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Perito Moreno
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Il nome di per sé evoca l’idea di viaggio per antonomasia. Perito Moreno, Penisola Valdes, Fitz Roy, Cerro Torre, Torri del Paine: un’immersione totale in una natura imponente. 

26 dicembre 2015 - 9 gennaio 2016

Il 26 dicembre alle 11.30 appuntamento a Linate con Giusi, Giacomo, Roberto e Piera arrivati rispettivamente da Mantova, Cormano e Savona. Alle 13 parte puntuale il volo per Roma, ma sull’aereo mi rendo conto che le carte d’imbarco dei voli per Buenos Aires e Trelew hanno orari strani. Infatti, arrivati a Roma scopriamo che il volo ha 11 ore di ritardo e quindi perderemo la coincidenza per Trelew.

Ci troviamo con gli altri compagni di viaggio: Giampiero e Simone, Michela (napoletana che vive a Brescia), Paola (di Firenze), Cristina (di Pescara che vive a Milano), Valeria, Marina, Enrico, Francesca ed Enrica (tutti di Roma). Inizia un lungo peregrinare per capire cosa ne sarà di noi. Alla fine ci dicono che Aerolinas Argentinas ci pagherà la notte a Roma e quella a Buenos Aires, ma saremo obbligati a concentrare il giro alla penisola Valdes in una sola giornata.

In ogni caso, per me la vacanza inizia quando esco da casa con la valigia e quindi il contrattempo non mi sconvolge più di tanto. Anche i romani decidono di passare la notte nell’albergo vicino all’aeroporto, ma mentre io, Giampiero, Simone, Enrico, Francesca ed Enrica decidiamo di cenare a Fiumicino, dove ci raggiugono il fratello di Giampiero, Flaviano, e la compagna Noemi, gli altri vanno in città per una notte brava romana.

La sveglia è alle 3.30 per partire alle 4.55. Durante il volo non dormo granché: sull’Atlantico ci sono belle perturbazioni, si balla un po’ e io finisco con lo stare male. Finalmente arriviamo in hotel dove ci raggiungono Rolando, il cugino di Giampiero, con la moglie Alicia e il figlio Joaquin; andiamo a mangiare un gelato, ma preferiamo cenare in albergo e andare subito a letto dato che l’indomani, 28 dicembre, la sveglia è alle 2.30 per prendere il volo per Trelew.

PENISOLA VALDES: PARADISO DI PINGUINI, ELEFANTI E LEONI MARINI

I fedeli pinguini Magellano

006 PensiolaValdes

La più grande colonia di pinguini Magellano si trova a Punta Tombo (che non riusciamo a visitare a causa dei disguidi aerei), ma piccole colonie sono sparse in vari punti della costa del Chubut e nella penisola Valdes. Dopo aver trascorso l’inverno nelle coste del Brasile, più di duecentomila coppie di pinguini Magellano arrivano alle coste del Chubut a metà settembre per riprodursi. I primi sono i maschi che giungono a terra qualche giorno prima delle loro compagne (sono monogami e formano coppie stabili) e cominciano a pulire e a rimettere a nuovo lo stesso nido che è stato usato l’anno prima. Quindi aspettano riposati l’arrivo delle compagne che avverrà un paio di giorni più tardi. La deposizione delle uova ha luogo a fine settembre e ogni femmina ne depone normalmente due, con un intervallo di circa quattro giorni fra l’uno e l’altro. Dopo 40 giorni di incubazione, in novembre, nascono i piccoli. lunghi non più di 13 cm, pesanti 60 grammi e ricoperti di un sottile piumaggio grigio, in tutto e per tutto dipendenti dai genitori, che per tre mesi ne cureranno l’alimentazione, rigurgitando nel becco dei nati il cibo predigerito. A dicembre i piccoli già escono dal nido e affollano la colonia, e ben presto alla peluria si sostituisce il caratteristico piumaggio bianco e nero che permetterà loro di affrontare i rigori delle acque oceaniche. Terminata la muta annuale del piumaggio, tra la fine di marzo e l’inizio di aprile tutta la colonia abbandona la terraferma per ritornare all’oceano, dirigendosi verso nord, verso le coste del Brasile e dell’Uruguay.

Decollo alle 5, 1.30 di volo e all’aeroporto ci viene a prendere Juan per iniziare subito il giro della penisola Valdes saltando Punta Tombo, dove avremmo dovuto vedere la più grande colonia di pinguini Magellano (vedi riquadro a fianco), perché proprio non ce n’è il tempo.

La Penisola è una riserva naturale dove vanno a riprodursi pinguini, leoni ed elefanti marini, balene. Caricati i bagagli nel pulmino, partiamo alla volta della Penisola, Juan ci spiega molto bene tutta la storia delle migrazioni, delle orche che si spiaggiano per mangiare i piccoli di leoni ed elefanti marini, ma noi non ne vedremo perché ormai la loro stagione è terminata. Sosta all’Istmo di Ameghino per l’acquisto dei biglietti di ingresso nella riserva e per visitare il piccolo museo che illustra la flora e la fauna del luogo e contiene anche uno scheletro di balena; dalla torretta vicina al museo si vedono i due golfi formati dalla penisola. Quindi ci fermiamo a Punta Cantor dove, sulla destra, si può osservare a una distanza di circa 50 metri un gruppetto di leoni marini disteso al sole che si butta sabbia addosso per rinfrescarsi. In effetti fa decisamente caldo, ci sono 35°; un sentiero sulla sinistra conduce al punto panoramico attraverso la lingua di sabbia della Caleta Valdes per ammirare una piccola colonia di pinguini Magellano, sono tutti indaffarati intorno ai propri nidi, scavati nella sabbia, dai quali entrano ed escono in continuazione. DI nuovo sul bus per Punta Norte dove, camminando lungo una sottile passerella prospiciente la spiaggia, vediamo altri leoni marini e elefanti marini; purtroppo niente orche, la stagione è troppo inoltrata. Nel parcheggio un armadillo passeggia tranquillo in mezzo a noi e alcuni struzzi ci guardano con sufficienza. Quindi sosta a Puerto Pyramides per un pranzo veloce al sacco e breve passeggiata lungo la sottile striscia di promontorio per osservare il panorama, le calette sono deliziose e verrebbe voglia di farsi un bel tuffo, ma l’acqua deve essere gelida. In tutto percorriamo più di 500 chilometri e nel pomeriggio arriviamo a Puerto Madryn. Ottima cena e poi in branda.

La sveglia è alle 4 per prendere, alle 7 il volo per Buenos Aires e poi alle 11 la coincidenza per El Calafate. Purtroppo non c’è un volo diretto e ci tocca fare questo su e giù.

FITZ ROY: 23 CHILOMETRI (PER ME 21)

Il volo da Buenos Aires a El Calafate dura 4 ore e poi abbiamo ancora circa 3 ore di pullman per El Chalten, cittadina del Parque Nacional Los Glaciares da dove partono tutti i trek della zona. Nel tardo pomeriggio arriviamo all’Hotel Lago del Desierto, ottima sistemazione, e l’indomani alle 7.30, con acqua e panini, partenza per il primo trek (23 km in tutto, 10 all’andata e 13 al ritorno).

TrekFtizCerroCi facciamo portare in auto fino all’Hostaria El Pilar e verso le 8.30 inizia il trek attraversando un bosco di faggi piegati dal vento; in circa 1 ora e 30 di cammino, piacevole e affatto faticoso, si arriva al mirador del ghiacciaio Piedras Blancas: le cime sono innevate e lo spettacolo è intenso. Si prosegue in mezzo al bosco iniziando a salire e in circa 1 ora si arriva al Campamento Poincenot; questi primi 8 chilometri non sono stati per niente faticosi e decidiamo quasi tutti di proseguire (dal campeggio al Fitz Roy la strada è la stessa in andata e ritorno e molti arrivano fin qui per poi andare a El Chalten). Il paesaggio è bellissimo e il Fitz Roy si staglia sopra di noi.

Attraversiamo il ponticello sul Rio Blanco e si comincia a salire su un sentiero segnalato, la salita comincia a farsi ripida e ci distanziamo, ognuno con il suo passo; io naturalmente chiudo il gruppo. L’ultimo tratto è un vero muro (480 m di dislivello in 2 Km, per 1 ora e mezza circa), lo si percorre camminando su una pietraia fino alla Laguna de Los Tres (1170 m), ma io a 30-45 minuti dalla vetta mollo il colpo e inizio un ritorno in solitaria. Mi fermo al campeggio per mangiare il mio pranzetto di barrette e poi mi incammino. Ogni tanto incontro qualcuno che sale o che mi sorpassa scendendo, camminare da sola mi piace moltissimo; oltre a potermi gestire i miei tempi, mi godo la solitudine tra questi stupendi paesaggi. In ogni viaggio ho bisogno di momenti come questo e ne assaporo ogni istante.

A metà percorso mi fermo alla Laguna Capri dove puccio i piedi nell’acqua gelida del lago e mangio un po’ di frutta secca. Mi fermerei delle ore, ma ho ancora parecchia strada da percorrere. Gli ultimi chilometri sono abbastanza affaticata, ma finalmente vedo dall’alto il paese, ma mi ci vorrà ancora una buona mezz’ora per arrivare all’hotel, nel quale entro alle 17.30 abbastanza sfinita.

CERRO TORRE: 18 CHILOMETRI (PER ME 10)

Sveglia alle 6.45 per partire circa un’ora dopo per il Cerro Torre imboccando un sentiero a poche centinaia di metri dal nostro albergo; all’inizio la salita è abbastanza ripida per circa un’ora e un quarto per arrivare al primo mirador, da cui si vede una porzione del Glacier grande. Da qui in poi si affrontano una serie di piccoli saliscendi fino ad arrivare a livello del Río de las Vueltas, con un lungo tratto in piano.

In circa due ore eccoci al bivio tra i sentieri per le lagune Madre e Hija e il Campamento Poicenot da una parte e il Campamento De Agostini e Mirador Maestri dall’altra. Prendiamo quest’ultima direzione per raggiungere in pochi minuti il Belvedere Laguna Torre da dove, il tempo è splendido, si staglia il Cerro Torre (considerato una delle cime più inaccessibili del mondo) affiancato dalle cime sorelle Cerro Adele e Torre Egger.

Ma circa a metà strada decido di fermarmi, la fatica del giorno prima si fa sentire, ma soprattutto ho un fastidioso dolore alla caviglia che temo aumenti. Poco dopo vengo raggiunta da Valeria, anche lei dolorante, e torniamo insieme. Rientriamo in albergo alle 15.30 e partiamo dopo poco per El Calafate; per fortuna facciamo il cenone in albergo così alle 0.01 posso lasciare tutti e andarmene in stanza. Crollo sfinita.

DALL’UPSALA AL PERITO MORENO

I ghiacciai

GlaciaresLIbro

Il ghiacciaio Perito Moreno e quelli Upsala e Spegazzini sono molto diversi. Alla base del primo una sorta di cuscino d’acqua lo tiene staccato dalla roccia; il ghiaccio, avanzando, raggiunge la penisola de Magallanes che forma una vera e propria diga naturale, la quale provoca un innalzamento dell’acqua nel Brazo Rico; la pressione esercitata da questa massa d’acqua finisce con l’erodere il fronte del ghiaccio che si sgretola, frantumandosi in blocchi più o meno grossi che crollano in acqua; la rovinosa caduta impedisce il formarsi di iceberg. Il ghiacciaio Upsala, che con una superficie di 870 km2, una lunghezza di 60 chilometri e una larghezza di 10 è il ghiacciaio più grande dell’America Meridionale, invece scivola sull’acqua galleggiando fino a che il peso sospeso in acqua non si spezza, e il fronte si rompe creando grandi iceberg che cominciano a galleggiare sul lago spinti dai venti.

Sveglia alle 8 e alle 9, armati di acqua e panini, siamo pronti alla partenza per Punta Bandera dove ci imbarchiamo per la navigazione sul lago Argentino. L’imbarcazione è un moderno catamarano e durante la navigazione si può anche stare all’interno e godersi il panorma attraverso le ampie vetrate, ma ovviamente star fuori è molto più bello anche se fa un bel freddo; il vento è gelido e bisogna coprirsi bene. Navighiamo lungo il Brazo Norte del lago e poi il Canal Upsala fino alla lunga lingua di ghiaccio del ghiacciaio Upsala che scende nel lago con 5 km di parete.

Si torna indietro e si imbocca il Canal Spegazzini, fino all’omonimo ghiacciaio. Torniamo quindi a Punta Bandera e dopo avere consumato il nostro pasto frugale andiamo con il bus verso il Perito Moreno.

Il fronte del ghiacciaio è spettacolare: una parete alta fino a 70 metri per un fronte di 5 chilometri. La passeggiata sulle passarelle nella penisola de Magallanes, di fronte al ghiacciaio, è bellissima e resteresti delle ore lì, affascinato a guardare questa massa di 250 km2 che scivola sul lago Argentino sgretolandosi con un rumore sordo. Rimaniamo tutti in attesa di vedere un blocco rovesciare rumorosamente nell’acqua e finalmente la nostra pazienza viene premiata. È impressionante.

L’indomani ci aspetta un’altra bellissima esperienza, torniamo al Perito Moreno per un trek con i ramponi sul ghiacciaio. Fantastico. Ci imbarchiamo al porticciolo Bajo de las Sombras e dopo circa 20 minuti arriviamo nel punto da dove parte una breve passeggiata nel bosco e poi, la ramponata di circa un’ora. Tutti in fila, sentendo il rumore sordo del ghiaccio e guardando l’azzurro intenso del ghiaccio dei crepacci, tra lingue di ghiaccio che si stagliano intorno a noi. Non si può davvero perdere, ma non è facile trovare posto al momento (soprattutto per gruppi numerosi), per cui meglio prenotare sul sito dell’organizzazione (www.hieloyaventura.com).

Poi ritorno a El Calafate da dove partiamo verso le 17.30 per il Cile.

Il viaggio è lungo, bel paesaggio ma ogni tanto mi addormento perché la stanchezza si fa sentire. Alla frontiera abbiamo qualche minuto di brivido perché, nonostante abbia il suo passaporto (e per averlo c’è necessariamente l’autorizzazione di entrambi i genitori), la guardia di frontiera cilena non vuole far passare Simone perché non c’è la madre (o sua autorizzazione scritta). Giampiero non si perde d’animo e con tutta calma riesce a convincerla a farci passare.

Comunque arriviamo in hotel a Puerto Natales alle 23.30, ma per fortuna troviamo un ristorante aperto e riusciamo a cenare.

DAL CIMITERO DEGLI ICEBERG ALLE TORRI DEL PAINE

Nel nostro soggiorno cileno siamo suddivisi in due differenti alberghi perché non c’era posto per tutti in uno solo. Non vediamo granché di Puerto Natales, ma non sembra una cittadina imperdibile; è sulla costa del Pacifico, ma la morfologia frastagliata della zona non fa percepire la “vicinanza” (si fa per dire dato che per arrivare al mare aperto penso ci voglia qualche ora di navigazione tra isole e penisole) dell’Oceano.

Dopo una lauta colazione, ci muoviamo in direzione del lago Grey facendo una sosta alla Cueva del Milodòn, un insieme di caverne così chiamate per la presenza di un bradipo preistorico gigante, il Mylodon appunto, un erbivoro di grandi dimensioni che probabilmente si è estinto nel Pleistocene.

TorriPaineOK Arriviamo al lago Grey con un tempo …grigiastro, ma dopo avere visto i ghiacciai argentini con un sole splendente questo cambiamento meteorologico rende il panorama più intrigante. Dopo la Guarderia del lago, attraversiamo un ponte di legno sul Rio Pingo e arriviamo all’ampia spiaggia dalla quale si ammira da vicino il Cementerio de tempanos ossia il cimitero degli iceberg; sullo sfondo il ghiacciaio Grey dal quale provengono gli iceberg che, trasportati dal vento, si sono arenati sulla lingua di sabbia.

Con una breve passeggiata arriviamo poi a un punto panoramico dove vediamo il lago dall’alto.

Consumato rapidamente il nostro pasto a base di snack, eccoci di nuovo sul bus per vedere il lago Pehoé, dove ci fermiamo a rimirare un albergo esclusivo in mezzo al lago, collegato alla sponda da una passerella sull’acqua.

Proseguiamo quindi verso il lago Nordenskild dove ci attende un trek facilissimo (circa 8 km) e delizioso.  Si parte dal Salto Grande, una bella cascata che incanala l’acqua del lago Nordenskild verso il lago Pehoé, per poi proseguire in mezzo a vegetazione bassa verso il mirador Cuernos, lungo tutto il percorso splendide viste dei Corni del Paine che si specchiano nel lago. Vari incendi hanno devastato la zona e il paesaggio è costellato da scheletri bianchi di alberi che creano un’atmosfera di mistero. Compio buona parte del percorso in solitaria e mi godo ogni istante.

Alle 19 di nuovo in bus verso il rifugio Laguna Amarga dove passeremo la notte. Ci accoglie il “tuttofare” che si atteggia a “simpatico a tutti i costi” e, quindi, per me abbastanza insopportabile. Buona cena e alloggio più che accettabile; la collocazione è ottima e quando finalmente le nubi si diradano abbiamo una bella vista sulle Torri del Paine.

L’indomani arriviamo in bus al complesso Hostaria Las Torres, mega struttura con area fitness, saune ecc.: Michela decide che per lei il tempo della fatica è finito e si immerge in questo paradiso. Noi iniziamo invece il trek (circa 18 km): il sentiero dirige verso sud-ovest attraversando il Río Ascencio su un ponte sospeso, poi risale le falde del Monte Almirante Nieto, costeggiando sempre il rio. Dopo un’ora e mezza di salita si raggiunge un promontorio da cui si gode una bella vista sulla Laguna Amarga, quindi si riscende e, attraversando un altro ponte sospeso, si arriva al Rifugio Cileno. Ottimo pranzo con quel che offre il rifugio. Il gruppo si divide: circa in metà ci fermiamo a goderci il sole per una mezz’ora e poi, con calma, intraprendiamo la strada del ritorno; il resto prosegue fino ai piedi delle Torri.

Ci ritroveremo poi tutti alla Hostaria Las Torres per rientrare a Puerto Natales.Da dove partiamo per Buenos Aires, ma questo è un altro viaggio.