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Lasciato il Kazakhistan entriamo in Kirghizistan, ripercorrendo buona parte dei luoghi attraversati 10 anni fa. Riassaporo la magia della valle di Tash Rabat che invece viene un po' attenuata quando, il giorno dopo, torno al Son Kol. Magnifica la strada che conduce a Osh attraverso la valle Suusamyr e le gole di Chychkan

Passata la frontiera del Kazakhistan, inizia il viaggio in Kirghizistan. Eccomi pronta per l’unica parte di viaggio che già conosco; sono curiosa di tornare in quei posti che 10 anni fa mi avevano così tanto affascinato.

DA BISHKEK ALLA VALLE INCANTATA DI TASH RABAT

16 agosto 2017 - Lasciato il Kazakhistan (clicca qui per leggere il resoconto), incontriamo in frontiera la nostra nuova guida-autista, Valeri, che ci accompagnerà nel percorso kirghizo. Percorriamo rapidamente i 26 chilometri che ci separano da Bishkek; 10 anni fa non l’avevo praticamente vista e nel breve giro del centro mi rendo conto che non avevo perso nulla. Nella piazza centrale Ala-Too troneggia la statua a cavallo di Manas, eroe nazionale kirghizo, là dove un tempo c’era la statua di Lenin che non è stata abbattuta, ma spostata in un’altra piccola piazza dove “Lui” continua a indicare “la” direzione. Per il resto nulla di rilevante.

La leggenda della giovane principessa di Burana

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Se le ricerche archeologiche affermano che si tratta di un minareto, l’origine della torre di Burana, secondo una leggenda locale, è un’altra.

C’era una volta un khan ricco e potente che aveva una bellissima e adorata figlia, Monara, che voleva preservare da ogni brutta esperienza.

Un giorno chiamò a corte tutti i chiaroveggenti del paese per far loro predire il futuro della giovane; tutti predissero un futuro ricco e felice, tranne uno. Un vecchio saggio, infatti, dichiarò: “Posso dirti solo la verità anche se per questo tu mi farai uccidere. Il fato di tua figlia è molto triste. Quando compirà 16 anni un ragno velenoso la pungerà e lei morirà”.

Il khan si adirò molto, ma non volle ignorare la predizione. Fece così costruire un’alta torre dove in una piccola cella incarcerò il vecchio saggio, ma dove, in un’ampia cupola in cima alla torre, fece isolare anche la sua sfortunata figlia.

La ragazza crebbe, sempre rinchiusa nella torre, guardando fuori dalle 4 finestre costruiTe nella cupola; i servi le portavano il cibo in un cesto salendo una scala posta all’esterno della torre e prima di salire venivano ispezionati affinché alcun ragno potesse nascondersi tra le loro vesti.

Quando la ragazza compì 16 anni, il khan era così felice che la predizione non si fosse avverata che decise di festeggiare la giornata con un regalo e le portò una cesta di grappoli d’uva che la ragazza prese con gioia dopo avere baciato il padre. Ma appena preso il frutto, la ragazza cadde a terra e morì; dalla cesta scappò via un brutto ragno nero.

Il dolore del khan fu terribile e si mise a singhiozzare così forte che la torre iniziò a tremare e la cupola crollò, creando la rovina che vediamo oggi. .

17 agosto 2017 – Partenza alle 7.30 e alle 9 siamo alla torre di Burana (vedi riquadro), un minareto del IX secolo alto 25 m (in origine era di 45, ma un terremoto nel XV secolo ne distrusse la metà superiore) che, insieme a poche altre rovine, è tutto ciò che rimane dell’antica città di Balasagun fondata dai songdiani, popolo di origine iranica.

Ci muoviamo quindi in direzione dell’Issuk Kol, giusto una puntatina al secondo più grande lago alpino al mondo, fermandoci prima alle gole Kurgan-Terek per un piccolo trek lungo il canyon Konorcheck che faranno però solo i maschi del gruppo (tranne Simone che è leggermente indisposto). Noi “ragazze” ce ne stiamo nel pullmino a leggere, dormicchiare o sentire musica. Dopo un paio d’ore ripartiamo e ci fermiamo nella spiaggia di Balychky, piccola cittadina in riva al lago. Lungo 170 km e largo 70, con una profondità massima di 695m, l’Issuk Kol è il mare dei kirghizi: grazie all’attività geotermica sotterranea e alla scarsa salinità non ghiaccia mai e ha un effetto moderatore sul clima della zona; d’estate ombrelloni, pedalò, materassini e barchette punteggiano le sue rive, ma noi non siamo attrezzati e dopo una breve sosta ripartiamo verso Kockhor.

Dopo pochi chilometri, percorrendo la strada perfettamente asfaltata che sale sull’altopiano, il primo confronto con il viaggio di 10 anni fa è inevitabile, stento quasi a credere che i miei ricordi (strada semi sterrata dove la jeep doveva fare una vera e propria gimcana tra le buche) siano attendibili. Ne parlo con Valeri che invece me li conferma, indicandomi anche alcuni tratti della vecchia strada che ogni tanto ricompare alla nostra destra.

I paesaggi mi sono familiari, ma l’arrivo ai nostri alloggi nelle case che ci ospitano a Kochkor mostra come anche qui le cose siano molto cambiate rispetto al 2007: entrambe le case hanno il bagno all’interno con tanto di doccia, ma soprattutto la sera ci viene offerta un’ottima e luculliana cena. Facciamo una piccola passeggiata in paese con sosta al laboratorio artigianale gestito da donne dove anche nella mia precedente visita avevo acquistato i miei unici souvenir del viaggio.

18 agosto 2017 – Partenza alle 9 e arrivo a Tash Rabat dopo quasi 4 ore con sosta a Naryn per acquisti alimentari. Anche qui frequenti flash back del mio viaggio con Sasha (la guida di allora) lungo questa strada dove la catena At-Bashy ti accompagna quasi fino al Torugart (ma questa volta non arriveremo al famoso passo). Percorsi i pochi chilometri della strada sterrata che dalla direttrice principale conduce a Tash Rabat, la valle si apre tra alte colline ricoperte di vegetazione, incontriamo piccoli gruppi di yurte e finalmente arriviamo alla nostra meta, a 3200 metri di altitudine: un caravanserraglio del XV secolo, probabilmente costruito su un precedente monastero nestoriano del X secolo, composto da 31 stanze. Ma è la sua collocazione che è magica e con Giampiero ci immergiamo pienamente in questa magia con un lungo giro a cavallo che ci porta fino in cima a una delle colline da dove godiamo della vista dall’alto della vallata sottostante.

Rientrati al campo me ne sto per un po’ sdraiata sul prato a leggere e poi a giocare a dadi con Simone. Il freddo inizia a farsi pungente e passiamo il dopocena con un gruppo di italiani all’interno di un container-ristorante dal cui tepore ci allontaniamo con fatica. In compenso fuori c’è una stellata da urlo, con tutta la via lattea che sembra venirti incontro. Entro in tenda, adeguatamente riscaldata da una piccola stufa che funziona a sterco secco, e mentre mi preparo per la notte (aggiungendo una felpa agli abiti che già indosso) un bel cagnolino nero, dal pelo lucido e gli occhi teneri, entra nella yurta accovacciandosi sotto il mio letto (altra novità: ora nelle yurte ci sono i letti, non si dorme più per terra) per la “gioia” di Floriana che non apprezza la presenza della bestiola.

Nonostante l’altitudine dormo abbastanza bene.

IL “MIO” SON KOL

19 agosto 2017 – Temo l’uscita dalle coperte, ma in realtà è molto meno freddo di quanto pensassi. Oggi si va al Son Kol, il “mio” lago: ricordo ogni momento della mia permanenza qui nel 2007. Anche se ero in viaggio da sola già da una quindicina di giorni, è sulle rive del Son Kol che mi sono sentita scivolare lentamente in una sensazione di profonda serenità da godermi in totale solitudine. Ricordo la prima giornata con il sole splendente che faceva esplodere i colori e la seconda, fredda e brumosa, passata nella yurta a giocare con i bambini della famiglia che mi ospitava. E la cena dove l’unico pezzo di carne della zuppa era riservato alla turista ospite.

Da Tash Rabat ripercorriamo la strada del giorno prima perché quella che avremmo voluto fare non è percorribile, interrotta da una frana venuta giù in primavera.

Lungo la strada venditori di kumys, latte fermentato di cavalla; ci fermiamo curiosi dove c’è un piccolo assembramento che si rivela essere un nostrano mercato di animali. Ripreso il viaggio, svoltiamo a sinistra poco dopo Naryn per salire verso il lago (3.011 m di altitudine), forse è la strada che feci 10 anni fa, ma allora era talmente dissestata che la mia concentrazione era più sui dirupi che sull’insieme e quindi non la riconosco: oggi, sebbene sia sempre sterrata, si percorre con una certa velocità.

Arriviamo al lago e ci fermiamo in un campo per chiedere notizie della “mia” famiglia: ho stampato le fotografie scattate allora e chiedo l’aiuto di Valeri per cercare di capire se si riesce a rintracciarla.

La ricerca non è lunga, in un campo ci indicano subito dove si trova e in pochi minuti la raggiungiamo. Sono un po’ emozionata quando vedo la donna nella quale si è trasformata la ragazzina che, insieme al fratello più piccolo (oggi un ragazzetto di 14-15 anni), aveva giocato con me tutto il pomeriggio. Non c’è invece il fratello maggiore (si trova a Bishkek) che mi aveva portato in giro a cavallo.

Nuova foto di rito e poi, dopo baci e abbracci, ripartiamo alla volta del nostro campo.

Ovviamente l'incanto non può ripetersi, troppo diverse le condizioni: il campo è lontano dalla riva e questo lo rende meno suggestivo; è costruito principalmente per i turisti e tutte le yurte, una decina, sono piene; invece dei materassi per terra (che forse sarebbero stati più comodi) nelle yurte sono stati messi dei letti sfondati nei quali si dorme male; la stufa nella tenda di Tommaso, Paolo e Donatella è rotta e la tenda si riempie di fumo, costringendoli a passare un paio d’ore fuori al freddo prima di poter rientrare.

Tra gli ospiti del campo c’è un gruppo di turisti kirghizi che balla e canta, in particolare un robusto signore in tuta mimetica ci allieta con canzoni italiane delle quali riusciamo a capire solo qualche parola (come del resto di quelle in inglese). Simpatico incontro, ma che certo non induce alla meditazione serale.

Nonostante le diverse condizioni, il Son Kol continua a piacermi molto, con il suo blu scuro, le montagne alte che lo circondano e le mandrie di cavalli e le greggi di pecore che scorrazzano lungo le sue rive.

A parte Paolo e Giampiero, mi sembra invece che agli altri compagni di viaggio non dica granché. Un po’ mi spiace.

KKT sito copertina20 agosto 2017 - Lasciamo il Son Kol alle 8.30 con un tempo grigio e nuvoloso prendendo la strada che, dal versante meridionale, svolta poi verso ovest per percorrere le vallate che ci porteranno alle gole Chychkan. Un saluto silenzioso al “mio” lago e mi concentro sulla strada che mette a dura prova il mio stomaco. Le forti piogge del mese scorso hanno ulteriormente peggiorato le condizioni della strada che, in un paio di tratti, è stata addirittura portata via da uno dei tanti torrenti che scendono gelidi e impetuosi dal lago costringendoci al guado.

Pochi, ma molto ripidi i tornanti che scendono a valle: ci separano dalla nostra prossima meta, più bassa di circa 1.800 m rispetto al Son Kol, 340 chilometri che impiegheremo 8 ore a percorrere. La parte più impegnativa è la prima, fino alla strada che arriva dall’Issuk Kol dove in 100 km scendiamo di 1500 m impiegandoci circa 3 ore. Incrociamo una coppia di ciclisti (una delle tante che percorrono Kirghizistan e Tajikistan, carichi di bagagli e piegati dalla fatica), chissà perché ci convinciamo che si tratta di padre e figlio: sono dovuti scendere dalla bicicletta e sono costretti spingerla a mano, il “padre” più avanti, mentre il “figlio” arranca poche decine di metri dietro di lui; nonostante il sorriso con cui ci saluta, lo immaginiamo insultare mentalmente il “padre” per averlo condotto su quelle strade; dal nostro pullmino sballonzolante mandiamo loro un saluto di incoraggiamento anche se sappiamo che li aspettano, come minimo, una trentina di chilometri di questa mulattiera ripida e sterrata prima di arrivare al lago e, comunque, alla possibilità di accamparsi da qualche parte.

Nonostante il cielo bigio, il paesaggio è comunque affascinante, con le alte pareti rocciose che incombono su di noi, i sali e scendi del percorso che, partito da 3.000 m, sale a quasi 3.300 per poi ridiscendere rapidamente. Una miniera di carbone all’aperto incastra un piccolo angolo di inferno in questa natura all’apparenza incontaminata: camion sicuramente risalenti al “soviet time” si muovono nei gironi che si sono aperti alla nostra sinistra, container antelucani adibiti ad abitazioni per i minatori ricordano gli alloggi dei deportati in Siberia. I minatori ci guardano passare senza alcuna voglia di alzare una mano in un cenno di saluto.

Finalmente arriviamo sulla strada che collega Bishkek con Osh, in buona parte asfaltata (lunghi tratti sono ancora in costruzione, ma anche quelli sterrati sono delle piste da Formula 1 rispetto alla discesa dal Son Kol) nella valle Suusamyr; la vallata, si amplia e il panorama offre scorci di montagne brulle, le cui gradazioni di colore vanno dal bianco, al marrone con striature amaranto. Valeri ci dice che quella è chiamata la Siberia del Kirghizistan tanto è spazzata da venti gelidi in inverno con temperature polari.

La strada riprende a salire, transitiamo dal passo Ala-Bel (3184 m) e scendendo entriamo nella Riserva Zoologica Statale Chychkan.

Ci fermiamo per il solito pranzo a base di langam (spaghetti con brodo di verdure e, a seconda del tipo, pezzi di carne di montone), ormai i nostri preferiti e proseguiamo verso sud fermandoci alla piccola yurta-museo dedicata a Kojumkol (1889-1955), il “gigante kirghizo”: alto 2,30 m, pesava 165 kg e davanti alla yurta giacciono la pietra, 700 kg, che lui stesso sembra avesse portato davanti alla tomba di un amico. Kojumkul, che ha poi dato il nome al piccolo villaggio dove nacque e visse, è un vero e proprio eroe nazionale: ottimo cacciatore, insieme alla moglie Akmadai durante la Grande Guerra Patriottica (come la galassia ex sovietica continua a chiamare la Seconda Guerra Mondiale) riusci a fornire il cibo necessario per sopravvivere per l’intero villaggio.

Ancora qualche decina di chilometri e arriviamo al Motel Oson, una graziosa sistemazione sul fiume, molto comoda e che lo sarà ancor di più non appena avranno risolto i problemi con l’impianto idraulico.

Ci godiamo un meritatissmo riposo.

VERSO OSH

21 agosto 2017 – Ci svegliamo con un sole sfolgorante e il cielo turchese senza una nube. Partiamo con calma (e questo rischia di rivelarsi un errore fatale) e percorriamo la bella strada che scende verso Jalalabad fiancheggiando una serie di laghi artificiali formati dalle cinque dighe costruite lungo la gola inferiore del fiume Naryn.

Facciamo parecchie soste per fotografare in lungo e in largo i colori smaglianti dell’acqua, con le montagne ripide che vi si gettano senza lasciare appigli; l’acqua si intrufola in ogni valle laterale, l’invaso è enorme con i suoi 19 miliardi di metri cubi d’acqua.

Arrivati a Jalalabad ci fermiamo a pranzo in un ristorante molto frequentato da famiglie locali che prediligono le pedane con i tavolini bassi ai classici tavoli con sedie, nei quali invece ci accomodiamo noi. Alla fine del pasto scoppia una crisi di gruppo: il viaggio ci porta ad arrivare a Osh oggi, che è lunedì, e la Lonely Planet scrive che il lunedì il mercato di Osh (uno dei più famosi dell’Asia Centrale) è chiuso; le relazioni di Avventure non facevano cenno a questa chiusura e Valeri sostiene che, forse, è chiusa la parte alimentare ma non quella degli altri prodotti. Domani la partenza è prevista molto presto e non faremmo in tempo ad andarci, Valeri ci sconsiglia di ritardare la partenza perché, anche se la strada non è moltissima, non si sa mai quanto tempo ci vuole per attraversare la frontiera con il Tajikistan che, comunque, a una certa ora (non si sa bene quando) chiude. Gli animi si scaldano, quindi appena c’è campo sufficiente per telefonare, Valeri si informa e si organizza con il corrispondente in modo che, se davvero il mercato oggi fosse chiuso, domani si riesca comunque ad andarci per un’oretta. Ma il nostro autista confida nel fatto che non sia necessario… e avrà ragione.

Facciamo comunque la sosta prevista ai mausolei di Ozgon: nell'incertezza se troveremo il mercato aperto e la certezza della visita ai tre mausolei del XII secolo scegliamo la seconda; si  tratta di tre edifici collegati e un minareto troncato dell’XI secolo; la facciata è rivestita di mattoni che formano motivi decorativi.

Arriviamo verso le 18 ad Osh e Valeri ci lascia nei pressi del mercato. È ancora aperto e sembra che gli unici venditori chiusi siano quelli delle carni, forse pochi altri comunque abbiamo il tempo di girare per oltre un’ora. C’è veramente di tutto: il più divertente forse è il reparto ferramenta-materiale elettrico con bancarelle stracolme di oggetti improbabili; non male anche la sala biliardo all’aperto; sempre bella l’area alimentare con le spezie, la frutta secca, la frutta fresca ordinatamente esposta; anche l’esposizione di tessuti sgargianti merita una sosta; ci incuriosisce una bacheca intorno alla quale si affollano decine di persone, scopriamo poi che gli annunci esposti sono di appartamenti in affitto. Praticamente inesistenti i prodotti per turisti, è proprio un mercato locale e per questo molto più interessante.

La sera andiamo a cena al Cafe Atabek: la cena è ottima, la cameriera un po’ stordita; purtroppo c’è il wi-fi e quindi la conversazione è praticamente azzerata. Poter essere connessi ovunque ha sicuramente i suoi vantaggi, ma io rinuncerei volentieri a tutti: lo smartphone è un catalizzatore che spesso limita la possibilità di godersi i luoghi e le persone.

22 agosto 2017 – Oggi si va in Tajikistan. Partiamo alle 8.30 e risaliamo lentamente la vallata che ci porterà al passo Taldyk (3615 metri) da dove si vede benissimo il picco Lenin (7134 metri). Sul passo incontriamo un ragazzino con la sorella, ci saluta contento parlando un ottimo inglese; sono lì per l’estate con i genitori che portano le loro mandrie al pascolo, poi a settembre scendono in paese dove vanno a scuola, lui avrà 11-12 anni e ci dice che da grande farà il medico o l’insegnante. Ha grinta. Sono sicura che ce la farà.

Scendiamo dal passo e superata Sary Tash si apre davanti a noi l’intera catena del Pamir, splendida.

Lasciamo Valeri e ci incontriamo con Mohammed, Nasrullah e Alisha che ci scarrozzeranno in Tajikistan (a breve il racconto di viaggio)