Iran. Il paese è splendido… e gli iraniani anche di più

Inevitabile partire per un paese come l’Iran con tanti pregiudizi, molti dei quali negativi. Prima di tutto la condizione delle donne, con la quale ti scontri fin dalla richiesta del visto: obbligatoria la foto con un fazzoletto che copra i capelli. Poi l’ostilità verso l’Occidente, accanitamente ricordata in ogni occasione dai media… occidentali. Pregiudizi che appena metti piede nel paese svaniscono rapidamente, oltre a rimanere letteralmente folgorati dalle bellezze naturali e architettoniche. Splemdido il ricordo che questo viaggio in Iran mi ha lasciato
12 – 20 agosto 2004


Mancano pochi giorni alla data del volo e dal sito di Avventure rimbalza sul video del mio computer il poco confortante n. 2 sulla riga dei partecipanti iscritti al viaggio Tesori di Persia. Solo io e Antonio, dunque, e, quindi, pochissime probabilità di raggiungere la meta. Poi, nel giro di poche ore, la situazione si sblocca: prima quattro, poi cinque e, infine, la comparsa del nome del coordinatore. Una settimana prima della partenza, la conferma: andremo in Iran. All’aeroporto di Linate troviamo Rosi, la capogruppo, Marisa e Giuseppe, una coppia di Alessandria, per congiungerci, a Roma, con Cristina e partire, con qualche ora di ritardo, alla volta di Teheran.

TRASFORMAZIONE IN VOLO

L’ho letto in quasi tutti gli articoli sull’Iran post rivoluzione islamica, ma la trasformazione che, durante il volo, avviene nelle passeggere non può lasciare indifferenti: partite da Fiumicino con i capelli sciolti, i jeans attillati, le gonne leggere e trasparenti, le scollature generose, le donne iraniane (il volo è composto quasi interamente da iraniani che rientrano a casa per le vacanze) si calano gradatamente nei panni della legge islamica. Spariscono le minigonne, compaiono informi camicioni, calze nere vengono indossate per nascondere le unghie dipinte, sui visi il trucco si attenua e quando l’aereo tocca il suolo della Repubblica Islamica dell’Iran anche i capelli (compresi i nostri) vengono occultati dai foulard.

Il primo impatto con la capitale, sebbene chiusi nel pulmino che ci conduce in albergo, è una sorpresa, la prima delle tante che caratterizzeranno questo viaggio.

Le guide raccomandano di portarsi libri da leggere perché la sera le città si svuotano e non è pensabile uscire dall’albergo.

Arriviamo che è già buio e ci prepariamo a un noioso trasferimento in hotel. E invece. L’aeroporto è vicinissimo alla città e ben presto ci troviamo immersi in un girandola di luci: insegne luminose pubblicizzano ogni genere di prodotto, ghirlande di palloncini colorati tracciano i contorni degli edifici, improbabili palme arancioni e verdi si accendono a intermittenza e illuminazioni multicolore simulano fuochi artificiali.

Le strade sono popolate di gente e nelle aiuole spartitraffico (niente a che vedere con le spelacchiate macchie milanesi, ma praticelli verdi con fiori, alberi e arbusti perfettamente curati), intere famiglie, ragazzi e… ragazze stanno tranquillamente sdraiati a chiacchierare, godendosi le ultime ore prima della notte.

Siamo stanchi e, dopo una rapida cena in albergo, andiamo a dormire anche se Marisa, la cui energia non finirà di stupirci per tutto il viaggio, si adegua a malincuore a chiudersi in camera senza avere almeno “annusato” questa prima notte in Iran.

SHIRAZ, LA CITTÀ DEL SAPERE

La prima tappa è Shiraz “la colta”, culla della cultura persiana al punto da essere definita, al culmine del suo splendore, la Città del Sapere e alla quale giungiamo dopo avere rischiato di mancare il volo interno ed essere giunti allo scalo dei voli nazionali solo pigiandoci in sei, con tutti i bagagli, in un normalissimo taxi (a Teheran non dimenticate mai di specificare al taxista che dovete prendere un volo nazionale, altrimenti vi porterà inevitabilmente all’aeroporto internazionale che dista un paio di chilometri da quello nazionale).

L’incontro con Majid

Shiraz l’incontro con Majid, autista e “croce” dei successivi quindici giorni. L’approccio con il nostro “Virgilio” iraniano avrebbe dovuto illuminarci su quello che ci aspettava: nonostante il nostro gruppo non potesse passare inosservato (eravamo gli unici occidentali nella sala arrivi), siamo stati noi, quando ormai erano rimasti nella sala solo i facchini e gli uomini delle pulizie, ad avvicinarci a questo ragazzo pacioccone che stringeva tra le mani, ben ripiegato, un foglio, rivelatosi poi l’elenco dei nostri nomi.
Majid parla solo il farsi, ma questo non rappresenterebbe in sé un grosso problema, il fatto è che si dimostra assolutamente privo di senso dell’orientamento e non conosce i posti che dobbiamo visitare, non male per un autista.

L’ingresso nelle città e la ricerca dell’hotel si rivela subito un incubo, ma siamo in vacanza e anche se in più di un’occasione Majid mette a dura prova la nostra pazienza, riuscendo a scalfire anche l’aplomb di Marisa, finiamo con l’abituarci; solo Giuseppe non rinuncia, fino alla fine, a cercare di insegnargli a “cambiare” o a convincerlo a non ingaggiare una lotta all’ultimo centimetro ogni volta che un pedone cerca di attraversare la strada (i colloqui si volgono rigorosamente in farsi da parte di Majid e in italiano da parte di Giuseppe).

Ragazze tutt’altro che timide

Dopo un rapido passaggio in albergo iniziamo a girovagare per la città dove, essendo venerdì, troviamo quasi tutto chiuso e quindi ci muoviamo verso i giardini di Eram. È un’apoteosi di zampilli d’acqua e viali ombreggiati da platani e cipressi, un orto botanico con decine di specie di alberi e arbusti e giardini rocciosi costeggiati da piccoli ruscelli.

È qui che facciamo il nostro primo incontro con una scolaresca di ragazze curde, le quali, dopo aver saputo che veniamo dall’Italia, manifestano tutta la loro fragorosa passione per Nesta, Totti, Maldini, sciorinando decine di nomi di altri calciatori. Mentre l’insegnante ci guarda ridendo, io mi sottopongo a una sessione fotografica con ciascuna di loro. E Antonio diventa il centro d’attenzione delle più intraprendenti che lo guardano sbattendo i loro ciglioni ed esclamando con un sospiro “What a beautiful eyes!”.

Shiraz, giardini di Eram

Sui tetti della città

Un salto alla tomba di Sa’di e poi, bighellonando per la città, arriviamo alla Cittadella di Karim Khan, dalla struttura massiccia e imponente e il cui interno è definito insignificante dalla Lonely Planet, ma che contiene in realtà un piacevole cortile e un bagno composto da diverse stanze, abbellite da affreschi e volte. Nel prato antistante la cittadella conosciamo un ragazzo come ce ne sono in tutto il mondo: ci approccia fingendosi solo desideroso di chiacchierare, ma capiamo presto che la sua è una curiosità interessata.

Dato che, però, il tempo a disposizione non è molto e, soprattutto, essendo venerdì rischiamo di non poter entrare nelle moschee e nelle madrase, ci affidiamo alla sua guida e così saliamo sul tetto della Madrasé-yé Khan, dal quale si gode un panorama commovente di Shiraz alla luce radente del tramonto, con le cupole delle moschee si stagliano sul profilo delle alte montagne che circondano la città.

Entriamo quindi nella Masjed-é Jamé-yé Atigh con la sua insolita Casa di Dio (custode di copie del Corano di grande valore) al centro del cortile e nella Emamzadé-yé Ali Ebn-è Hamzé, tomba del nipote del settimo imam sciita, il cui interno è sfavillante di specchi.

Il giorno dopo entreremo nella Masjed-é Vakil, vicino all’ingresso del bazar, dove io e Antonio accettiamo la guida di un vecchietto, più per stanchezza che per necessità, ma che ci sentiamo di raccomandare sia per la cortesia con la quale ci accompagna sia perché ci dà alcune spiegazioni (soprattutto sulle caratteristiche dell’Islam sciita) che non si trovano sulle guide. Per trovarlo basta chiedere di Mohammad Mehdi e alla fine vi darà un improbabile “biglietto da visita” scritto su un pezzo di cartoncino, tagliato da una scatola.

Shiraz, tetto della Madrasé-yé Khan

FACCIA A FACCIA CON SHAPUR

I giorni successivi sono dedicati ai dintorni di Shiraz e a Persepoli.

Rosi ci legge stralci delle relazioni precedenti e apprendiamo che andremo verso Shapur dove vedremo dei bassorilievi rupestri.

Dopo essersi perso un paio di volte, Majid riesce finalmente a trovare la direzione giusta e ci dirigiamo verso Ovest in un bel paesaggio dove rocce brulle si alternano a campi coltivati dal verde brillante; arrivati in zona intravediamo dalla strada dei bassorilievi lungo il fiume, ma Majid prosegue con tale sicurezza che supponiamo si tratti di opere minori e che la vera meta sia un’altra.

Dopo pochi minuti il “nostro” si ferma in un villaggio ai piedi di una pietraia che sale verso una serie di inquietanti vette; veniamo subito presi “in carico” da due ragazzetti che si offrono di guidarci e cogliamo nei loro discorsi in farsi la parola Shapur.

Evidentemente, pensiamo, siamo nel posto giusto, la montagna (dove supponiamo si trovino i bassorilievi rupestri, che essendo rupestri non possono che trovarsi su una rupe) appare piuttosto lontana, ma confidiamo (almeno io) in un effetto ottico del sole di mezzogiorno che distorce le distanze.
Ha inizio la salita.

Dopo un’ora di arrampicata, con il sole che acceca, la pietraia diventa una vera e propria incudine rovente e iniziamo a inveire contro le relazioni precedenti di Avventure che parlavano di una camminata di 10 minuti.
o sono la prima a cedere e alla prima ombra mi fermo, seguita da Rosi e poi da Cristina che, quando sente che manca ancora mezz’ora all’arrivo, getta la spugna.

Dopo poco torniamo indietro e aspettiamo Antonio, Marisa e Giuseppe al pulmino. I “nostri eroi” arrivano dopo circa due ore, nonostante tutto sembrano avere retto abbastanza bene la “passeggiata”, ma non hanno visto alcun bassorilievo: in cima c’è una grotta molto profonda, al cui ingresso fa la guardia una gigantesca statua di Shapur, l’eroico re sasanide che fece prigioniero l’imperatore romano Valeriano.

E i bassorilievi? Erano effettivamente quelli che avevamo intravisto dalla strada e per raggiungere i quali sono necessari… 10 minuti di cammino, su un sentiero perfettamente in piano.

La conoscenza con una simpatica famiglia di iraniani che ci offre un thè ristoratore evita l’omicidio di Majid e ci ricompensa della faticaccia, ma riprendiamo la strada del ritorno senza avere la forza di visitare la città di Shapur. Una doccia rinfrescante e una deliziosa cena in un hammam ristrutturato ci riconciliano definitivamente con il mondo.

Bassorilievi di Shapur

 

Perfettamente mimetizzata

INDIMENTICABILE PERSEPOLI

“Impacchettata” da tubi Innocenti, la tomba di Ciro perde tutta la sua maestà e anche le rovine di Pasargarde non ci entusiasmano, ci dirigiamo quindi verso Naghsh-é Rostam, le tombe presunte di Dario I, Artaserse I, Serse I e Dario III, un po’ delusi. E qui gli aggettivi non possono che sprecarsi: grandiose, maestose, sconvolgenti nei loro dettagliati particolari. Ma non è niente in confronto a Persepoli.

Ci arriviamo dopo la sosta pic nic lungo un ruscelletto ombreggiato, dal quale si scorgono le colonne della città di Dario il Grande. Inutile spiegare tutto quello che vediamo, le guide lo fanno molto meglio di me, ma nonostante il sole cocente siamo ipnotizzati dalla processione dei Medi, dei Parti, dei Traci, degli Indiani, dei Cappadoci, degli Elamiti, degli Arabi e degli Etiopi che portano i loro tributi al re achemenide, immortalati su una delle scalinate del palazzo.

Naghsh-é Rostam, le tombe presunte di Dario I, Artaserse I, Serse I e Dario III

 

Persepoli

 

LA “TAPPONA” DI 500 KM VERSO KERMAN

La sera ceniamo nuovamente nel “nostro” hammam e ci prepariamo moralmente alla “tappona” di oltre 500 chilometri dell’indomani. La strada che conduce a Kerman si snoda sull’altopiano iraniano meridionale, superando valichi che toccano i 1700 metri, fiancheggiando i laghi salati di Maharfu e di Bakhtegan e perdendosi nella landa piatta e desolata che si apre davanti a Kerman, protetta dall’arido e vasto deserto di Lut dai monti Playeh.

A Rayen, “surrogato” di Bam

Il giorno successivo è dedicato a Rayen, surrogato dell’ormai perduta Bam, e a Mahan. Non avendo visto Bam, non rimaniamo delusi da Rayen, la cui cittadella è costruita con un impasto di paglia e terra, come la città distrutta dal terremoto del 2003, e dove i lavori di restauro procedono alacremente. Come tutte le città, antiche e moderne, che visitiamo anche Rayen è perfettamente pulita, non una cartaccia per terra, e Antonio, come fa sempre nei suoi viaggi, estrae il suo portacenere “portatile” (una scatolina di latta di caramelle Leone) che ha già suscitato la curiosità e l’approvazione di Majid (al punto che il povero Antonio non oserà più buttare un mozzicone per terra per timore di deluderlo). Il custode della cittadella, che parla farsi e qualche parola di inglese, evidentemente stupito, chiede spiegazioni a Majid, il quale (con un certo orgoglio e particolarmente convinto, ci pare) ne spiega l’uso: la guida fa entusiastici cenni di assenso e noi immaginiamo un futuro in cui, la cittadella ormai frequentatissima di turisti provenienti da ogni parte del mondo e muniti di analoghi scatolini, si parlerà di quel turista italiano che per primo ne ha introdotto l’uso.

La strada verso Rayen

 

La strada verso Rayen

 

Rayen

 

Rayen

Dai giardini di Shahzade a “pistacchiopoli”

A Mahan non perdiamo la tomba di Shah Nématollah Vali, dove saliamo sui due affusolati minareti, e i giardini di Shahzade con la loro serie di fontane a due livelli che conduce al palazzo cagiaro di Abdul Hamid Mirza.

Ritornati a Kerman, girovaghiamo nel bazar dove visitiamo il bel Hamam é Ganij Ali Khan, museo con splendidi affreschi e una collezione di statue di cera che mostrano le diverse attività che si svolgevano nell’hamam. Prima di tornare in albergo, l’immancabile the nella Chaykhuné-yé Vakil.

La strada che conduce a Yazd corre ai margini del deserto e paesaggi desolati ci accompagnano fino alla capitale del zoroastrismo. 

Durante il tragitto passiamo da “pistacchipoli”, ossia Rafsanjan, e dal piccolo villaggio di Anar che ha offerto il proprio tributo alla pianta tipica dell’area con improbabili seggiolini, nei giardini pubblici, a forma di …pistacchio. 

Temiamo un po’ l’arrivo a Yazd che dovrebbe essere la città più calda del viaggio, ma in realtà, sebbene la temperatura sia sicuramente elevata, il clima è molto secco e anche nelle ore più calde (che trascorriamo comunque al riparo) non abbiamo mai problemi.

Strada verso Mahan

 

Mahan, i giardini di Shahzade

 

Kerman, nell’Hamam é Ganij Ali Khan con l’immancabile scolaresca

 

Sedili a forma di pistacchio nel piccolo villaggio di Anar


UN SALTO INDIETRO NEL TEMPO

Meno monumentale di Esfahan, più selvaggia di Shiraz, Yazd è una città che, quando ci si perde nei suoi vicoli stretti nelle alte case di mattoni cotti al sole, trasporta il visitatore nel Medio Evo. Le porte di legno con i battacchi di forme diverse (per gli uomini e per le donne affinché, al solo bussare, si potesse conoscere il sesso di chi chiedeva di entrare), le case cagiare di una bellezza sorprendente, invisibili a chi non le sa cercare, le torri di ventilazione che si tagliano sui tetti: Yazd è una città da assaporare lentamente.

È un luogo dai mille colori che affianca l’ocra dei quartieri residenziali alle dorature dell’ineguagliabile complesso di Amir Chakhmagh, al turchese della Masjed-é Jamé, al terra di Siena delle Torri del silenzio, i “cimiteri” zoroastriani a circa 5 chilometri dal centro abitato.

Yazd è anche il luogo da cui provengono i tecnici più bravi nella realizzazione dei ghanat, i canali di irrigazione sotterranei che rappresentano una rete idrica iniziata più di 2000 anni fa, e la città ha pagato il proprio tributo a questi lavoratori con un delizioso Museo dell’acqua.
Città dei peccati di gola, a Yazd si possono gustare dei fantastici dolci al cocco, al pistacchio, alle mandorle, dei quali abbiamo fatto incetta nella pasticceria che si trova nella piazza dell’Amir Chakhmagh e che merita una visita anche da parte dei non golosi.

Nei giardini davanti all’Amir Chakhmagh sperimento il primo (e unico) atto di discriminazione: sto tranquillamente fumando una sigaretta in compagnia di Antonio quando un gruppetto di uomini con camicioni e turbante attraggono l’attenzione di Antonio e gli spiegano a gesti che io non devo fumare; decido che non mi sembra il caso di protestare (meglio evitare possibili casini) e spengo la sigaretta cercando di esprimere tutto il mio disgusto con uno sguardo che spero sia il più espressivo possibile; dopo un attimo si avvicina un signore iraniano che, in perfetto inglese, mi dice “non era obbligata a farlo, quelli sono afghani (a seguito della guerra sono molti i rifugiati dal vicino Afghanistan in quest’area del paese), credono di comandare ma non hanno nessun diritto di proibirle qualcosa”, lo ricambio con un ampio sorriso di gratitudine.

A Yazd facciamo il giro di boa della nostra vacanza, durante la quale in varie occasioni abbiamo avuto modo di apprezzare le reminiscenze di farsi (dovute al lavoro di interprete di 25 anni prima) della nostra capogruppo, soprattutto durante i surreali colloqui con Majid.

Yazd, Amir Chakhmagh  
Yazd, torri del vento
 

 

Yazd, torri del silenzio

 

Casa cagiara

 

Yazd casa cagiara

 

Yazd, sullo sfondo i due minareti della Masjed-é Jamé

 

ESFAHAN, LA PERLA DELL’IRAN

Usciti da Yazd, lambiamo il deserto ancora per un lungo tratto e, dopo essere passati da Meybond e avere visitato il castello e il caravanserraglio trasformato in hotel, ci fermiamo a Na’in, deliziosa cittadina con un dedalo di viuzze coperte e una splendida moschea, la Masjed-è Jamé, del X secolo, nei cui vasti sotterranei gli iraniani cercavano riparo durante le invasioni dei mongoli.

L’arrivo a Esfahan a metà pomeriggio ci permette di godere dei suoi magnifici ponti nel clima festoso del venerdì con decine di iraniani a passeggio o mollemente sdraiati sulle rive del fiume che taglia la perla di Persia.

I ponti di Esfahan sono luoghi pieni di vita a qualunque ora, ma la sera danno i meglio sé e la sosta per un thé nei locali che li animano è imperdibile. Anche per Esfahan la lettura di una guida è sicuramente più proficua di quella di una mia eventuale descrizione; delle sue meraviglie mi resterà negli occhi la magnificenza della Masjed-è Emam, in piazza Emam Khomeini.

La guida invita a cercare le discrepanze dell’apparente simmetria dei suoi mosaici (fatte appositamente per dimostrare l’umiltà dell’incisore di fronte ad Allah), ma anche se queste ci sono, l’insieme è talmente meraviglioso che lo stesso Allah non può che avere perdonato agli uomini che l’hanno realizzato di essersi tanto avvicinati alla perfezione divina.

Ad Esfahan dobbiamo anche l’incontro con Mohammed Reza e la sua famiglia, al quale è seguito un invito a cena che abbiamo accettato con entusiasmo, godendoci un pasto ricco e gustoso (e per noi donne senza velo in testa, finalmente). La mattina della partenza per Kashan facciamo una piccola sosta al quartiere armeno per una rapida visita alla cattedrale di Vank dove i supplizi di San Sebastiano sono il soggetto di una serie di affreschi piuttosto inquietanti.

Esfahan

 

 

 

VERSO KASHAN

Lungo la strada per Kashan ci attende una deviazione verso le montagne per visitare il piccolo villaggio di Abianeh.

Dopo averci portato a visitare un santuario moderno decisamente poco interessante, Majid prosegue spedito, “salta” la deviazione per il villaggio, di Abianeh (villaggio protetto dall’Unesco) non conosce evidentemente l’esistenza, e fatichiamo parecchio per spiegargli che deve fare inversione e dirigersi verso le montagne. La strada che sale a 2000 metri è un susseguirsi di ripide pareti brulle, la cui severità è addolcita da qualche prato rigoglioso e da filari di profumatissimi abeti.

Il villaggio, in sé, è forse al di sotto delle aspettative, ma merita una visita per alcuni caratteristici scorci e per l’impagabile vista sulla valle sottostante. 
Nel tardo pomeriggio riprendiamo il viaggio verso Kashan dove arriviamo in serata. Antonio ed io, stravolti dalla stanchezza, ceniamo in albergo mentre gli altri si dirigono verso i giardini di Fin, dai quali tornano entusiasti.

L’indomani visitiamo tre case splendide (Khan é Borujerdi, Khan é Tabatei e Khan é Abbasin), impeccabilmente restaurate, nelle cui stanze e cortili ci perdiamo per ore.

Riprendiamo quindi il viaggio per l’ultima tappa verso Teheran e che prevede una sosta alla città santa di Qom.

Abianeh

 

Abianeh con un’altra scolaresca

 

 
Le splendide case cagiare di Kashan

 

 

 

QOM LA SANTA

Sappiamo che il santuario di Hazrat-é Masumeh della città santa di Qom è off limits per i non islamici e quindi ci avviciniamo al suo ingresso sbirciando la cupola dorata e cercando di non disturbare i fedeli che entrano. Il custode ci guarda, parlotta con Majid, che entra nel santuario, e con un “Welcome” ci fa segno di attendere.
Dopo poco Majid torna in compagnia di un altro custode che ci porge quattro chador chiari, che Marisa, Cristina, Rosi e io indossiamo maldestramente, e ci invita a seguirlo. Entrati in una stanza riccamente decorata veniamo accolti da un funzionario che, in perfetto inglese, ci spiega far parte dell’ufficio internazionale istituito presso il santuario da due anni e che siamo i benvenuti. “Questo è un santuario particolarmente sacro ai musulmani e qui si viene per pregare, non vogliamo quindi disturbare i fedeli, ma siamo lieti di accompagnare i visitatori nei suoi cortili”, spiega e poi, mentre ci offre un the e ci fa dono di una fotografia del santuario e di un piccolo ricordo di Fatemé (sepolta nel santuario e alla quale esso è dedicato), ci invita a porgli tutte le domande che desideriamo per poi accompagnarci nella promessa visita. Siamo un po’ intimiditi da tanta cortesia e disponibilità e quando usciamo anche l’ultima, residua diffidenza nei confronti dei credenti sciiti è dissipata.

 

IL RIENTRO A TEHERAN

Ripartiamo quindi alla volta della capitale. A pochi chilometri da Teheran intravediamo l’imponente mausoleo di Khomeini, Cristina si lascia scappare un irriverente, ma azzeccato commento (“Ma qui hanno chiamato l’architetto di Disneyland!”) confermandosi la compagna più divertente del gruppo.

Non ci siamo fermati per il solito pic nic e l’arrivo a Teheran ci coglie piuttosto affamati, Giuseppe indica più volte a Majid chioschi di banane con l’evidente intenzione di convincere il nostro autista a fermarsi, ma Majid continua imperturbabile la sua corsa e (con una certa accondiscendenza verso questi turisti che, a sua parere, si esaltano evidentemente per cose insignificanti) esclama soddisfatto: “Teheran very banana!!!”.Consci che ormai solo poche ore ci separano dal definitivo addio al nostro ineffabile autista, scoppiamo in una fragorosa risata. Majid si riscatta in extremis con una sosta a casa degli zii che ci offrono anguria e dolcetti.

Il nostro viaggio si conclude qui, nella caotica capitale iraniana dove con rammarico non riusciamo a vedere il museo dei gioielli, ma che, in compenso, offre un museo dei tappeti unico e imperdibile. Il 26 agosto lasciamo questo paese sorprendente e affascinante.

 

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