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Gran parte del viaggio si svolge sull'altopiano del Pamir, a quote che variano dai 3000 ai 4600 metri, tra laghi che sembrano lamine d'acciaio brillanti sotto il sole e le pendici scoscese delle montagne che si gettano nel Panji, il fiume che segna il confine con l'Afghanistan. Montagne brulle, vallate ricche di vegetazione che si alternano a canyon inquietanti, un fiume impetuoso che non lascia scampo

Dopo le immensità del Kazakhistan e le emozioni del Kirghizistan, ci avviciniamo alla frontiera tajika: ci mettiamo quasi tre ore tra l’uscita da un paese e l’ingresso nell’altro. Mohammed prende moduli e documenti e passa da un “ufficio” (in alcuni casi in muratura, in altri semplici container modificati) all’altro; qualche militare viene, ci guarda e se ne va; aspettiamo, aspettiamo, aspettiamo, neanche Mohammed sa dirci il perché. Non ci sono motivi, non ci sono spiegazioni, semplicemente… è così. Comunque alla fine passiamo e iniziamo la salita verso il passo Kyzylart (4280 m) raggiungendo l’altopiano del Pamir che in persiano si chiama Bam-i-Dunya ossia “Il tetto del mondo”, nome quanto mai azzeccato dato che sembra di poter toccare il cielo. In un’oretta arriviamo alla cittadina di Karakul, sull’omonimo lago a 3960 m di altitudine, creato da un meteorite circa 10 milioni di anni fa.

 

KKT sito copertina

SULL'ALTOPIANO DEL PAMIR

Il lago è una lamina turchese incastonata tra vette che superano i 6000 m, la cittadina è completamente deserta: Mohammed ci spiega che i circa 1.500 abitanti sono quasi tutti sparsi nelle valli circostanti per pascolare le greggi (anche se per chilometri non si intravede un filo d’erba) e che tornano al villaggio solo per l’autunno e l’inverno (e c’è da chiedersi perché, visto che qui la temperatura raggiunge facilmente i -30, con venti gelidi che spazzano il lago). Karakul significa lago nero ed è omonimo di un altro che si trova in Cina sulla strada del Karakorum; in realtà i kirghizi (questa zona del Tajikistan e quella cinese al di là della frontiera sono abitate dall’etnia kirghiza) chiamano Chong Kara Kul (grande lago nero) quello tajiko e Kishi Kara Kul (piccolo lago nero) quello cinese. La sera, le sue sponde si tingono di un rosso vivo mentre il sole tramonta dietro le montagne.

La guest house che ci ospita è deliziosa, per il momento non ci sono docce, ma la nostra guida ci informa che le stanno costruendo a beneficio dei prossimi viaggiatori. Trascorriamo una piacevole serata, allietati da Mohammed con la sua chitarra.

23 agosto 2017 – Alle 8, dopo la solita colazione a base di uova, pane e marmellate, partiamo e dopo pochi chilometri ci troviamo nel punto più alto del nostro viaggio, il passo Ak-Baital (cavallo bianco) a 4655 m: pochi passi diventano impegnativi, l’aria rarefatta rende difficile anche una piccola corsetta, ma basta girare lentamente su se stessi per godere di un panorama indimenticabile, affascinante e magnifico. Iniziamo la discesa circondati da montagne brulle, tagliate da piccoli rigagnoli che sembrano essere l’unico segnale di vita insieme a qualche rapace che ruota in alto nel cielo.  Alla nostra sinistra un’interminabile barriera in filo spinato che segna, per centinaia di chilometri, il confine con la Cina.

Arriviamo a Murghab dove dovremmo fermarci solo per il pranzo per poi ripartire alla volta di Bulunkul, ma una compagna di viaggio non si sente bene: l’elevata altitudine, combinata con un forte raffreddore, le ha provocato un pericoloso innalzamento della pressione, con conseguenti nausea e giramenti di testa. Il medico del vicino presidio sconsiglia la partenza per Bulunkul e caldeggia il ricovero per una notte nel locale ospedale. Medico e infermieri sono molto gentili e si prodigano per la malata, ma certamente le condizioni della struttura sono decisamente al di sotto degli standard a cui siamo abituati.

Il gruppo trova alloggio nell’Hotel Pamir, ma io preferisco passare la notte in ospedale perché mi spiace lasciare sola la nostra compagna, anche se si va gradatamente riprendendo. Non dormiamo molto… tra le altre cose, per l’ospedale si aggira un gatto; sorrido quando la mia vicina me lo dice, un po’ meno quando il giorno dopo Mohammed ci spiega quello a cui saremmo dovute arrivare da sole: “Of course, it is because of little mice”.

Nel pomeriggio abbiamo visitato la cittadina in lungo e in largo. In lontananza si vede l’imponente massiccio del Muztagata, vetta di 7546 m in territorio cinese, mentre il paese non offre granché: un mercato spartano con container che fungono da negozi e una piccola moschea che si può vedere solo dall’esterno. Giampiero ed io passiamo una mezz’ora in riva al fiume a guardare un gruppo di donne e bambini che lavano i tappeti nell’acqua gelida.

 

"ANNUSANDO" IL CORRIDOIO DI WAKAN

24 agosto 2017 – Espletate le pratiche ospedaliere, intorno alle 8.30 riusciamo a partire (la nostra malata con regolari dimissioni e dettagliata spiegazione dei medicinali somministrati da mostrare al suo medico, il tutto in tajiko!). Il paesaggio è, se possibile, sempre più brullo e rude con tutta una gradazione di marroni e ocra che lo colorano; la pozza d’acqua formata dalla sorgente Ak-Balyk (pesce bianco), proprio sul ciglio della strada, brilla da lontano come un diamante grezzo. Dopo un centinaio di chilometri prendiamola deviazione verso il Bulunkul, un grande lago cangiante tra il viola e il blu scuro nel cui omonimo villaggio avremmo dovuto alloggiare se non ci fossimo fermati a Murghab. Prima di arrivare vediamo dall’alto il grande lago turchese Yashil e il piccolo Tuz-Kul.

Ritorniamo quindi sulla M41 per percorrere pochi chilometri dato che la variazione che Giampiero ha introdotto al già collaudato giro del Tajikistan prevede di scendere verso la valle di Wakan. Se le condizioni stradali della M41 erano un po’ approssimative, quelle del percorso che abbiamo intrapreso non lasciano dubbi: in alcuni tratti la strada è poco più che una mulattiera, corre alta sul fiume sottostante, il Pamir, e sembra incisa con un coltello nelle pareti scoscese e brulle, segnate ogni tanto da argentei rigagnoli d’acqua. Ammaliante e splendida finché l’orizzonte si apre e compare la valle di Wakan con le montagne afghane che racchiudono il famoso Corridoio. Proprio nel punto dove il Pamir si getta nel Panji, il fiume che attraversa il Corridoio, c’è Langar, il villaggio dove passeremo la notte in un’ottima sistemazione.

Piccolo e grazioso villaggio contadino, Langar è il primo agglomerato urbano che incontriamo dopo l’area “kirghiza” del Tajikistan della quale Murghab è il capoluogo e si vedono immediatamente le differenze etniche con le popolazioni che ci siamo lasciati alle spalle: là erano turco-mongoli con pelle bruna, occhi scuri e a mandorla, viso largo; qui sono caucasici, con carnagione chiara, capelli scuri e occhi orizzontali in maggioranza scuri ma a volte chiari (soprattutto nel Badakhshan) e viso affusolato; là parlano lingue turco-mongole, qui una lingua iranica ampiamente simile alla lingua persiana dell'Iran (farsi) e dell'Afghanistan (dari).

 

M41, la strada del Pamir

IMG 6059Partendo da Osh, la strada attraversa il Tajikistan passando dalla regione autonoma del Gorno-Badakhshan per poi oltrepassare Dushanbe, scendere verso l’Afghanistan, transitando per l’Uzbekistan, e terminare a Mazar-e Sharif. Lunga circa 1.600 chilometri, è la seconda strada internazionale più alta del mondo dopo quella del Karakorum raggiungendo i 4.655 m di altitudine al passo Ak-Baital.

Il tracciato è quello percorso da secoli da uno dei tanti rivoli della Via della Seta, ma è nel 1915 che venne costruito un primo pezzo (Dushabe-Khorog) del percorso moderno da ingegneri e operai deportati dallo zar dopo la loro partecipazione ai disordini di Tashkent del 1912: perirono tutti a causa delle condizioni proibitive nelle quali si trovarono a lavorare. Il completamento della strada è degli anni 1931-1934 ad opera dei sovietici per collegare la regione del Gorno-Badakhshan e del Pamir con il resto dell’Unione Sovietica ed M41 è il nome attribuito alla strada nel “Soviet time”.

Nonostante sia la principale via di comunicazione in queste aree, la strada è molto trascurata: gravemente danneggiata da erosione, terremoti, frane e valanghe, dopo il collasso dell’Unione Sovietica è oggetto di una manutenzione molto approssimativa. Percorsa ogni anno da decine di cicloamatori, in auto (rigorosamente 4x4) presenta alcuni tratti decisamente impressionanti, soprattutto se la direzione è “verso Osh” (quindi sul lato esterno) dato che ci si trova spesso a ridosso della ripida parete della montagna che si getta nell’impetuoso fiume Panji..

CON L'AFGHANISTAN A POCHI METRI

25 agosto 2017 – Ci aspetta una giornata lunghissima (impiegheremo 9 ore per percorrere poco meno di 200 km), ma imperdibile dal punto di vista paesaggistico. Da Langar la valle inizia lentamente a stringersi, ma il Panji corre ancora apparentemente placido (Mohammed ci dice che, in realtà, è un’apparenza traditrice perché la corrente è fortissima). Dopo una trentina di chilometri ci fermiamo a Vrang dove uno stupa buddhista è stato costruito nell’area delle piattaforme zoroastriane  per l’adozione del fuoco: Mohammed ci racconta che in Tajikistan sono sempre più le persone che abbandonano l’Islam per tornare alla vecchia religione di Zoroastro (e in ogni caso, nelle tradizioni locali sono sempre stati presenti riti zoroastriani). Dopo pochi chilometri, una piccola oasi di pace: la tomba e la casa del mistico sufi Mubarak-kadam. I suoi discendenti e seguaci hanno restaurato il luogo che raccoglie oggi libri e antichi strumenti musicali; uno di loro ci spiega alcuni principi sufi e ci suona alcuni strumenti; fuori un giardino molto curato.

Proseguiamo. Prossima tappa il forte Yamchun del XII secolo, un fantasma diroccato situato in posizione strategica. Bellissimo. Saliamo alle sorgenti di Bibi Fatima, un luogo incantevole; non sarebbe male farvi sosta per una notte, ma dobbiamo ripartire e ci fermiamo alla fortezza Khakha che risale al III secolo. Situata su una piattaforma naturale, dalla sua cima si domina il confine afghano.

La valle è ampia e coltivata anche se in un paio di punti la furia dell’acqua primaverile ha travolto case e strada. Vediamo i lavori di ricostruzione. Guardando il versante opposto, dove un’ansa del fiume lambisce un ampio tratto uniforme di terra fangosa alle pendici di un insidioso canalone, il nostro autista sospira “lì c’era un villaggio, ma in primavera l’acqua si è portata via tutto”.

Verso le 17 arriviamo a Khorog, capoluogo della regione autonoma del Gorno-Badakhshan, una città molto vitale, ricca di nuovi edifici dove sono tangibili gli investimenti dell’Aga Khan, leader spirituale della corrente nizarita degli ismailiti, setta dell’Islam sciita, cui aderiscono i tajiki del Pamir. Karim al-Husayni, IV Aga Khan, designato nel 1957 alla guida dei fedeli dal nonno (che lo preferì al figlio del quale non approvava lo stile di vita da jet set), nel 2003 ha investito 200 milioni di dollari per la fondazione dell’Università dell’Asia centrale proprio a Khorog e la regione è costellata di ospedali, scuole ecc. da lui realizzati. È venerato come un padre e ne abbiamo una dimostrazione da uno spettacolo al quale assistiamo, con canti e poesie, in occasione del Giubileo di Diamante (60 anni) della sua investitura che cade nel luglio 2017.

26 agosto 2017 - Il sabato mattina, in un’area chiusa a ridosso del ponte sul Panji che consente il passaggio tra Afghanistan e Tajikistan, si tiene il “mercato afghano”: mercanti di oltre frontiera vengono in Tajikistan per vendere tappeti, pakol (il tipico cappello da uomo pashtun) e altri oggetti artigianali. Purtroppo dipende dall’apertura o meno della frontiera tra i due paesi che spesso, per motivi di sicurezza, è chiusa. Mentre un gruppo di italiani il sabato precedente era riuscito ad andarci, noi non siamo altrettanto fortunati e arrivati sul luogo ci viene detto dai militari che oggi non verrà aperto. Partiamo quindi per Kalaikun continuando a costeggiare il confine afghano.

La strada corre a tratti a livello del fiume che si restringe fino ad avvicinare l’Afghanistan a meno di una ventina di metri; la corrente è fortissima e il fiume sembra un cavallo imbizzarrito, sollevando spuma e schizzi. Quando la strada risale e prosegue alta sull’acqua fangosa e tumultuosa ringrazio il cielo di percorrerla sul lato destro, con l’auto addossata alla montagna. Intanto l’Afghanistan è un calamita per i nostri occhi, non riusciamo a distoglierli dagli scorci di vita che scorrono dai finestrini delle jeep: una donna che lavora la terra, un vecchio con il carretto che attraversa un ponte, tre solitari operai che con dinamite e scalpello incidono la roccia per costruire una strada, due giovani con zainetto che camminano con passo rapido. Villaggi privi di tutto dove si fa fatica a distinguere le abitazioni dalla roccia che le circonda si alternano ad altri che, a distanza di pochi chilometri, si trovano in rigogliose oasi ricche di piante, fiori, animali al pascolo. E ogni tanto, alle spalle della prima fila di montagne fanno capolino le cime innevate dell'Hindu Kush.

I chilometri sono solo 240, ma impieghiamo comunque più di otto ore peer percorrerli, meglio di ieri tutto sommato. Verso le 18 arriviamo quindi a Kalaikun dove troviamo alloggio in una comoda casa. La cittadina non offre molto, del resto è solo una tappa tecnica, e preferiamo passare il tempo che ci separa dalla cena, ottima, rilassandoci sotto il pergolato.

 

SI TORNA

27 agosto 2017 – La strada che scende verso Dushanbe è bella e asfaltata, ma il clima dell’altopiano è un piacevole ricordo: da Khorog (2144 m) siano scesi ai 1200 metri di Kalaikum e arrivati ai 472 di Hulbuk ci rituffiamo nel caldo torrido dei primi giorni di questa vacanza.

Centro amministrativo e culturale del IX secolo, a Hulbuk la cittadella, il palazzo e l’antica moschea sono parzialmente restaurati. Il restauro è sempre in stile sovietico poco conservativo e molto “ricostruttivo”, all’interno delle mura si intravedono una stanza da dove i ricchi ospiti del sovrano guardavano gli spettacoli teatrali deliziandosi con ricchi pasti. Il direttore del museo è molto gentile e galante, regala alle tre signore del gruppo una piccola rosa presa dai giardini che circondano la cittadella e mi tratta da regina quando a causa del caldo dico di non sentirmi molto bene (mi offre subito una comoda poltrona con ventilatore e mi porta dell’acqua fresca mentre i miei compagni visitano il museo).

Nel tardo pomeriggio arriviamo nella capitale costeggiando un grande invaso che ci offre gli ultimi scorci di un paese in rapida evoluzione. Ottima cena e a nanna per le poche ore che ci separano dalla partenza per l’Italia.