Uzbekistan… e Tamerlano regna sovrano

Samarkanda e Bukhara: il solo nome mi emoziona. Sono due luoghi per me mitici e non rimango delusa, Khiva è una sorpresa perché prima di questo viaggio non ne conoscevo l’esistenza e Tashkent si rivela una città non particolarmente bella, ma piacevole da visitare. Un viaggio in Uzbekistan è veramente facile da fare anche da soli.
21 luglio – 2 agosto 2007

Avevo cercato di venire in Uzbekistan già due anni fa, con Antonio, ma la rivolta nella Valle di Fergana mi aveva fatto desistere. E così questa volta ho esagerato: ho deciso di venirci da sola e, desiderando starmene “fuori dalle busche” per il maggior tempo possibile, ho pensato di prendermi un mese tondo tondo, andando anche in Kirghizistan e a Kashgar. Essendo sola e avendone tutto il tempo ho scritto un diario di viaggio abbastanza dettagliato per cui mi limito a trascriverlo, lasciando quindi il racconto nella forma temporale del diario.

TASHKENT – PRIMO PIACEVOLE IMPATTO

21 luglio – Partenza per Tashkent con una sosta di 4 ore a Mosca, passate a capire che fine avrebbe fatto il mio bagaglio. A Milano non ne avevano voluto sapere di imbarcarlo direttamente per Tashkent, sostenendo che avrei dovuto ritirarlo a Mosca e reimbarcarlo; a Mosca ovviamente non ne hanno voluto sapere di farmi passare, per ritirare il bagaglio, il controllo passaporti senza visto. Mi hanno chiesto il tag della valigia e assicurato che l’avrebbero spedita direttamente a Tashkent; la quantità di persone coinvolte in questa operazione, il fatto che tutti mostrassero una perfetta efficienza, ma che ciascuno dicesse una cosa diversa dall’altro mi hanno dato l’assoluta certezza che il mio bagaglio non sarebbe arrivato.

Così è stato. L’autista dell’hotel Elite mi ha aspettato pazientemente mentre ho sbrigato le pratiche di “smarrimento” e poi mi ha portata in hotel dove si stanno sbattendo per recuperare il bagaglio. Non si sa bene quando potrebbe arrivare, in ogni caso io domani parto per Urgench (non ho voglia di modificare il mio programma per questo stupido imprevisto); ho comprato tre paia di mutande, una maglietta e un vestito “very” uzbeko, tanto tra 12 giorni circa sono di nuovo a Tashkent. In hotel hanno detto che se io voglio partire non ci sono problemi, si occupano loro di tutto e poi mi fanno trovare le mie carabattole quando parto per il Kirghizistan. Sono proprio gentili.

Il primo impatto con Tashkent è piacevole: anche se non particolarmente bella (anzi, diciamo che non è proprio un granché) è una città con molto verde; inoltre gli uzbeki sono molto cortesi, c’è solo qualche difficoltà di comunicazione (l’inglese non è molto diffuso, andrebbe meglio se ricordassi qualcosa di russo, ma l’età è l’età) però si fanno in quattro per cercare di aiutarti se ti vedono in difficoltà o con una cartina in mano.

Oggi sono andata a Chorus dove dovrebbe esserci la città vecchia, ma a dire la verità non sono riuscita trovarla!!! In compenso mi sono persa nel mercato, un vero dedalo di bancarelle da quale non riuscivo a uscire; è stato quasi un incubo. Ma la cosa incredibile era la gente che mi circondava. Non ho mai visto un tale miscuglio di etnie concentrate in un unico posto. Cinesi, europei, turchi, tagiki; occhi piccoli e stretti come lamine o tondi e azzurri con una costante espressione stupita; volti rotondi e paffuti, visi allungati e menti a punta; una gradazione di colori dal bianco latteo al bronzo. Sono stata seduta per terra per ore a guardare questo mondo che mi passava davanti, non riuscivo a distogliere gli occhi.

La madrasa Kukeldash e la moschea Juma, invece, due grandi delusioni: completamente rifatte (e del resto la seconda, sotto il regime sovietico, era una fabbrica di lamiere!). Veramente notevoli sono, invece, le stazioni del metrò. Adesso sono nel bel cortile dell’albergo, un tranquillo giardino con fontana, si sta facendo notte e mi circonda il silenzio.

Domani parto per Khiva.

 

KHIVA – COMPLETAMENTE RESTAURATA, MA AFFASCINANTE

22 luglio – Prima sorpresa: il bagaglio è arrivato. L’autista dell’hotel mi accompagna all’arrivo di un volo da Mosca ed ecco il mio valigione vomitato dal carrello portapagagli.
Seconda sorpresa: all’aeroporto di Urgench c’è un taxista con un cartello con il mio nome che dice di essere a mia disposizione per portarmi dove voglio. Dice di essere stato avvisato del mio arrivo dalla compagnia turistica. Non so davvero quale, visto che ho acquistato il solo biglietto aereo, comunque dato che Urgengh dista da Khiva circa 45 minuti in auto e che il taxista mi chiede 10 dollari (ossia la cifra standard per compiere questo tragitto) non approfondisco più di tanto e colgo l’occasione al volo, il che mi evita la ricerca di un mezzo per Khiva. Sono un po’ stremata dal caldo e chiedo al taxista, che parla perfettamente inglese essendo un professore di liceo che “arrotonda” il magro stipendio con questo lavoro, di portarmi in uno dei due alberghi che ho identificato come “papabili”. È l’hotel Asia (40 dollari), è appena fuori le mura, moderno e, soprattutto, con una piacevolissima aria condizionata. Dopo un breve riposo ho la splendida idea di uscire verso le 13.30. Non resisto più di mezz’ora, è come essere in una fornace, con un vento bollente che toglie il respiro costantemente sparato in faccia. Torno a ripararmi nella mia stanzetta “condizionata” per uscire alle 16.30.

Un’altra vita. Adesso sono nella moschea all’aperto dentro la Kukhna Ark, la fortezza dei sovrani di Khiva costruita nel XII secolo, poi ampliata nel XVII. C’è un piacevole venticello nel quale si perdono voci e musiche lontane. Sono sola e sembra un posto magico. È una moschea estiva del XIX secolo rivestita di piastrelle bianche e blu con motivi vegetali e tetto rosso e oro.

Dal poco che ho visto finora Khiva è molto bella, ma è una città-museo oltretutto completamente restaurata negli anni ‘70 e ‘80.

23 luglio – Oggi lungo giro, seppur sempre frammezzato da una sosta in albergo nelle ore centrali della giornata. Splendido il palazzo Tosh Kholi con i suoi soffitti di legno dipinto. È anche questo del XIX secolo e pare abbia più di 150 stanze, quelle che danno sul primo cortile sono state trasformate in laboratori di artigiani: mi fermo un bel po’ a guardare un ragazzo che dipinge piatti.

Deliziosa la madrasa Juma con le esili colonne di legno intagliato. Sono 218 colonne in tutto, le più antiche risalgono al X secolo.

Mi rammarico assai per non avere optato per l’hotel Khiva (mi ero fatta influenzare dalla guida che non aveva fatto menzione dell’aria condizionata, comfort che mi era sembrato irrinunciabile quando ieri sono scesa dall’aereo): oltre ad essere dentro la città vecchia, è una madrasa del XIX secolo, con stanze piccole ma deliziose e … con dei bei condizionatori. Fermarsi qui sarebbe stato molto più piacevole. Ben mi sta, così imparo a non rischiare. Belle le mura di fango, soprattutto al tramonto, le madrase, i bazaar.

Mi informo su come andare a Bukhara domani. Con l’autobus è piuttosto complicato, o meglio, molto, molto scomodo. Certo, viaggiare con i mezzi pubblici uzbeki probabilmente mi permetterebbe di entrare più in contatto con questa realtà, ma rimango sempre una pigra milanese e 500 km di semi-deserto, in autobus, con 50° credo proprio mi stroncherebbero. Quindi, senza molti rimpianti, all’ufficio turistico mi faccio prenotare un taxi: sono 70 dollari, la signorina mi ha detto che cercherà di trovare qualcuno per condividere viaggio e spesa, ma questa non è stagione turistica (e te credo!) e quindi sarà difficile. Pazienza.

BUKHARA – SI RISCHIA L’INDIGESTIONE DI MADRASE

24 luglio – I 70 dollari meglio spesi della mia vita. 5 ore di deserto piatto e il solito vento rovente che tramortisce. Comunque mi sembra di essere arrivata in un bel posto. L’albergo Sasha & Son, che ho prenotato da Khiva, è delizioso. Mi sono riposata un po’ e adesso, anche se sono solo le 16.30, mi sto per pappare dei bei kebab nella Lyabi Huz, una piazza con laghetto artificiale centrale costruita nel 1620, circondata da ristorantini all’ombra di grandi alberi: un’oasi di frescura.

25 luglio – Bukhara è una città da gustare lentamente altrimenti si rischia l’indigestione di madrase.Purtroppo il turismo rovina sempre tutto, la maggior parte delle scuole coraniche e dei caravanserragli è trasformata in negozi pieni di cianfrusaglie; ovviamente ci sarebbe la possibilità di acquistare bei tappeti (quelli in seta sono fantastici) ma è merce che bisogna conoscere e io non mi cimento.

Nota a parte: in Uzbekistan i dentisti ci hanno dato dentro parecchio, la gente è molto sorridente e mette felicemente in mostra intere arcate dentali tutte d’oro.

26 luglio – Conosco Soraya, una liceale che vuole impratichirsi con l’inglese e passiamo un po’ di tempo insieme. Notevoli i bazaar, labirinti di vicoli suddivisi per tipologie merceologiche (anche se oggi la suddivisione è un po’ lasca, predominano i negozi turistici) e imponente il minareto Kalon: costruito nel 1127 è alto 47 metri, decorato da 14 fasce con uso alternato di piastrelle azzurre e marroni. Particolare l’Ark, città fortezza abitata fin dal V secolo; curiosa la Char Minar (quattro minareti), una madrasa “puntellata” da quattro tozze torri.

Andrò a Samarcanda in treno, sono solo 250 km e il treno mi sembra meglio del bus. Ma quando vado a comprare il biglietto faccio una figuraccia: costa 8.500 S, ma io capisco 85.000 (85.000 è una cifra pazzesca, cioè sarebbe più o meno il costo in Italia di un Milano-Roma, ma qui è tantissimo) per cui penso che il tizio mi voglia fregare. Me ne vado abbastanza incazzata. In albergo chiedo spiegazioni, mi chiariscono l’equivoco (qui mettono il punto dei decimali in un modo strano) e io torno con il capo cosparso di cenere allo sportello dei biglietti; trovo una ragazza che parla inglese e le chiedo per cortesia di spiegare all’impiegato il mio fraintendimento: quello mi ha guardato come se fossi un po’ tocca, ha ripetuto 85.000 (credo) un paio di volte e poi si è messo a fare il mio biglietto scuotendo la testa. La produzione del biglietto (treno con pasto a bordo) si rivela una cosa complicatissima: fatto a mano e chiuso con un timbro in ceralacca!

Concludo la giornata con una luculliana cena in una delle due madrase che si affacciano nella piazza, con tanto di spettacolo e sfilata di moda, il tutto per la stratosferica somma di 12 dollari. Rientrata in hotel mi fermo a fumare una sigaretta nel cortile interno e faccio conoscenza con Sasha che fa il taglialegna vicino a Vladivostock. Parla un po’ di inglese e mi dice di essere in vacanza, ci dà dentro con la vodka ed è un po’ alticcio, ma riesce a dirmi di non essere affatto contento di come vanno le cose; dice che “adesso” tutti pensano solo ad arricchirsi e chi è povero è tagliato fuori dal mondo; non credo abbia più di trent’anni, quindi l’Unione Sovietica è crollata che doveva essere un ragazzino, ma è evidente che quando parla con nostalgia di “prima” si riferisce al periodo sovietico. Comunque non vede l’ora di tornare tra i suoi boschi.

27 luglio – Un fortissimo raffreddore mi ha bloccato a letto per tutta la giornata, credo di avere la febbre ma preferisco non misurarla (tanto se è cosa da poco, passerà presto e se peggiora mi porrò il problema).

SAMARKANDA – IL MITO DI TAMERLANO

28 luglio – Oggi va decisamente meglio. Partenza alle 8. Mi fa un certo effetto essere su un treno, da sola, diretta a Samarcanda. Salita sul vagone, il bigliettaio mi ritira il biglietto come a tutti gli altri passeggeri: li restituirà prima della discesa alla propria fermata, urlando il nome del proprietario. Questa curiosa trafila mi fa capire di essere l’unica turista straniera sul vagone (del resto ne avevo avuto il sentore): la difficoltà del bigliettaio nel leggere il mio nome e le facce incuriosite degli altri passeggeri mi fanno intuire che comunque la presenza di turisti sul treno non sia molto usuale. All’ora di pranzo si diffonde nell’aria un invitante profumo e mi viene servito un ottimo pasto su piatti veri.

29 luglio – Conviene proprio tenersi Samarkanda per ultima, è una maestosa conclusione del viaggio in Uzbekistan. Trovo alloggio in un bed&breakfast di fianco al mausoleo di Guri Amir (la tomba di Tamerlano) che la sera è veramente seducente. Che dire del Registan? Imponente e in alcuni scorci di una bellezza commovente. Il complesso di madrase che compone l’insieme è di una tale perfezione, nell’insieme e nei particolari, che non ti stancheresti mai di guardarle, cercare le simmetrie, scoprirne i colori. Lo so che il Registan ha subìto pesanti restauri nel periodo sovietico, ma il risultato, per una profana come me, è comunque stupefacente.

Ma la vera sorpresa è il Shahr I Zudah, il cimitero di “famiglia” dei figli e nipoti di Tamerlano. Imperdibile. Cappelle e tombe rivestite da piastrelle in maiolica una più bella dell’altra, curioso è però anche il cimitero “normale” che si estende a sinistra dello Shahr I Zudah: le lapidi raccontano alcuni aspetti della vita del defunto con tanto di incisione degli oggetti a lui cari sulla lapide (c’è un giovane motociclista con la sua moto).

Ho chiacchierato un po’ con il proprietario dell’albergo, dice che nella valle di Fergana la situazione è tranquilla; quando arriverò a Taskhent deciderò se andare a Margilan o no. Benché si tratti di un bed& breakfast, e quindi la cena non sia prevista, il proprietario mi dice che posso cenare lì se non voglio andare in giro da sola la sera. Accetto volentieri e non me ne pento: cena fantastica, molto varia e ricca per la stratosferica cifra di 3,5 euro.

30 luglio – Ho conosciuto due ragazze francesi e insieme decidiamo di andare a Shaharizabz, la città natale di Tamerlano. Situata a 90 km da Samarkanda, per arrivarci si percorre una bella strada, che arriva a un passo a 2.000 m, dove si alternano rocce brulle a boschi di platani. La città è meta di turismo uzbeko e tre ragazzine, dopo avermi guardato per un po’ e avere confabulato tra loro, mi chiedono di posare per una foto (dato che escludo sia per la mia avvenenza, immagino siano incuriosite dal mio abbigliamento, che peraltro non ha nulla di particolare: gonna a righe e cappellino di paglia blu).  Al ritorno l’autista, Gennady, ci porta in un ristorante immerso nel bosco. Rilassante.

TASKHENT – PARTENZA PER IL KIRGHIZISTAN

31 luglio – Sveglia all’alba per prendere il treno delle 7.20 per Tashkent. Viaggio abbastanza orrido, il treno era talmente traballante da rendere impossibile la lettura. Sono circa 270 km e ci mettiamo 5.20 h. Bella media!!! Molto orgogliosa del mio russo: sono riuscita a spiegare al taxista dove si trova esattamente il mio albergo.

1 agosto – Bighellonaggio per Tashkent.

2 agosto – Partenza per Bishkek, la capitale del Kirghizistan. 

Mah … come facciano, all’aeroporto di Tashkent, ad essere certi che tutti si imbarchino sui voli giusti è un mistero. Ci sono due gate (perlomeno nell’area da cui sono partita, che comunque mi sembrava anche l’unica), in quello indicato per il mio volo ne imbarcavano contemporaneamente tre (Bishkek, Almaty e Mosca). E quando dico contemporaneamente intendo proprio contemporaneamente: hanno chiamato i voli tutti insieme, solo in uzbeko e in russo; ci siamo incamminati lungo un corridoio, al termine del quale una rampa di scale conduce ai margini delle piste.

In fondo alle scale, sulla porta d’uscita, una signorina urlava con tutta la voce che aveva in gola una delle 3 destinazioni (un po’ l’una e un po’ l’altra, senza un apparente ordine) per indirizzare poi i passeggeri verso uno dei tre bus in attesa fuori. Dato che eravamo tutti assiepati lungo la scala e altri erano ammassati nel corridoio, il nome della città veniva ripetuto di bocca in bocca risalendo la scalinata fino ai passeggeri fuori dalla portata di voce della signorina. I passeggeri quindi cercavano di scendere per la scala strapiena e, visto che una volta arrivati sulla porta, la signorina aveva iniziato a chiamare un’altra delle tre città, venivano cortesemente invitati ad aspettare sulla porta.

Il tutto in un caos pazzesco, ma devo dire con la più sorridente cortesia da parte della signorina addetta alle operazioni e della rassegnata pazienza da parte dei passeggeri. Io comunque ho chiesto almeno dieci volte sia sull’autobus sia una volta preso posto sull’aereo (la carta d’imbarco è senza assegnazione del posto tanto per non dare troppe certezze) se mi trovavo sul volo giusto per il Kirghizistan! 

 

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