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Forse è un commento banale, ma quello che colpisce subito del Kazakhistan è che è tutto “grande”, vasto, immenso: dalla capitale che è una sorta di museo dell’architettura moderna con i suoi palazzi dalle strutture ardite, alla steppa infinita che si perde nell’orizzonte di un cielo basso con le nuvole in 3D così vicine che sembra di poterle toccare, ai canyon con massi giganteschi in un apparente instabile equilibrio, alle maestose architetture islamiche

KKT sito copertina6 agosto 2017 – Eccoci pronti: zaini, borse, marsupi, biglietti, passaporti. Sotto un acquazzone che libererà Milano per poche ore dal caldo opprimente che la attanaglia da alcune settimane, alle 10:00 Giampiero, Simone ed io saliamo sul Malpensa Express per prendere il volo delle 13:40 che ci porterà a Kiev, dove incontreremo Donatella e Tommaso di Ravenna e Floriana di Roma. Si viaggia con la UIA-Ukraina International Airlines (compagnia di bandiera che opera come una low cost: pasti a bordo solo a pagamento): arrivo a Kiev alle 17:30 (ora locale, 1h di fuso), partenza per Astana (dove ci incontriamo con Paolo che ha viaggiato su Minsk) alle 19:25 e arrivo in quella che dal 1997 è la capitale kazaka alle 4:30 (sempre ora locale, 4 ore di fuso) del lunedì mattina. Costo del volo 376,11 euro.

ASTANA, UN CONCENTRATO DI ARCHISTAR

7 agosto 2017 – L’ingresso in Kazakhistan (non occorre visto) è rapido e così la consegna dei bagagli: in poco più di un’ora arriviamo in albergo e siamo in branda per qualche ora di sonno.

Alle 9.30 siamo pronti, dopo avere battezzato l’inizio della vacanza con una colazione molto poco italiana (uova, panna acida ecc.), per il nostro primo giorno kazako, guidati da Yerdan, volenterosa ed esperta (nonostante la giovane età) guida che il corrispondente kazako di Avventure ci ha assegnato. Primo obiettivo: visita a Expo 2017. Inizio più che coerente con la genesi di questo viaggio: Giampiero propose ad Avventure nel Mondo una “prima” che comprendesse Kazakistan, Kighikistan e Tajikistan proprio dopo avere visitato il padiglione kazako all’Expo milanese del 2015.

Meno ampia rispetto all’edizione di Milano (del resto nella tassonomia delle Esposizioni, questa è “internazionale” mentre quella del 2015 era “universale”) è comunque interessante, ma è soprattutto imponente il padiglione kazako: una sfera di vetro e acciaio di 80 metri di diametro, all’interno della quale si sviluppano 7 piani, ciascuno dedicato a una diversa tipologia di risorsa energetica (Future Energy è il tema dell’esposizione). Per amor patrio, segnalo che la realizzazione della più grande struttura architettonica sferica mai realizzata dall'uomo, progettata dallo studio Adrian Smith+Gordon Gill di Chicago, è stata affidata a una PMI italiana, la Sunglass di Villafranca Padovana.

Nel tardo pomeriggio ci muoviamo verso il Khan Shatyr, una struttura trasparente che richiama la forma di una yurta, alta 150 metri, progettata dall’archistar Norman Foster e costruita con materiali innovativi che assorbono il calore trasferendolo all’interno anche quando fuori le temperature sono molto al di sotto dello zero, mentre la trasparenza del materiale utilizzato per l’involucro assicura il passaggio di luce naturale all’interno. Dalle descrizioni avevo una grande aspettativa che però viene disattesa una volta entrati nell’edificio: se l’esterno è sicuramente particolare, l’interno non si differenzia granché da un qualsiasi centro commerciale e, come sempre mi succede in questi luoghi, dopo un po’ non vedo l’ora di uscire.

Fa piuttosto caldo e alle 19 rientriamo in hotel stremati. Cena in un bar di fronte all’hotel che non promette nulla e invece si rivela un’ottima scelta: gustosi spiedini e zuppe deliziose, con cameriere entusiaste a tal punto della nostra presenza da chiederci di fare un piccolo filmato da postare sui social.

8 agosto 2017 – Oggi andremo alla scoperta della città e dei suoi edifici, per  realizzare i quali il padre-padrone del paese, Nursultan Äbişulı Nazarbaev, ha chiamato le più famose archistar mondiali. Appuntamento alle 9.30 (per fortuna in questo viaggio i tempi sono piuttosto rilassati) per affrontare un’ora e mezza di coda per salire sulla Torre Bayterek. Anch’essa progettata da Norman Foster, è un’alta torre di 97m (come l’anno in cui Astana divenne capitale e costruita nel punto in cui venne dichiarata l’indipendenza) in metallo e vetro, con all’apice una palla di 22 m di diametro che cambia colore secondo le ore del giorno. L'edificio, dove la sfera simboleggia un uovo e contemporaneamente il Sole e la torre un albero di pioppo, rappresenta la leggenda dell’uccello divino Samruk il quale depositava le sue uova, contenenti i desideri gli uomini e le risposte del futuro, in alto tra le fronde degli alberi, irraggiungibili per gli umani. All’interno della sfera sono presenti un globo con le firme di 17 rappresentanti religiosi e un triangolo con l’impronta della mano del presidente Nazarbayev: i kazaki (e qualche turista) vi poggiano la propria mano, azione considerata di buon auspicio.

La città è grande, nel senso che tutto è “grande”: dalle strade a 8 corsie, ai palazzi, ai monumenti, ma quando la vedi dall’alto della Torre ti rendi conto di come il tutto sia circondato dal niente. Intorno solo una steppa infinita.

Dopo la Bayterek andiamo a piedi verso il Palazzo presidenziale Ak Orda (letteralmente Orda bianca) passando tra le due torri dorate, sedi di istituti finanziari, più prosaicamente chiamate “lattine di birra”. L’Ak Orda, edificio di cinque piani con una superficie totale di 36.720 metri quadrati, è il luogo di lavoro ufficiale del presidente del Kazakistan: realizzato nel 2004 in cemento monolitico, è rivestito da lastre di marmo bianco italiano di 20–40 cm di spessore e culmina con una cupola blu-oro, sormontata da una spirale che arriva fino ad 80 metri di altezza.

Dalla piazza del Palazzo, circondato dagli edifici che ospitano governo e parlamento, si vede, in tutta la sua estrosità, la sala dei concerti Kazakstan Ortalyk, ideata e progettata dall’architetto italiano Manfredi Nicoletti, la cui forma ricorda i petali di un fiore resi dinamici dalla musica. L’edificio, che si sviluppa su un totale di 55.000 m2, è lungo circa 200 metri e ha un’altezza massima di 40 metri e le strutture esterne, i cosiddetti “petali”, sono realizzate interamente in cemento armato, con un rivestimento, in pannelli di vetro trasparente retro-verniciati di colore blu, ispirato dal colore della bandiera del Kazakistan.

Infine convinco i miei compagni di viaggio a visitare l’Atameken, una sorta di Kazakistan in miniatura. Lo ammetto, è una cosa “kitchissima”, ma per me è un vero e proprio tributo alla mia infanzia (da bambina adoravo le visite all’Italia in miniatura di Rimini).
Io incomincio ad accusare la stanchezza e quando entriamo al Museo Nazionale decido di fermarmi al bar dove sonnecchio fingendo di leggere il mio ebook senza perdermi lo spettacolo di un gigantesco e cangiante Samruk (l’uccello leggendario del quale abbiamo già fatto conoscenza alla Bayterek) che muove le ali al ritmo di una musica solenne.

Concludiamo la visita alla capitale della steppa con la Piramide della Pace e la Moschea Hazret Sultan.
Ideata e progettata da Norman Foster e da Buro Happold, la Piramide della Pace ospita aree e oggetti dedicati alle diverse religioni e culture presenti in Kazakistan. Come nel caso di altri edifici, l’esterno è più attraente dell’interno: la piramide, alta 62 metri e con una base di 62 x 62 metri, è composta da 130 specchi (quante le etnie kazake) e vista dall’alto rappresenta la bandiera del paese: blu cielo, lateralmente una striscia verticale di decorazioni tipiche, al centro il sole sotto al quale sta il Samruk.

Di fronte alla Piramide, altre costruzioni “faraoniche”: il Palazzo della creatività Shabyt  (un enorme catino blu), il Palazzo dell’Indipendenza (parallelepipedo “aggraziato” da un reticolo di rombi in acciaio) e il monumento Kazakh Eli (una colonna alta 91 m, come l’anno dell’indipendenza kazaka dall’Urss, e al cui apice c’è… indovinate un po’? Ma sempre “lui”, l’uccello dorato Samruk che si contende con Nazarbaev il primo premio nell’iconografia kazaka).

La Moschea Hazret Sultan è la seconda più grande moschea dell’Asia centrale dopo quella in Turkmenistan: costruita in classico stile islamico con ornamenti kazaki e minareti di 77 m, può ospitare fino a 5.000 fedeli; l’accappatoio azzurro con cappuccio che siamo obbligati a indossare ci trasforma in curiosi elfi.

OTRAR. LÀ DOVE È MORTO TAMERLANO

9 agosto 2017 - Questa mattina levataccia: appuntamento alle 6 per prendere il volo delle 8.40 per Shimkent (Kazakistan sud occidentale) dove ci attende la guida Shaira che sembra avere imparato il mestiere nel “Soviet time”, nonostante l’età, ma che poi si dimostra molto meno burbera di quanto non sia apparsa al primo contatto.

L’aeroporto, l’area bagagli e i bagni ci avvisano che stiamo cambiando registro: lontani dai fasti modernisti-napoleonici di Astana, eccoci molto più vicini all’Asia centrale di cui ho memoria.

In circa 2 ore arriviamo a Otrar: tipica fortezza dell’Asia centrale dove, in un’area di circa 2 km², gli strati più bassi dell’insediamento sono databili al I sec., mentre i monumenti più recenti sono dei secoli XII e XV. Distrutta da Gengis Khan nel 1300, Otrar è stata la città natale di Abu al Nasr-al-Farabi (870 - 950), autore di decine di opere di logica, metafisica, scienza, musica, medicina che gli valsero fra i contemporanei il titolo di “secondo maestro” dopo Aristotele, e il luogo dove morì Tamerlano (a causa di un’infezione da taglio da barba) nel 1405 mentre preparava un attacco alla Cina. La visita alle rovine pone il solito amletico dubbio: meglio una ricostruzione totale in una logica decisamente poco conservativa, ma sicuramente più attraente per i turisti ignoranti come me (come stanno facendo all’ingresso della cittadella) oppure riportare alla luce le rovine senza ulteriori interventi (come è stato fatto nell’area delle terme), lasciando un ammasso di pietre e sassi, interpretabile da soli appassionati? Dopo tanti viaggi non ho ancora trovato una risposta convincente al quesito.

Il caldo incomincia a farsi torrido e raggiungiamo con sollievo l’aria condizionata del pullmino, anche se il tempo per rinfrescarci è poco: solo 6 chilometri ci separano dal Mausoleo Arystan Bab costruito tra il XII e il XIV secolo; all’interno colonne di legno, all’esterno un infinito e curatissimo giardino di rose e un pozzo di acqua salata (ricca di sali minerali) dagli effetti salutari, diventato luogo di pellegrinaggio.

Raggiunti dal pullmino, percorriamo i 90 km che ci separano da Turkestan, città al confine con il deserto di Kyzylkume, e ci fermiamo in un ristorante quanto mai ristoratore, i cui rinfrescanti benefici vengono rapidamente annullati dalla canicola sotto la quale affrontiamo la visita al mausoleo di Kozha Akhmed Yasaui, grande maestro sufi della fine dell’XI sec. e seppellito all’interno della città. La piccola tomba originale del santo era luogo di pellegrinaggio già molto tempo prima che Tamerlano vi facesse erigere il mausoleo: gli interni sono abbastanza spogli, mentre l’esterno è imponente, soprattutto la facciata anteriore, rimasta incompiuta dopo la morte del condottiero; splendide le facciate laterali e le cupole ricoperte di maioliche blue e verdi. Obnubilata dal caldo perdo la facciata posteriore, anch’essa ricoperta di maioliche e seguo Shaira nella visita alla moschea sotterranea, con interni in legno, costruita nel luogo dove c’era la cella nella quale Kozha Akhmed Yasaui si ritirò negli ultimi anni di vita.

Praticamente in trance raggiungiamo il pullmino e stramazziamo in un lungo dormiveglia per le 3 ore di viaggio che ci separano da Zhabagly, porta di ingresso alla riserva naturale di Aksu-Zhabagly, la più vecchia dell’Asia Centrale.
Troviamo un’ottima sistemazione nella guest house gestita da un biologo, ultimo direttore “sovietico” della riserva naturale.

10 agosto 2017 – Partenza alle 8:30 per un trek relativamente breve alla cascata di Kishi Kindy che però io non riesco a fare perché la salita, seppure non ripidissima, unita a un sole impietoso mi provoca una leggera tachicardia. Torno quindi indietro insieme a Floriana e Shaira con le quali mi fermo all’ombra in una piccola radura ad aspettare gli altri, di ritorno dopo quattro ore e mezza. Ceniamo alla guest house e verso le 22 il nostro ospite ci porta alla stazione ferroviaria di Tyulkubas dove prendiamo il treno notturno per Almaty.

Ottima sistemazione in cabina a quattro cuccette, meglio della nostra prima classe.

TRA I BUDINI MULTICOLORE DEL PARCO NATURALE ALTYN EMEL

11 agosto 2017 – Arriviamo ad Almaty alle 9:00 freschi e riposati e veniamo “presi in carico” dalla simpatica Dina, giovane guida che si è laureata in lingue a Dubai. Sebbene abbia perso il suo ruolo di capitale, Almaty è più “città” di Astana, più viva, anche se ne assaporiamo pochi momenti: la visita alla cattedrale Zenkov, uno dei pochi edifici rimasti di epoca zarista (quasi tutti gli altri furono distrutti nel terremoto del 1911) non mi entusiasma mentre trovo gradevole il Museo degli strumenti musicali che vanta una bella collezione di strumenti tradizionali kazaki (arpe e corni in legno, la dombra a due corde e il kobiz a tre, il primo simile a un liuto, il secondo a una viola); come sempre piacevole e “istruttiva” la visita al mercato, soprattutto quello alimentare.

Partiamo per Basshyi per un viaggio un che durerà 6 ore immersi nei classici paesaggi centro-asiatici dove il concetto di immensità si perde in un orizzonte dal cielo basso. È prevista una sosta lungo il fiume Ili per vedere l’incisione di un Buddha, ma una pioggia battente che ci sorprende mentre siamo sulle rocce ci fa infradiciare e concludere rapidamente la visita; ci concediamo un veloce pic nic sotto un riparo di paglia e poi nuovamente in auto per arrivare a Basshyi poco prima di cena.

12 agosto 2017 – Siamo nel cuore della riserva naturale Altyn Emel, che comprende 4.596 km² di territorio prevalentemente arido e montuoso: circa 20 km² del parco sono ricoperti da foresta ripariale (vegetazione ai bordi dei fiumi), un habitat particolarmente prezioso dal punto di vista ecologico, i deserti costituiscono circa il 45% del parco, le zone rocciose circa il 30%,  praterie e foreste il 10% ciascuno, il 5% è ricoperto da boscaglia xerofila (vegetazione adattata a vivere in ambienti caratterizzati da lunghi periodi di siccità).
Il parco nazionale circonda le pendici sud-occidentali dell'Alatau Zungarico e si estende a nord del lago di Kapchagay, appena a nord del fiume Ili.

Il tempo non ci è favorevole con nuvoloni neri e gonfi di pioggia che ci seguono o ci precedono: vediamo da lontano le Aktau (montagne bianche) per correre rapidamente verso le Katutau (montagne rosse) dove decidiamo comunque di sfidare le intemperie e veniamo premiati perché riusciamo a fare il nostro piccolo trek senza bagnarci. Come descriverle? Enormi budini di crème caramel con alla base striature di succo di mirtilli cangiante che si trasforma in succo di fragole o di melograno.

Le montagne di Katutau e Aktau costituiscono un campo paleontologico di fama mondiale e negli strati dei depositi lacustri sono stati trovati i resti ben conservati di antichi animali la cui età stimata è di 25 milioni di anni. Nell’area protetta del parco vivono la rara gazzella dal gozzo (zheyran), le pecore argali, gli asini selvatici (kulan) e i cavalli di Przewalsky.

Torna a piovere e dopo un veloce spuntino risaliamo in auto per andare alle dune cantanti che, come sempre, sono silenti: è vero che in questo caso la sabbia è bagnata, ma anche in Mongolia io il “canto” prodotto dai granelli di sabbia mossi dal vento non l’ho proprio sentito.
Verso le 17.30 siamo a Basshyi per un meritato riposo pre cena.

13 agosto 2017 – Partiamo verso le 9 in direzione Zharkent percorrendo una bella strada asfaltata, mentre dai finestrini scorrono paesaggi bellissimi: vaste praterie dalle striature gialle e verdi, chiazze di mandrie libere, dalle mucche ai cammelli ai cavalli, con lo sfondo lontano di montagne che superano i 4.000 metri. L’attrazione di Zharkent è la moschea pagoda, il cui scheletro è composto da 122 colonne di legno fissate al sistema di travi senza alcun chiodo; fu costruita nel 1892 da un architetto cinese che, ci racconta la guida, al rientro in patria fu ucciso per avere “esportato” i segreti architettonici di una costruzione di questo tipo. La storia è curiosa anche se non ho trovato riscontri… ma su Internet non è detto si trovi proprio tutto!

Ottimo pranzo cinese lungo la strada e poi si prosegue per il canyon formato dal fiume Tamerlink, affluente del Charyn: bella passeggiata (sarebbe esagerato chiamarlo trek)  di un’oretta tra le rocce rossastre.

Verso le 18 siamo al villaggio Saty, in una bella sistemazione: una casetta tutta per noi con bagno interno; la cena è ricca e deliziosa.

DAI LAGHI INCANTATI KAINDY E KOLSAY AL CANYON CHARYN

14 agosto 2017 – Sono le 9 e siamo in auto, direzione lago Kaindy. Sono solo 15 km, ma impieghiamo circa un’ora per arrivare, lo sballottolamento è però ampiamente ricompensato dalla vista che si apre davanti a noi arrivati sul luogo.

Il mondo sembra capovolto: in un uno specchio d’acqua verdissima, decine di alberi perfettamente verticali sembrano stare a testa in giù, con le fronde che si intravedono sotto il pelo dell’acqua mentre tronchi spogli si stagliano nel cielo. In realtà gli alberi sono nella loro posizione naturale, piantati in un terreno che è stato sommerso dall’acqua del fiume intrufolatasi da un’apertura nella montagna provocata dal devastante terremoto del 1911. L’acqua gelida ha raggiunto la metà degli alberi “pietrificandoli”: al di sopra i tronchi hanno perso rami e fronde; al di sotto, una temperatura che non sale mai sopra i 10° e la conseguente assenza di batteri hanno permesso alle fronde di rimanere integre. Bella passeggiata di un paio d’ore per arrivare al pelo dell’acqua, là dove il terremoto ha aperto la montagna.

Torniamo a Saty per un lauto pasto nella guest house e subito dopo ripartiamo per i laghi Kolsay.

Inizialmente decido di fermarmi dove sono le auto, insieme a Donatella e Floriana, perché non ho molta voglia di camminare e il tempo è incerto, ma quando rispunta il sole cambio idea e scendo per una camminata affatto faticosa che mi regala begli scorci del primo lago. Di andare agli altri due non se ne parla: per il secondo sono necessarie 7 ore di trek e il terzo prevede una notte in tenda.

Rientro a Saty e piccolo giro del villaggio.

15 agosto 2017 – Oggi è il turno del canyon Charyn. Spettacolare. Arrivati sul posto scendiamo una ripida scala che ci porta alla base del canyon, 200 metri sotto il livello della strada. Formato dal fiume Charyn che scende dalla catena del Tien Shan, è costituito da rocce sedimentarie di 12 milioni di anni. I paesaggi sono di colore scarlatto, rosa e arancio; camminiamo in quella che viene chiamata la “valle dei castelli” dove le forme bizzarre delle rocce le fanno sembrare castelli incantati. È caldo, ma temevo peggio e non mi pesa particolarmente percorrere i 3-4 chilometri per arrivare all’eco park Charyn, un luogo delizioso ai bordi del fiume dove sarebbe molto gradevole passare la notte. Noi dobbiamo tornare ad Almaty, ma per chi volesse provare a prenotare una yurta o un bungalow, ecco l’indirizzo http://www.eco-park.kz/index_en.html .

Tornando verso le auto optiamo per la scorciatoia, il che significa intraprendere una ripida salita che riesco a superare solo grazie all’aiuto di Paolo nei punti più ripidi mentre Giampiero e Tommaso supportano rispettivamente Floriana e Donatella. La componente femminile del gruppo ha decisamente scalchignato in questo tratto!

Raggiunte le auto, ripartiamo in direzione Almaty, fermandoci prima a Esik al Museo dell’Uomo d’Oro dove sono esposti diversi reperti archeologici e una copia del costume dell’Uomo d’Oro (con tutta probabilità un principe o una principessa saka sepolto con un equipaggiamento da guerriero e un ricco corredo funebre, inclusi 4.000 ornamenti d’oro), la cui mummia fu ritrovata nei dintorni, e che è diventata uno dei simboli del Kazakhistan. A dire la verità, il museo in sé non vale molto la pena, ma la collocazione sì essendo circondato da tumuli funerari (kurgan) dei saka (sciti orientali).

Arrivati ad Almaty salutiamo la nostra simpatica Dina e ci godiamo una cena di ottimi spiedini.

VERSO IL KIRGHIZISTAN

16 agosto 2017 - Partenza alla 8 alla volta dei petroglifi Tamgalay accompagnati da Valentina, la guida che ci accompagnerà fino al confine e che si rivela una via di mezzo tra una “giovane marmotta”, un Indiana Jones in gonnella  e un’istitutrice sovietica. Le incisioni rupestri di Tamgaly (in lingua kazaka significa luogo dipinto o segnato) risalgono per la maggior parte all’età del bronzo; alcune sono state però  ricoperte da incisioni più tarde, di epoca medievale o successiva. Sono più di 5.000 incisioni, indubbiamente molto belle: alcune raffigurano animali come cervi, cavalli, capre e cammelli, ma parecchie rappresentano scene di culto, in particolare, uomini nell’atto di adorare il sole, personificato da un uomo-sole, ovvero delle figure antropomorfe che presentano il disco solare al posto della testa.

La visita non è particolarmente stancante, il sole e l’età hanno però il loro peso e a un certo punto decido di non proseguire, ma Valentina non ammette defezioni e devo simulare un malore per convincerla a lasciarmi riposare all’ombra.

Dopo un pic nic perfettamente organizzato, con tanto di ottima torta di mele fatta in casa dalla nostra mitica accompagnatrice, ci dirigiamo verso la frontiera con il Kirghizistan oltre la quale ci aspetta Valeri.

Il diario del seguito del viaggio prosegue qui.