Mongolia: da Gengis Khan alla pacifica meditazione

Visto dall’aereo, il Gobi è una distesa brulla, un susseguirsi di panettoni aridi o coperti da una bassa peluria verde, solcati da rigagnoli argentei che sembrano nascere dal niente e altrettanto misteriosamente scomparire nelle viscere della terra. Nel nulla assoluto, il puntino bianco di una gher rivela, di tanto in tanto, la presenza dell’uomo. La magia di un viaggio in Mongolia
31 luglio – 13 agosto 2005

Antonio ed io avevamo deciso di andare in Uzbekistan affidandoci all’agenzia di Fabio, Azonzo Travel, e, in quell’occasione, avevamo conosciuto Chantal che intendeva fare lo stesso viaggio. In giugno una sanguinosa rivolta nella Valle di Fargana ci ha fatto desistere dal partire. Dove si va, dove non si va? Chantal ci propone: perché non la Mongolia? Già, perché no?

GOBI: IL NULLA … EPPURE ABITATO

Il 31 luglio, partenza (con Antonio, Chantal e Anna) alle 9.15 per Berlino dove il volo per Ulaan Bataar, via Mosca, è in ritardo di sole… 6 ore. Dopo 26 ore dalla nostra partenza da Malpensa, alle 13.30 ora locale del 1° agosto, atterriamo nella capitale mongola. Ci accoglie Gambold, giovane avvocato che in estate aiuta la famiglia proprietaria di un’agenzia turistica; parla bene l’italiano, come del resto le sue sorelle (una delle quali vive in Italia). Il padre, docente universitario di economia politica in epoca sovietica, ha deciso di tornare alle origini e si è trasferito nell’accampamento da cui proveniva la sua famiglia nella parte occidentale del paese.

Dall’innesto di 60 anni di dominazione sovietica su un popolo nomade non ci si può aspettare molto dal punto di vista architettonico, ma Ulaan Bataar è al di là dell’immaginabile: una Sesto San Giovanni degli anni ’50 in brutto. A 1.350 m di altitudine, alimentata da centrali a carbone, Ulaan Bataar è una città dove l’inquinamento toglie il respiro. Comunque, nonostante la stanchezza, dopo una breve sosta nel migliore hotel della città, il Gengis Khan (manco a dirlo), visitiamo il museo di Storia Naturale, interessante, per poi cenare al ristorante Modern Nomads.
Partenza per il deserto di Gobi.

Visto dall’aereo, il Gobi è una distesa brulla, un susseguirsi di panettoni aridi o coperti da una bassa peluria verde, solcati da rigagnoli argentei che sembrano nascere dal nulla e altrettanto misteriosamente scomparire nelle viscere della terra. Nel nulla assoluto, il puntino bianco di una gher rivela, di tanto in tanto, la presenza dell’uomo.

Giunti alla meta, l’aereo, un Fokker, si ferma su una pista sterrata con un atterraggio tutto sommato molto più morbido di quanto non ci aspetti. Il campo, turistico, è un vero e proprio campeggio con pulitissime e splendide gher ad accoglierci. Sveglia alle 6.30 (siamo al 3 agosto) alla volta di Yolyn Am, la Valle delle Aquile.

La “valle delle Aquile” è una profonda incisione nelle montagne che chiudono, a sud, il deserto del Gobi. Il nome non è casuale e addentrandosi nella valle, che in alcuni tratti si restringe a pochi metri di larghezza, sono numerose le aquile che volteggiano sulle nostre teste. Siamo i primi a entrare nel parco e così abbiamo la fortuna di vedere quattro capre selvatiche. Nella valle fa decisamente freddo, per cui felpa, pile e cappuccio.

Al ritorno pic nic nel prato per poi sostare presso una famiglia nomade che ci offre the con latte di capra (orrido, ma irrifiutabile ovviamente), yogurth (buonissimo, purché abbondantemente zuccherato) e “dolcetti” (bocconcini di pane fritto molto buoni e delle “cacchine” bianche fatte di latte di capra essiccate sul tetto delle gher che personalmente trovo abbastanza disgustose, ma che inghiotto con un sorriso, forse un po’ forzato). In serata spettacolo tradizionale al campo.

Alle 8 partenza per le Khongoryn Els.


 

DALLE DUNE “CANTANTI” ALLA RUPE “FIAMMEGGIANTE”

La fatica di cinque ore di massacrante viaggio su un pulmino russo al quale il concetto di ammortizzatore è completamente estraneo, è ripagata dallo scenario delle prime dune del deserto sabbioso (nel quale non ci addentriamo) che si stagliano contro le montagne azzurre e ai cui piedi una sorgente dà vita a un’area paludosa e verdeggiante, naturale richiamo per gli animali della zona.

I miei compagni si cimentano nella risalita delle dune mentre io preferisco dedicarmi a una sessione fotografica ai cavalli che pascolano nell’oasi sottostante. Al rientro siamo comunque stanchi morti.

La sera nel campo, uno spettacolo di canti tradizionali mongoli, decisamente particolari (canto della gola profonda), ed esibizione di una contorsionista. I musicisti sono davvero bravi e dopo lo spettacolo stiamo un po’ insieme e uno di loro ci chiede di cantare una canzone italiana, optiamo per Bella Ciao che è l’unica che conosciamo tutti, e lui scrive la musica per poi suonarla perfettamente.

L’indomani, partenza per Bayanzag. “Rupe fiammeggiante” è l’azzeccato nome di una sorta di scalino dell’altopiano: brulla, sassosa, la “rupe” è fatta di una terra compatta che si sgretola in sabbia finissima. Archilosauri, dinosauri, prototoceratopi: questo luogo è il paradiso dei paleontologi.

C’è un microscopico (dentro a una gher) museo dei dinosauri che visitiamo per poi andare a rilassarci in un “fichissimo” campo super attrezzato con tanto di massaggiatori e amenità varie, di proprietà di un ricco mongolo emigrato negli Usa.

VERSO KHARAKHORUM, LA CAPITALE DI GENGIS KHAN

Il 6 agosto, rientro a Ulaan Bataar e visita a Bogd Khan, il palazzo dell’ultimo re. Cena al ristorante Dolce Vita, di proprietà della famiglia di Gambold, la nostra guida.

L’indomani alle 8 partiamo per Kharakhorum, direzione ovest. Sono solo 380 km, ma durano un’eternità perché la strada, seppur asfaltata, è piena di buche gigantesche che obbligano a vere e proprie gimcane. Ma il campo nel quale arriviamo è splendido, adagiato in una prateria che si perde contro una striscia di lontane montagne.

Della mitica capitale del regno di Gengis Khan non è rimasto nulla. Rasa al suolo dalle truppe cinesi nel 1382, Kharakhorum conserva oggi solo parti del monastero di Erdene Zuu, completato nel 1587, a far scempio del quale ci hanno invece pensato i sovietici negli anni Quaranta. Adesso lo stanno ricostruendo e il nome di chi lascia un’offerta verrà inciso su un muro. Bisognerà tornare tra qualche anno per vedere se davvero il nome di Antonio, che aderisce all’iniziativa, verrà inserito nella lista

Nei dintorni belle gite tra vaste praterie, boschi e fiumi da guadare.

Lungo il tragitto verso Kharakhorum, come del resto in vari punti del Gobi, incontriamo numerosi ovoo.

L’8 agosto, partenza per il canyon di Uurtiin Tokhoi e vagabondaggio tra valli verdi, fiumi da guadare, mandrie di yak e cavalli nel parco naturale di Huendai Nuur lungo la valle dell’Orkhon. Il parco si trova su un altopiano a circa 2.000 m, con alcune parti che arrivano quasi a 3.000 come nei pressi del monastero Tuvkhanii Khis. La camminata per arrivarci è abbastanza faticosa e io cedo dopo pochi metri aspettando gli altri sdraiata all’ombra di un rinfrescante bosco.

CANYON, PARCHI E MONASTERI BUDDISTI

L’indomani Terme Kuijurt. Sogniamo una giornata di relax ma arriviamo in una sorta di Lourdes in architettura sovietica.
Dopo essere scappati ci fermiamo in una radura che ci pacifica con il luogo per poi andare al complesso sacro di Shannynkhiyd: tre monasteri circondati da mura. Siamo i soli turisti, ma all’esterno, in cinque minuti, tre bambini organizzano un “ricco” bazaar con collanine, buddha in terracotta e altre amenità che non riusciamo a resistere dall’acquistare.

L’indomani partenza per il parco naturale di Hustayn Nuur.

Parco naturale situato a circa 40 chilometri a ovest di Ulaan Bataar, nell’Hustayn Nuur vivono 170 esemplari di cavalli Prjewalsky Takhi dal bel manto grigio-beige che si caratterizzano per avere 66 cromosomi contro i 64 delle altre razze di cavalli. Per vederli bisogna andare verso sera nel valico sul quale transitano mentre scendono dalle montagne per la notte e osservarli nel più rigoroso silenzio.

La magia del luogo si spezza quando rientriamo al campo: un’invasione di orrendi insetti ha trasformato le nostre gher in un set hitchockiano e trascorriamo la notte al riparo in fortunose casette di legno. Il giorno dopo, rientro a Ulaan Bataar nelle accoglienti braccia del Gengis Khan Hotel per andare in gita, il giorno successivo, al parco Terelji.

Classico luogo di seconde case (c’è addirittura un villaggio dall’evocativo nome, almeno per noi milanesi, di UB2) e di villeggiatura per gli abitanti della capitale, quello del Terelji è un bel parco naturale dove si possono fare piacevolissime passeggiate a piedi o a cavallo lungo il fiume Tuul. Io ne approfitto volentieri.

Un piccolo monastero, che sta per essere terminato e verrà inaugurato con una grande festa il 1° settembre, domina la vallata.

Il 13 agosto si torna.

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