Giordania, piccolo gioiello mediorientale

Petra, Wadi Rum, Jerash, ma anche castelli medievali, riserve naturali e SPA sul Mar Morto, la Giordania è un piccolo gioiello che, oltretutto, si gira con estrema facilità. Era un’oasi di pace confinante con il martoriato territorio israelo-palestinese e con la Siria sotto il dominio di Assad e lo è ancora oggi nonostante la guerra devastante che si è scatenata ai suoi confini settentrionali.
14 – 23 agosto 2009

Dopo la gheenna (per i palestinesi per la verità, più che per noi turisti) del King Hussein Bridge arriviamo in questa “Svizzera” del Medio Oriente

Prendiamo un taxi per Amman, 15 euro, che ci porta rapidamente al Kempisky hotel dove ritiriamo l’auto. L’impatto con Amman e la sua viabilità un po’ difficile da capire ci rende nervosi, ma dopo esserci orientati ci rilassiamo e iniziamo la scoperta di questo paese.

FORO DI JERASH, UNICO AL MONDO

La nostra intenzione sarebbe quella di dormire ad Ajlun per vedere Jerash e l’indomani tornare ad Amman, ma non troviamo un hotel decente e quindi, dopo avere visitato Jerash, decidiamo di rientrare a dormire ad Amman.Il Foro di Jerash è unico, nei miei viaggi non ne ho visti altri di simili: di forma ellittica, per collegare l’asse del Tempio di Zeus con il Cardus Maximus, è racchiuso da 56 colonne ioniche ed è lastricato con pietre di calcare che dal centro alla periferia diventano sempre più grandi, accentuandone la forma ovale.
Tutto il sito è splendido: la strada lastricata del Cardo è perfettamente conservata; del Tempio di Zeus, al culmine di una scalinata con rilievi di tralci e melograni, sono rimaste solo alcune colonne; l’Arco di Adriano è imponente; i due Teatri, due piccoli gioielli; le 11 colonne del Tempio di Artemide, la cui scalinata risaliamo con una luce radente, compaiono all’improvviso giunti agli ultimi gradini; e poi ancora l’Ippodromo, il Ninfeo, i resti di chiese bizantine.
Difficile staccarsi da questo posto.
Rientriamo ad Amman in serata, l’impatto con la città è angosciante: è costruita su colli, tagliata da superstrade con tunnel e cavalcavia con indicazioni un po’ approssimative, difficile capirne la viabilità. Arriviamo in hotel piuttosto stremati.

I CASTELLI DEL DESERTO

L’indomani visita ai castelli del deserto.
Il primo, al Kharrana, è una struttura quadrata massiccia e singolare; potrebbe sembrare un caravanserraglio, ma non essendo su piste di transito non se ne comprende bene la funzione.
Più chiara quella di al Amra, un piccolo “pied à terre” immerso nel deserto, le cui pitture “piccanti”, le piccole stanze con terme in miniatura fanno presumere si trattasse di luogo di svago per gli emiri di città che, nei primi anni di islamizzazione, venivano probabilmente “fuori porta” a godersi la vita.
Poi ci muoviamo verso al Azrak, dove ha soggiornato Lawrence d’Arabia e al quale si accede a da una massiccia porta di granito, con una piccola moschea dalla struttura portante singolare con grandi archi che poggiano su bassissime colonne.
Transitiamo dal castello di Hellabat nel quale non entriamo, per concludere con Umm al Jimal... per veri amanti dell’archeologia.

PERDERSI A KERAK

“Tappona” per Petra. Avevamo deciso di dormire a metà strada, alla riserva di Dana, ma al rifugio non c’è posto e quindi abbiamo proseguito per Petra.
Usciti da Amman verso le 10, ci siamo diretti a Madaba, città dei mosaici. Poi il Monte Nebo (da dove Mosè vede la terra promessa), che domina la valle del Giordano, quindi ci siamo mossi verso il castello di Kerak.
La strada dei re è bellissima: la roccia calcarea, erosa dal fiume Mujid e dal vento disegna una morfologia fatta di anse, canaloni, rigonfiamenti con la caratteristica cima piatta che sembra tagliata a colpi di scimitarra.
Il castello di Kerak è maestoso, ma impressiona più per la sua mole, decisamente imponente, che per la sua architettura. Verso le 16, infine, ci muoviamo in direzione sud: abbiamo sbagliato a calcolare i chilometri, pensavamo ne mancassero circa 60, invece sono il doppio!
All’uscita di Kerak preferiamo seguire la cartina invece delle indicazioni (non per supponenza, ma è che fino ad ora le indicazioni non si sono sempre rivelate attendibili) e commettiamo un errore clamoroso: la strada che scegliamo di seguire, evidentemente più vecchia di quella indicata a Kerak, è in rifacimento per cui ci perdiamo tra deviazioni e sbarramenti, rimbalzando da un villaggio all’altro.
Un’ora di agonia e finalmente arriviamo sulla strada per Tafileh. Dopo qualche chilometro si apre un altro scenario di canaloni e falesie di calcare beige-rosato, tra i quali emerge una monumentale montagna di basalto nero.
Purtroppo è tardi e ci troviamo a percorrere gli ultimi chilometri al buio; arriviamo all’Amra Palace alle 21.

Uscita da Israele al King Hussein Bridge

PETRA: INDESCRIVIBILE

La lunga camminata nel Siq (quasi 2 chilometri) prepara psicologicamente alla meraviglia che si manifesta dalla fessura che, dopo l’ultima curva del lungo canalone, fa intravedere il Tesoro. Nonostante i film, i documentari, le fotografie camminare tra i templi scolpiti nell’arenaria è un’emozione fortissima e io non sono sufficientemente brava per trasmettere la meraviglia di questo posto.
Mi limito ad alcuni dettagli pratici e a rimandare alla lettura del post Petra, cesellata nell’arenaria e a guide varie per le informazioni di base.
Bisogna essere preparati a camminare molto anche perché quando sei lì non riesci a stare fermo, ogni anfratto è una scoperta imperdibile
Il caldo, secco anche se la temperatura è molto elevata, non crea molti problemi, basta non girare dalle 13 alle 16; del resto ci sono un paio di posti di ristoro molto piacevoli dove passare le ore di maggiore calura; se si sceglie il percorso in modo oculato, inoltre, si può andare quasi dappertutto in ombra.
Per vederla con calma e gustarla, comunque, due giorni pieni (quindi tre notti) sono necessari.

Dopo essere tornati indietro per vedere, almeno dall’alto, la riserva di Dana, ci dirigiamo verso il wadi Rum, una vallata scavata nei millenni dallo scorrere di un fiume nel suolo sabbioso, reso famoso in Occidente dall’ufficiale britannico T.E. Lawrence che lo utilizzò come base per la Rivolta Araba del 1917.

NEL DESERTO DI LAWRENCE

Oggi è riserva naturale e non si può circolare con mezzi propri: arrivati all’ingresso del parco lasciamo la nostra auto e proseguiamo con la jeep che ci porta al campo tendato su una collina che domina la vallata sottostante.
Il campo è essenziale ma c’è tutto: le tende spaziose e nei bagni si può fare la doccia; la sera la cena è ottima, la colazione è in stile arabo, quindi con olive, humus ecc. ma gustosa.
Tour nel wadi. Il paesaggio è vario seppure dello stesso genere: montagne di arenaria e rocce di basalto si alternano a dune di sabbia rossa o gialla; il tutto cangiante a seconda dell’ora. Il giro dura 7 h, piacevole anche se l’auto è un po’ sgarruppata e a un certo punto non ne vuol sapere di ripartire, ma veniamo recuperati da altre guide.

 
 
 
 
 

TRAMONTO SULLE DUNE E L’INDOMANI PARTENZA PER LA COSTA

“Aqabaaaaaa. Aqabaaaaaa”. Non riusciamo a trattenerci: l’uscita dal wadi Rum è accompagnata dalle nostre grida, a imitazione di Antony Queen e Peter O’Tool nel film Lawrence d’Arabia.
L’arrivo nella mitica città non ci entusiasma. Caldo umido e opprimente, dopo una colazione mega in un albergo 4 stelle sulla strada, scappiamo dalla città e ci dirigiamo verso il Nord, costeggiando le rive del Mar Morto.
Il Mar Morto è un non lago e un non mare, l’aria è pesante, inoltre sembra di essere costantemente immersi in una vasca per le cure termali.
Concludiamo la giornata al Movenpick dove, l’indomani, godiamo le facilities della SPA con idromassaggi e piscinette termali.
Rientro ad Amman dove vediamo le ultime cose che ci mancano e l’indomani torniamo in Italia.

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