentale e la Cappadocia; questa è la volta della Turchia orientale. Si parte il 1° agosto: alle ore 9 appuntamento a Malpensa e incontro con alcuni componenti del gruppo (viaggio con Avventure nel Mondo), arrivo ad Ankara alle 18 ora locale. Hotel dignitoso, passeggiata notturna alla moschea e cena con kebab. In branda alle 23. Un po’ stanca.

L’indomani alle 8.30 inizia la visita della città. Museo delle civiltà anatoliche, sempre bello. Mausoleo di Ataturk, sempre agghiacciante. Visita alla cittadella, veloce toast in un bar e verso le 14.30 partenza per Bogazkale (Hattusa) dove arriviamo verso le 18.30. La cittadina è deserta e dobbiamo attendere l’indomani per la visita ai siti archeologici.

HATTUSA: PER VERI APPASSIONATI

Sveglia alle 7 per la visita al sito archeologico di Hattusa che, a dire la verità, non mi impressiona granché; solo le spiegazioni di Claudio (nostro compagno di viaggio archeologo) danno un senso all’ammasso di pietre che si distende per centinaia di metri. Della mitica capitale dell’impero ittita (dal XVII secolo al 1200 a.C. circa) sono riuscita riconoscere solo la famosa Porta dei Leoni; per il resto, senza le immaginifiche descrizioni di Claudio difficilmente avrei anche solo potuto percepire cosa poteva rappresentare quell’immensa cava.

Più attraente, almeno per i profani della materia, il sito di Yashkaya con bassorilievi del 1200 a.C. Totalmente inutile la visita ad Alaca Hoyuk se non per la gustosa piadina che ci godiamo in un ristorante nei pressi delle rovine.

Alle 13.30 partenza per Amaysa, 200 chilometri di strada piuttosto monotona che però sono ripagati dalla piacevole cittadina che ci aspetta; adagiata lungo il fiume, con case dai terrazzi fioriti che si affacciano sulla sponda sinistra.

A ridosso della cittadina le tombe rupestri, bella scarpinata (che devo fare a piedi nudi perché il selciato è scivolosissimo e si rischia di cadere): le tombe non sono un granché, ma il panorama dall’alto non è per niente male. Conosco meglio i miei compagni di viaggio che si dimostrano subito molto piacevoli.

TREBISONDA - SUMELA: DAL PROFANO (MOLTO PROFANO) AL SACRO

Partenza alle 8 per Trebisonda e arrivo alle 16. Non mi sembra valga la pena questo lungo viaggio, né per il paesaggio (è vero che la giornata è bigia, con nuvoloni neri che si rincorrono minacciosi) né per quello che troviamo a Trebisonda. L’unico sito interessante è la chiesa di Santa Sofia con bei mosaici; per il resto la città è un bordello, nel vero senso della parola dato che è il primo scalo per le prostitute che arrivano dalle ex repubbliche sovietiche attraversando il Mar Nero. Tant’è che facciamo piuttosto fatica a trovare un albergo (e anche in quello che troviamo, nella notte si susseguono rumori piuttosto sospetti).

L’indomani il cielo è sempre coperto, ci muoviamo presto verso il monastero di Sumela a 48 chilometri da Trebisonda. E qui vale davvero la pensa di venirci. Fondato nel IV sec., venne ricostruito nel XII sec. dopo un incendio, ed è rimasto attivo fin dopo la prima guerra mondiale; dopo avere subito le ingiurie del tempo in decenni di abbandono, oggi è sottoposto a restauro. L’ultimo tratto di strada è sterrato, in alcuni punti ci sono stati smottamenti e procediamo a fatica, ma arriviamo al parcheggio per poi iniziare la salita piedi, muniti di mantelle e impermeabili. Il Monastero è avvolto nella nebbia e quindi, percorrendo il sentiero, non abbiamo alcuna anticipazione di ciò che ci aspetta. Abbarbicato su uno spuntone di roccia, seminascosto dalla parete nella quale è stato scavato, il monastero è molto suggestivo così avvolto nelle nebbie.

Dopo una lunga visita, scendiamo e ci muoviamo verso Erzurum. La strada è bella e larga, ma sale e scende continuamente, quindi per fare poco meno di 400 km ci mettiamo 8 ore.

Arriviamo a Erzurum in tempo per una passeggiata e vedere, dall’esterno, alcune belle moschee nonché il bazaar dei preziosi, la cui struttura è particolare.

LA MISTERIOSA ANI

Oggi giornata di monasteri. Partenza da Erzurum verso le 10 per un’altra veloce visita alle moschee e ci mettiamo in strada verso Kars. Sulla strada deviazione per i monasteri di Haho (nel paesino di Baybash) oggi moschea; Osk, completamente in rovina; e Ishan, messo non molto meglio, ma che merita la visita per la bellissima strada che si fa per arrivarci, inerpicata su un pendio scosceso che fa tremare alcuni compagni di viaggio.

Arriviamo a Kars alle 20.30

L’indomani partenza alle 8 per Ani. Arrivo in 40 minuti. È completamente diversa da come la immaginavo: passate le mura si apre una piana vasta e apparentemente desolata; lo sguardo viene intercettato da costruzioni che, in lontananza e con l’aria umida del mattino a renderle un po’ evanescenti, assumono un che di irreale. Mi stacco dal gruppo e cammino da sola per i sentieri in mezzo alla sterpaglia: alla chiesa del Cristo Redentore c’è un gruppo di archeologi italiani al lavoro; la cattedrale è comunque maestosa anche se quasi completamente in rovina. Mentre mi muovo verso la cittadella, i pochi turisti si diradano e sento solo il sottile rumore del vento: avanzo verso le rovine, sono proprio sola e arrivo in cima dominando l’ampia ansa del fiume sottostante e, mentre guardo l’altra sponda, verso l’Armenia mi chiedo cosa non dovesse essere quest’area solo 15 anni fa, quando al di là c’era l’Unione Sovietica.

Rimango a lungo seduta su un muretto a fantasticare, vedo un soldato turco vicino a una torretta, mi guarda, sembra muoversi verso di me, ma poi ci ripensa e torna anche lui a guardare l’altra parte dell’insenatura. Solo quando mi ricongiungerò con i miei compagni, scoprirò che è vietato salire sulla cittadella (“Ma come? Non hai visto i cartelli?” “E comunque ci sono i soldati, non ti hanno gridato dietro?”); no, non ho visto i cartelli; no, il soldato che mi ha visto non mi ha gridato dietro. Forse ha valutato che io, lì sola, con il mio quadernetto (e la macchina fotografica riposta nella borsa) non dovevo rappresentare un gran pericolo per la Repubblica Turca. Lo ringrazio per avermi regalato quei momenti di solitaria magia.

Non mi stanco di camminare nonostante l’aria si sia fatta ormai calda, ma si avvicina l’ora dell’appuntamento per la partenza; sulla strada del ritorno questo luogo incantato mi fa un altro dono: la chiesa di San Gregorio di Tigram Homentz con magnifici dipinti.

È ora di andare. Ci mettiamo in marcia verso Dogubayazit senza tornare a Kars, ma facendo un giro che accorcia di parecchio il tragitto anche se in realtà è molto più lento dato che le strade non sono in ottime condizioni. Comunque costeggiamo per tutto il tempo il confine armeno (e il cellulare continua a segnalare il cambiamento di gestore, è tutto un “Welcome in Turchia”...”Welcome in Armenia”) e il paesaggio è molto bello; passiamo a poca distanza dall’Ararat, ma non si vede, circondato da una fitta nebbia. Arriviamo a Dogubayazit verso le 16 e andiamo subito all’Ishak Pasha Saray, il palazzo è in restauro e quindi sono visibili solo alcune aree. Pioviggina e verso le montagne si addensano nuvoloni neri; la posizione sarebbe ottima per il panorama sulla valle sottostante e sull’Ararat, ma con questo tempo si vede ben poco. Aspettiamo comunque il tramonto e sulla via che ci riporta a Dogubayazit, finalmente, le nubi si diradano e spunta il sole che ci regala una vista delle pendici innevate della famosa montagna (non la cima che rimane avvolta in una corona di nuvole).

IN PIENO KURDISTAN (ANCHE SE NON SI PUÒ DIRE)

L’8 agosto partiamo verso le 8, direzione Van. Sono poco più di 200 km, attraversiamo una vallata dove una colata lavica risalente a migliaia di anni fa sembra in realtà ancora viva e ti aspetti di vederla muoversi, fumante e terribile nel suo potere distruttore.

Arriviamo a Van nella tarda mattinata... museo; poi cerchiamo di andare a un monastero distante circa 60 km, ma la strada principale è chiusa e l’autista non si fida a percorrere strade secondarie per paura dei “terroristi” (indipendentisti curdi). Quindi pomeriggio libero, che io apprezzo molto dedicandomi a lettura e riposo. Al tramonto andiamo sulla cittadella, ma il tempo è nuvoloso e di tramonto... neanche l’ombra, la vista sul lago è comunque bella.

L’indomani partenza alle 7.30 per arrivare all’imbarco per l’isola di Akdatnat. Relax per un paio d’ore. L’acqua del lago è salata e molto invitante, ma non ho il costume quindi niente bagno. Verso le 11 torniamo sulla terraferma alla volta di Tatvan dove affittiamo un pulmino per andare al vulcano Nemrut Dagi (luogo omonimo del monte con le grandi statue); non è una gita entusiasmante. Torniamo in albergo alle 19.

Partenza verso le 8.30 per Tatvan. La strada non è nulla di eccezionale e il caldo si fa sentire, siamo oltre i 35°. Vediamo il ponte di Silvan su un affluente del Tigri e poi ci immettiamo nella valle del Tigri. Il fiume, giallastro, scorre alla nostra destra fino alla cittadina di Hasankief. Arrivati lungo l’argine troviamo piacevoli posti di ristoro con pergolati dove si può godere di un po’ di fresco; alle spalle un alto sperone di roccia nel quale nel corso dei secoli (la città è stata fondata dagli Ayyubidi nei secoli XII-XIII) sono state scavate delle grotte trasformate in abitazioni (ora in disuso). È un luogo particolare, ma purtroppo destinato a sparire: nel 2012 verrà ultimata una grande diga e tutta quest’area verrà completamente sommersa. È triste pensare che tra quattro anni tutto questo non ci sarà più.

Alle 19 arriviamo a Midyat, la cittadina vecchia, cristiana, è illuminata da una calda luce crepuscolare, ma ci passiamo velocemente alla ricerca di un hotel. Finiamo in un 4 stelle con piscina, decisamente confortevole. Accettiamo tutti di pagare più del solito (40 Ytl, ossia 24 euro, invece delle solite 20 Ytl). Cena a bordo piscina per 10 Ytl con musica e danze. Claudio si lancia cantando Elton John e John Lennon. Bravo.

Dopo una colazione veramente luculliana inizia la visita ai monasteri siriaco - ortodossi. Monastero di Mar Gabriel, completamente ristrutturato e nel complesso non particolarmente affascinante; poi monastero di el Hadra, con alcune parti ben conservate dell’originale. Sosta a Midyat. Il caldo è abbastanza opprimente, non ho molta voglia di camminare. Incontriamo una piccola “pideria” dove mangiamo un’ottima e piccante pida.

Alle 15 siamo in piazza per ripartire, ma Antonella ha un piccolo malore per cui deve intervenire un medico. Alle 16 partiamo alla volta di Mardin, prima di arrivare in paese ci fermiamo al monastero di Deyrulzafaran. Stanno celebrando la messa in aramaico: atmosfera decisamente suggestiva.

A Mardin troviamo un hotel di charme splendido con le stanze arroccate sul pendio che si affaccia sulla piana mesopotamica. La sera decidiamo (tranne Laurent, Ernesto e Mauro) di cenare sulla terrazza con pida e bevande varie. Bellissima serata sotto le stelle e ai nostri piedi le luci di Siria e Turchia che si mescolano.

A zonzo per Mardin, piccola cittadina che merita decisamente la visita. Sempre bello perdersi per i vicoli del bazaar. Alle 11.30 partenza per Sanhurfa. Lunga sosta in albergo perché il caldo è torrido. Poi un giro per la città dove dovrebbe essere nato Abramo. Bel bazaar, grande moschea con la grotta dove sarebbe nato il profeta. Cena in bellissimo ristorante: una vecchia casa armena con diversi terrazzi.

NEMRUT DAGI: MAESTOSO TRAMONTO

Partenza per il Nemrut Dagi (quello vero). Nel percorso verso il monte sacro ci fermiamo in un paio i siti, in particolare Arsameia. Antica capitale di un regno indipendente di origine assira del I sec. Poi ci dirigiamo verso il villaggio di Karadut dove ci sistemiamo in albergo in attesa del tardo pomeriggio per salire al Nemrut Dagi. Il complesso funerario voluto da Antioco I di Commagene è un tumulo alto 50 m con un diametro di 150 m nel quale, sulle terrazze occidentale e orientale, ci sono statue colossali di Antioco fra divinità persiane ellenizzate. Dopo circa 1 chilometro in pullmino per una bella salita di 15/20 minuti e pochi passi a piedi, arriviamo prima alla terrazza orientale le cui statue vengono illuminate all’alba, per poi andare alla terrazza occidentale a goderci il tramonto. Le statue sono veramente impressionanti, il panorama magnifico.

Notte calda e ventosissima. Partiamo alle 8.30 per Diyarbakir. Viaggio abbastanza noioso, l’unica cosa carina è l’attraversamento dell’Eufrate con un piccolo traghetto. Verso le 14 arriviamo in città. Passo il pomeriggio in camera perché non sto tanto bene.

Alle 10 di Ferragosto partenza per Istanbul, perdiamo un po’ di tempo all’aeroporto perché alcuni bagagli non sono arrivati. Siamo in albergo alle 16 e ci sparpagliamo per la città. Con Ernesto, Claudio, Marco e Cris riusciamo a prendere un battello per un bel giro sul Bosforo.

Ritorno in Italia.