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Un viaggio di 17 giorni che ci porta dai villaggi del Nord del Laos con lunghe camminate nella giungla visitando sperduti villaggi nelle montagne e placide navigazioni del Mekong e del Nam Ou, con una rigenerante sosta nella serena Luang Prabang tra Vat e stupa.

21-30 dicembre 2012

Una volta tanto si parte con tutta calma alle 11 per Malpensa dove, alle 14.20 ci attende il volo per Dubai. In aeroporto io e Giampiero incontriamo un primo pezzo del gruppetto, siamo solo in otto (anche questa una piacevole condizione), è il “troncone” veneto: Rossana, Livio e Donatella.

Partiamo con un’ora di ritardo e a Dubai ci ricongiungiamo con il resto della compagnia: Silvano, Germana e Giovanna.

Alle 3 (ora locale) imbarco per Calcutta dove arriviamo alle 7.45 (sempre ora locale); quindi volo per Bangkok (12.20 partenza; 16.20 arrivo) e successivo imbarco per Chang Rai (19.55-21.15). Finalmente, alle 23, con un bus privato arriviamo a Chiang Khong, al confine con il Laos. Complessivamente, da quando sono uscita di casa a Milano sono passate 30 ore. Come direbbe Forrest Gamp “sono un po’ stanchina”.

 Colazione con uova e salsicce. L’albergo di Chiang Khong (Green In Hotel, 25 dollari a stanza doppia) è stata un’ottima sistemazione.

Alle 8, due tuk tuk ci aspettano per portarci all’imbarco per attraversare il Mekong e passare la frontiera. In Laos vige una simpatica legge che obbliga i “gruppi” (dalle 3 persone in su) a usufruire di una guida locale, piuttosto costosa per gli standard locali, e quindi il nostro gruppo si smembra per esplicare le pratiche di frontiera e si dà appuntamento in una via secondaria della cittadina laotiana di Huay Xai dove ci attende il bus per la prima tappa vera e propria del nostro viaggio. Le pratiche di frontiera sono piuttosto semplici e rapide, 36 dollari di visto di ingresso che si compila al momento, cambio valuta e via.

NEI VILLAGGI DEL NORD

La prima meta è Luang Namtha a 160 km circa dal confine. Le condizioni della strada sono ottime, ma è piuttosto tortuosa, con curve e salite per cui non si raggiugono grandi velocità. La vegetazione è lussureggiante. È la mia prima volta in un paese tropicale e mi stupiscono questi bambù che paiono querce e queste piante le cui foglie hanno la forma di quelle dei nostri potus, ma sotto una delle quali potremmo tranquillamente ripararci in 2 o 3 dal sole o dalla pioggia.

La strada è fiancheggiata da micro villaggi con case in legno e bambù costruite su palafitte (e questo dà subito l’idea di cosa deve essere questo paese nel periodo dei monsoni se anche in collina si sono attrezzati come se fossero in riva a un fiume).

Brevissima pausa pranzo e sosta alle grotte Pak Rao. Un percorso di circa 40 minuti, in alcuni punti piuttosto sconnesso e disseminato da stalattiti e stalagmiti. Purtroppo ogni nostro passo contribuisce a distruggere definitivamente il delicato ecosistema di queste grotte: a parte una breve passerella iniziale, per il resto si cammina tra le conformazioni rocciose, il terreno è scivoloso ed è inevitabile tenersi alle stalattiti. Comunque è una bella camminata e il lato positivo di farla in una grotta non “attrezzata”, quindi con la sola illuminazione delle nostre torce, la rende suggestiva.

Ripartiamo e alle 16 siamo a Luang Namtha dove alloggiamo alla guest house Zuela (molto, molto carina, 10 dollari la doppia). Bella passeggiata fino allo Stupa Dorato, costruito nel 2009 su una collina che domina la città, per cui ci godiamo un bel tramonto tra naga (serpenti “sacri”), Buddha in tutte le posizioni possibili e “pinnacoli” dorati di varie forme e dimensioni. Lo stupa in sé non è gran cosa, ma l’insieme, la vista, l’orario favorevole, il clima di serenità e tranquillità che aleggia intorno a noi (tutti sembrano muoversi al rallentatore, i rumori sono ovattati, non senti gridare e quando ti incontrano non mancano di sorriderti, non ultimo il fatto che siamo in vacanza!) ci fanno godere con molto piacere questa oretta di relax.

Al ritorno, rapido aperitivo al Night Market, bancarelle che offrono cibo di vario tipo e forma nonché bevande che puoi poi consumare in tavoli “comunitari”; quindi rientro in hotel, doccia e siamo pronti per la cena, ottima con vera e propria abbuffata di involtini primavera, che consumiamo al Minority Restaurant (7 dollari a persona).

Partenza alle 8, meta Nong Khiaw. La strada sale, attraversando una vegetazione sempre più rigogliosa con valli che si incastrano tra montagne che sembrano tanti panettoni verdi (anche la natura “montana”, qui, non è mai spigolosa). Lungo il percorso ancora villaggi su palafitte con la vita, bambini, animali, mercanzie in vendita, che si svolge lungo la strada principale. Sosta allo stupa Phu That: anche in questo caso più che la costruzione in sé è molto bello il panorama. Del resto dovremo abituarci a rimanere un po’ delusi dagli aspetti architettonici e più “culturali” di queste visite: da una parte, almeno per quanto mi riguarda, è un tipo di architettura che mi fa sempre un po’ l’impressione della “paccottiglia” (termine certo brutto e irriverente, ma tant’è …); dall’altra, questo paese è stato devastato dalle bombe americane durante la guerra del Vietnam (le cifre ufficiali dichiarano 2.093.000 tonnellate di bombe, ma dato che per lungo tempo gli Usa non hanno ammesso il bombardamento del neutrale Laos è difficile dire se questo numero corrisponde alla realtà) e quindi è rimasto ben poco di antico.

Piccola sosta a delle cascatelle, niente di che, ma ottima scusa per sgranchirsi le gambe. Alle 15 eccoci a Nong Khiaw, placida cittadina adagiata sulle sponde del Nam Ou, un affluente del Mekong, dove prendiamo possesso dei nostri bungalow alla guest house Nam Houm (15 dollari la doppia, credo): le “solite” palafitte, con terrazzino piacevolmente attrezzato con sdraio e amaca, in riva al fiume. Ci sparpagliamo per il villaggio concedendoci anche saune e massaggi. Cena di Natale.

NAVIGANDO IL NAM OU

Partenza alle 8.30 con barca privata di 8 posti per risalire il Nam Ou. La barca è stretta e bassa, io e Giampiero siamo vicini al motore e l’acqua giallastra, la vegetazione che si getta nel fiume con le montagne sullo sfondo, la leggera bruma che si alza lentamente, le letture preparatorie al viaggio giocano una suggestione da Apocalypse Now. Attracchiamo dopo un’oretta di navigazione (forse anche meno, ma qui il tempo è una misura che si dilata e si restringe sulla base delle sensazioni più che sul suo reale scorrere) e iniziamo una bella camminata nella giungla e tra le risaie (al momento secche). Ci guida Noy, un “ragazzo” di 36 anni che ne dimostra 10 di meno. Mi immergo in questa natura che continua a stupirmi; attraversiamo ruscelli, risaliamo pendii, circondati da odori nuovi, scorgo dei bellissimi fiori rossi per rendermi conto che si tratta di “stelle di natale”: sono alberi, fratelli maggiori delle piantine lillipuziane che siamo abituati a vedere nei nostri vasi milanesi.

Dopo circa 1.30 h di cammino arriviamo al villaggio Ban Pha Yong dove ci fermiamo per consumare il nostro pranzo di Natale: una zuppa deliziosa e un piatto comune di carne e verdure ottimo, il tutto accompagnato da riso glutinoso confezionato in pacchettini di foglie di palma. Le strade del villaggio sono in terra battuta, le case di legno e bambù, un insieme pulito e ordinato allietato dalla presenza di numerosi bambini e, come sempre, di persone sorridenti e gentili. Riprendiamo il trek e dopo un’altra ora e mezza, un po’ più faticosa perché il caldo si fa sentire, eccoci a Ban Sobkhan dove passiamo la notte divisi in due case. Prima di entrare nel villaggio ci fermiamo in una scuola elementare: è una bella struttura in muratura con un grande prato davanti, le lezioni sono in corso e i bambini continuano a seguire attenti le maestre senza farsi distrarre dalla nostra presenza.

La famiglia che ospita me e Giampiero, insieme a Silvano e Livio, è l’unica ad avere un tavolo sufficientemente grande per tutti e 8 (10 in realtà perché a noi si aggiungono Noy e il “sindaco” del paese che parla solo laotiano, ma partecipa imperterrito alla nostra cena) ed è qui che consumiamo il pasto cucinato dallo stesso Noy: buono anche se ci ha dato un po’ dentro con il coriandolo.

Si dorme in un’unica stanza su sottili materassini stesi per terra, comunque si va a letto presto perché alle 10 tolgono la corrente.

Partenza alle 8 in barca verso Moung Ngoi che oltrepassiamo per raggiungere il villaggio di Ban Sopcham i cui abitanti sono specializzati nella tessitura e infatti le sue strade sono piene di teli e sciarpe in seta esposti in colorati filari davanti alle case-laboratorio. Il contrasto cromatico tra i variopinti tessuti svolazzanti e il marrone di strade e abitazioni è un’istigazione allo scatto fotografico. Ed eccoci di nuovo in marcia per un’altra oretta di cammino, inizialmente un po’ faticoso, ma che si trasforma rapidamente nella solita tranquilla passeggiata.

Sosta al villaggio Ban Hat Sapheiy dove riprendiamo la barca che torna indietro, supera nuovamente Moung Noi e il villaggio dove abbiamo trascorso la notte per attraccare in un punto più a valle, la nostra meta sono le cascate Tat Mok. Non ci è chiaro il perché di tutto questo su e giù lungo il fiume, ma poi realizziamo che il sole inizia a comparire verso le 11 e la mattina presto non avrebbe avuto senso venire alle cascate dato che non avremmo certo apprezzato la frescura del posto come è avvenuto arrivando verso le 14 dopo un’altra ora di camminata. Siamo un po’ affamati dato che abbiamo saltato il pranzo, ma la nostra occidentale superalimentazione ci fornisce le energie necessarie per affrontare questo mite digiuno.

Camminando sentiamo un gran botto, Noy ci spiega che stanno bonificando un percorso nella giungla per portare l’energia elettrica a Moung Ngoi (attualmente fornita da un generatore) e quindi fanno brillare le bombe inesplose delle quali la giungla è ancora piena. E anche poco dopo, quando riprendiamo la navigazione, la nostra barca, insieme ad altre due, viene bloccata per impedirne il passaggio nel tratto di fiume vicino al luogo di “bonifica” nel momento dell’esplosione. Dopo un altro botto, più impressionante del primo sia perché adesso sappiamo di cosa si tratta sia perché è più vicino, ci viene permesso di ripartire e passiamo dal punto dove un fumo denso si sprigiona dalla giungla a l’aria si riempie di un odore acre di esplosivo.

 Arriviamo a Moung Ngoi verso le 16 e solo in tre hanno la forza di proseguire andando a visitare delle altre grotte. Alloggiamo all’hotel Rainbow, la stanza è gradevole e il terrazzo ha una bella vista sul fiume. Io e Giampiero facciamo una tranquilla passeggiata per il paese. Cena presso un’altra famiglia: a me non dispiace anche se non tutti i componenti del gruppo la trovano soddisfacente, certo è molto piccante.

NELLA CITTÀ DELLA PACE: LUANG PRABANG

Giornata intera di navigazione per giungere a Luang Prabang. Partiamo alle 7, facciamo il cambio barca a Nong Khiaw alle 9 e arriviamo in città alle 16, dopo esserci fermati alle grotte Pak Ou situate nel punto dove il Nam Ou si congiunge con il Mekong. La parete carsica nella quale si trovano le grotte è maestosa, ma le grotte in sé, zeppe di statue di Buddha di tutte le dimensioni, sono un piccola delusione. Molto belle invece le ore di placida navigazione anche se fa piuttosto freddo e di sole, purtroppo, non c’è traccia fino alle 11 quando finalmente la bruma mattutina si dirada e i colori risplendono vivaci.

Laos Luang

L’albergo di Luang Prabang è molto economico, 12 dollari la stanza doppia, ma dignitoso. Del resto avevamo telefonato a diversi ed erano tutti pieni. Sbrigate alcune pratiche per l’organizzazione dei prossimi giorni, io e Giampiero facciamo un primo giro per la città, senza meta e senza obiettivi: un primo bighellonare per assaporarne un po’ l’atmosfera. La città è adagiata alla confluenza tra il Mekong e il Nam Khan, poche le auto, qualche bicicletta e, ancora una volta, questa piacevole sensazione di pace: i rumori attutiti, il lento scorrere del Mekong sotto di noi, il verde della giungla circostante, la consapevolezza che non può succederti nulla di brutto anche se le strade sono semibuie e la presenza umana si manifesta in silenziose ombre che attraversano i vicoli… viene quasi spontaneo parlare a bassa voce.

 Ci ricongiungiamo con il resto del gruppo in albergo per dirigerci al night market, brulicante di vita con bancarelle colme di prodotti di tutti i tipi, e trovare un ristorante per consumare la cena. Prima di tornare in albergo io e Giampiero ci fermiamo in un’enoteca dove ci godiamo un gustoso bicchiere di Malbec argentino.

Sveglia alle 5.30 per non perdere la Tak Bat. Tutte le mattine all’alba, i monaci, scalzi e con le ciotole appese alla spalla, escono dai monasteri in gruppetti per raccogliere le offerte di cibo porte loro dalle persone in attesa lungo la strada su stuoie sulle quali vengono disposti riso e frutta. I monaci dimostrano così i loro voti di povertà e umiltà (gli unici beni autorizzati a possedere sono un rasoio e un ombrello nero) e i buddhisti laici conseguono, con questa pratica, meriti spirituali. Assistiamo alla cerimonia in una strada laterale e questo ci consente di sentire meno la pressione dei numerosi turisti che, come noi, si assiepano sui marciapiedi per fotografare il passaggio dei monaci. Nonostante la presenza, a volte un po’ importuna, di questi “osservatori” lo sfilare in rapidi passettini dei monaci è comunque suggestivo.

Alle 7 lo “spettacolo” è finito, i monaci si sono sparsi per le vie della città e noi ci fiondiamo in una pasticceria francese per una fantastica colazione, molto caritatevole… per i nostri stomaci.  La giornata trascorre visitando i numerosi monasteri della città, a partire dal Wat Xieng Thong con un sim (il luogo dove avviene l’ordinazione dei monaci e si tengono le più importanti cerimonie) del 1560, e il Palazzo Reale.

Concludiamo la giornata sulla collina Phu Si sulla cui cima è stato costruito uno stupa dorato, il That Chomsi. Il tramonto, con la luce violacea che si rispecchia nell’acqua, è molto fotogenico ma l’atmosfera affatto suggestiva per le decine di turisti assiepati sulla piccola piattaforma alle spalle dello stupa; il caldo, le zanzare, l’improvvisa e inaspettata immersione in questa umanità vociante ci fanno rapidamente abbandonare il luogo. Cena al Dyen Sabai, sull’altra sponda del Nam Khan, raggiungibile attraversando un ponte di bambù che viene ricostruito ogni anno, dopo che le piene estive lo hanno spazzato via. Tra le altre cose ci viene servita una sorta di fonduta di verdure e carne, un po’ complicata da mangiare ma decisamente gustosa.

Noleggiamo le biciclette e ci muoviamo verso il mercato del mattino. È il mercato alimentare, una vera apoteosi di colori, cibi dalle forme e dagli odori sconosciuti, alcuni decisamente allettanti, altri che ci lasciano un po’ perplessi (come delle uova sode immerse in una strana salamoia marroncina) e altri ancora decisamente ripugnanti (topi secchi e pipistrelli infilzati in spiedi pronti per essere cotti alla brace). E poi ancora Wat di tutti i tipi e le misure e quindi visita al centro tessile OckPop Tok, verso la periferia della città, dove ci vengono illustrati i segreti della lavorazione della seta. Torniamo verso il centro e, attraversato il ponte vecchio, andiamo sull’altra sponda del Nam Khan dove entriamo in un paio di monasteri decisamente più poveri di quelli del centro. Rientro in albergo dove, insieme agli altri, andiamo sull’altra sponda del Mekong; quando raggiungiamo la riva e ci voltiamo verso Luang Prabang ci rendiamo conto che la città è sparita, completamente nascosta dalla vegetazione dalla quale emerge solo la punta del That Chomsi.

La città è a soli 5 minuti di barca ma qui è un altro mondo, siamo di nuovo immersi nella placida vita dei villaggi del Nord.

Al ritorno, io e Giampiero andiamo per acquisti, quindi, tutti insieme, al night market per cenare alle bancarelle dove, per 1$ puoi riempire un piatto di tutto quello che vuoi.

LASCIAMO IL LAOS

Levataccia alle 6 e partenza in bus per Vientiane. L’alba ci sorprende sulla strada sinuosa che si inerpica sulle montagne a sud di Luang Prabang. Il paesaggio è magico, il fiume che scorre sotto di noi può essere solo intuito perché il fondovalle è immerso in una fitta nebbia. Eravamo indecisi se prendere un aereo per Vientiane dato che l’orribile piano voli di questo viaggio ha ridotto di 1 giorno la nostra permanenza in Laos e questo tragitto via terra, pur trattandosi di soli 360 km, ci porterà via tutta la giornata, ma poi abbiamo concordato che non avrebbe avuto senso correre e perderci quella che di fatto si è rivelata una bellissima strada. Certo, 9 ore di bus sono molte e arriviamo a Vientiane piuttosto stravolti, ma soprattutto le prime 5 ore sono state una goduria per gli occhi.

E il viaggio continua in Cambogia.