Odori – Cronaca semiseria di un viaggio (Cambogia)

Donatella, compagna di viaggio, ha scritto questa “cronaca semiseria” dei nostri 17 giorni in Laos e Cambogia che volentieri pubblico perché nel “vedere” lo stesso viaggio con gli occhi di un’altra persona si scoprono cose che erano sfuggite, si provano emozioni diverse … insomma è un po’ come rifare il viaggio.
In questo articolo il “racconto” della Cambogia per la parte iniziale del viaggio vai nella sezione Laos
Cambogia, Phnom Peng


L’atmosfera è cambiata. All’aereoporto di Phnom Peng sono rigidi e formali. Anche qui bisogna richiedere un visto d’ingresso. Non ho con me le foto necessarie, stupidamente le ho lasciate nella valigia spedita oltre la cortina della dogana. Poco male, mi soccorre Germana, lei ne ha qualcuna in più, mi da una sua foto nella quale indossa un velo. Presento al funzionario il solito modulo compilato, il passaporto, 20 dollari e la foto della mia amica. Dopo un po’ mi rilasciano il visto come a tutti gli altri. Evviva i controlli, mi chiedo perché al posto di tutte queste menate non chiedano direttamente i dollari, scopo vero della necessità di rilasciare un visto. Tante altre cose mi chiederò e tante rimarranno senza spiegazioni plausibili.
Sbrighiamo le formalità di frontiera, recuperiamo le valigie ed affrontiamo il traffico della città.
La visita al palazzo reale è deprimente, strapieno di turisti per vedere una serie di costruzioni in cemento e senza anima. Si pagano ben sei dollari e mezzo per entrare, un’enormità per quel paese, ed il costo del biglietto non vale proprio la visita. Al centro c’è la decantata Pagoda d’Argento, è così chiamata una costruzione entro la quale centinaia di statue di Budda invogliano i fedeli a laute elargizioni.
Il mercato del sacro tira qui come nel resto del mondo. Esco, passeggio un po’ per i vari padiglioni, rubo una tegola. Raggiungo i miei compagni e usciamo. La seconda tappa è la scuola S21, il luogo ove nel periodo del terrore venivano “interrogati” i sovversivi, gli oppositori e tutti coloro che erano invisi alle sanguinarie truppe di Pol Pot.
Muovo qualche passo entro una, due aule, i blocchi sono tre di più piani ciascuno. Non ce la faccio, sento le grida, vedo la disperazione e le sevizie. Troppo. Resto seduta sotto una pianta in attesa che anche i miei compagni ne abbiano abbastanza. Sono arrabbiata, rattristata, contrita, sono ancora più incazzata ripensando al mercato del sacro della Pagoda d’Argento. Ma quale Dio può essere così cieco, crudele e cinico da non vedere e da non intervenire davanti ad una così grande crudeltà?
Tiziano Terzani, nel suo libro “Un indovino mi disse”, scrisse: “Nel giro di quattro anni, una persona su tre era morta in questo paese, perlopiù in maniera violenta. Gli indovini lo avevano predetto? C’era stato qualcuno che aveva messo in guardia contro la possibilità di un bagno di sangue?
Se nel palmo di una mano c’è un segno che indica una malattia a diciotto anni e la possibilità di un infarto a cinquantadue, cosa doveva esserci nelle mani di due milioni di cambogiani che il 17 aprile 1975 videro il loro mondo finire? Le fosse comuni della Cambogia erano piene di gente predestinata a finire lì. Se nessuno aveva saputo leggere quel loro futuro, allora voleva dire che chiunque pretende di saperlo fare è un impostore; voleva dire che il futuro non è nella mano di nessuno, non è nelle stelle.
Voleva dire che il destino non esiste.”
Sto seduta sulla panchina, vorrei andarmene, ma la città non mi attira e non saprei dove andare, c’è anche il filo spinato, ma non è quello a fermarmi, le spine sono dentro di me che lacerano la mia anima.
Lacrime mi rigano il viso. Un bambino si avvicina, mi offre un profumato fiore bianco di frangipane strappandomi un sorriso.
Su un’altra panchina vedo che si fermano silenziosi anche Silvano e Livio. Nessuno ha voglia di parlare, Silvano poi dirà di essere uscito dalle aule perché non sopportava l’odore di sangue intriso nei muri.
Sto lì, penso ed aspetto, è la poesia che mi viene in soccorso.
Tiro fuori il mio taccuino e leggo TESTAMENTO una poesia di Kriton Athanasulis

Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali e uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t’empirà dei sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S’è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guardando l’amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l’arma con la canna arroventata.
Non l’appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del mio tempo.
E ricorda. Quest’ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e pioggia e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d’una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
Con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austera forma d’uomo,
madri vestite a bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e di Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
Svanirono d’un tratto nelle nevi gelate
In una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell’odio.
Ti lascio l’indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l’epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d’una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l’imprigionato no dell’uomo libero.
Anch’io sono di quelli che dicono di fuori
Il si della necessità, ma nutro, dentro il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l’occhio
Dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto pietra, l’acqua fango,
la verità un uccello che non canta.
E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d’esser fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.

In silenzio e con la coda in mezzo alle gambe come cani bastonati, andiamo all’hotel.
La stanza sa “de can”, le finestre non si possono aprire, usciamo in fretta, facciamo un giro alla pagoda sulla collina incontriamo due giovani russi ubriachi che desiderano festeggiare il capodanno ma si guardano ben bene dall’offrirci un po’ di vodka. C’è traffico e confusione, il mercato che attraversiamo odora di carne lercia e di acqua stagna. Con l’animo molto appesantito cerchiamo un ristorante nella zona del fiume, la parte molto battuta dagli occidentali, nella quale però ci sono molti locali. Scegliamo un ristorantino tailandese dall’aspetto invitante. E’ la sera del 31, c’è molta confusione in giro e la scelta è un po’ obbligata. Inaspettatamente siamo molto soddisfatti della cena, che ci ristora e ci fa tornare il buon umore. Mangiamo gamberi e granchi, il solito riso ma con ottime varianti, ma anche zuppe e verdure deliziose. E’ capodanno brindiamo con la birra che qui prende il nome dell’area archeologica, Angkor –premium beer-

L’area archeologica di Angkor

Non vedo l’ora di andarmene da questa città caotica e difficile. Prendiamo un autobus gran turismo, che dividiamo con altri cinque o sei turisti, che da Phnom Pen ci conduce a nord, verso la cittadina di Sieam Reap. La strada è monotona, a destra e sinistra costeggiamo risaie, alcune secche altre allagate. Qui a differenza del Laos, producono due cicli di maturazione del riso. Nelle pozze marroni, di tanto in tanto vediamo ragazzini o giovani uomini che lanciano delle reti. Pescano il pesce che probabilmente rimane intrappolato nelle varie vasche che delimitano le risaie. Pescano stando dentro all’acqua lanciando questa rete a piccole maglie così come avranno fatto i loro avi.
Finalmente arriviamo a Siean Reap, luogo di partenza per la visita alla vastissima area archeologica di Angkor, meta del viaggio. Le costruzioni, i templi i bassorilievi, le statue, la foresta e le piante sono semplicemente superlative, ma c’è tutto un brulicare infinito di guide, di turisti, di motorette e bancarelle. C’è tutto fuorché il fascino dell’archeologia. Mai avevo visto un sito così indegnamente sfruttato. Mi adeguo silenziosa ad una visita turistica che proprio mi sta stretta. Abbiamo una guida, Sava, un ragazzo magro magro, dai capelli nerissimi e dai sottili baffi. Indossa larghi pantaloni blu in gabardine e camicia d’ordinanza rosa beige con lo stemma delle guide abilitate. Al collo porta una sciarpa che soddisfa ad una articolata serie di funzioni. La sciarpetta viene usata al collo o come copricapo ma con la stessa identica disinvoltura con la quale Sava se la lega in testa per ripararsi dal sole, si gratta i denti o si soffia il naso.
Il nostro omino ci accompagnerà nei tre giorni di tour. Non mi piace seguire una guida, ma il tempo a disposizione è poco ed il sito veramente immenso. Sbocconcelliamo pezzi di storia, il sito è stupendo la fatica è ripagata da quanto vedo. Ritrovo le mie divinità indiane, Shiva il distruttore, Rama, Vishnù e tanti altri. Non manca Garuda il trasportatore alato del dio ed il mio preferito: Ganesh. Alternativamente i templi sono dedicati al pantheon induista o alla meditazione buddista. Grossi lingam sono posti spesso al centro delle celle sacre.
E’ indubbia la bellezza di taluni bassorilievi che raccontano le gesta eroiche delle battaglie e che si soffermano in un registro più in basso sulle azioni del quotidiano. Si leggono interni di case e gesti ordinari, sono descritti arredi e vettovaglie. Si capiscono perfettamente quali sono i dominatori e quali gli schiavi e la loro origine. Si sarebbe potuto stare ore a decodificare i bassorilievi delle pareti.
Ma tutta questa bellezza è in stridente contrasto con il turismo di massa e la divinità chiamata “dollaro”. Intruppati come tanti polli ubbidienti ci sottoponiamo al rito della vista dell’alba davanti alle guglie del tempio di Angkor Wat. Per il tramonto invece, ci ammutiniamo.
Un pomeriggio andiamo a vedere un villaggio su palafitte.

Un villaggio

Prendiamo una barca che ci porta fino a dove il Mekgong si trasforma in un enorme lago, il Tonle Sap. La vista del villaggio è qualcosa di assolutamente originale. Mai avevo visto quanto ho tentato di fissare nella memoria e negli scatti della macchina fotografica. Si tratta di case appollaiate su lunghe gambe in legno, palafitte alte cinque, sei metri, al di sotto delle quali sta un brulichio disordinato di pali, barche, reti polli e bambini. Ci sono gabbie galleggianti che contengono maiali o coccodrilli, altre chiatte sulle quali uomini accucciati lavorano il ferro in una sorta di fucina di paglia e legno. Incrociamo donne che pescano, altre che si affaccendano sulle barche, bambini nudi e festanti che si tuffano nell’acqua marrone e melmosa. C’è puzza, tutto intorno odora di stantio e di …di non so, di contrasto in alto sulle palafitte abitative ci sono panni stesi e balconi fioriti.
Chiedo di far sostare la barca per poter visitare dal di dentro questo incredibile dedalo di bastoni contorti. Accostiamo nei pressi di una scalinata, più in alto c’è un tempio; il paese è vivo ed attivo. C’è una bella scuola in muratura con un via vai continuo di ragazzini vestiti con pantaloni o gonne blu e camicia bianca. Deve essere ora di ricreazione, un ragazzo con un motorino si ferma davanti alla scuola e vende gelati sciolti agli studenti. Un gruppetto sta giocando a “palla avvelenata” ma non hanno una palla bensì una specie di volano che ha l’aria di essere abbastanza duro. Oltre la scuola, il paese si apre con la solita strada sterrata centrale e polverosa con le alte palafitte ai bordi. C’è un odore di marcio che da un po’ mi perseguita; distesi in mezzo alla strada su stuoie di banano, migliaia di gamberetti sono posti ad essiccare. Non è odore di marcio ma di pesce secco, che puzza tanto quanto. Lasciamo Kompong Phhluk, stupiti e sorpresi di una tale visione, ci aspettano ancora un paio di siti archeologici decentrati e molto suggestivi, immersi nel verde ed anche, cosa da non sottovalutare, con molti, ma molti meno turisti.
Su invito di Livio, ci avviamo all’indomani mattina a visitare il museo della cittadina di Sieam Reap. Abbiamo a disposizione ancora una mezza giornata prima di ripartire per Bangkok ed il rientro in Italia. Il gruppetto si sfalda, qualcuno gira la città per gli ultimi acquisti, altri stanno a cazzeggio nella piscina dell’albergo. La visita al museo mi riappacifica con questa città. Con sorpresa scopro che è organizzato benissimo, sale chiare con pezzi straordinari e ambientazioni generose, riesco qui, in questo luogo innaturale ed asettico a sentire l’atmosfera della storia. Sto per tornare a casa, e la visita ai vari templi, in mezzo a quella bolgia, mi aveva lasciato dell’amaro in bocca. La visita al museo riscatta il sentore deludente.
Non credo tornerò mai più in Cambogia, ma quel sito, quei templi, quei tronchi d’alberi secolari che abbracciano mura altrettanto antiche, una volta nella vita, per chi come me è appassionato di storia e di archeologia, va visto. Una volta non più.

Verso casa, passando per la Tailandia

Ancora il nostro peregrinare non è finito, prendiamo un pulmino che ci porta alla frontiera con la Tailandia, qui ci scaricano e trascinando ciascuno la propria valigia, più pesante che all’andata per le cose comprate, la polvere accumulata e le gambe stanche, entriamo nel posto di frontiera per l’uscita dalla Cambogia. Anche qui prendono le impronte digitali, sostiamo sotto una tettoia in lamiera che riscalda l’aria e toglie il fiato. Mi chiedo che cosa può essere questo ufficio durante i mesi caldi se già ora è soffocante. Attraversiamo a piedi una zona franca di qualche centinaio di metri. Ci mettiamo in fila alla frontiera tailandese, ci rimaniamo per più di due ore. Fa caldo, siamo stanchi, siamo ammassati come sardine vecchie ed inconsapevoli. C’è puzzo di piedi e di sudore, rischiamo di delirare; quando finalmente usciamo siamo felici, ma ancora non sappiamo che la tradotta che ci aspetta è ancora lunga. Non ricordo più quante ore siamo stati sul pulmino, so solo che era buio e non finiva mai, so che anche il pulmino puzzava di umanoide, so che affamati ci siamo fermati in un “autogrill” ed abbiamo comprato e mangiato fetidi panini dal sapore dolce di surrogato al cioccolato unito a cipolla e spezie.
Bye bye Tailandia, addio Cambogia, arrivederci Laos!

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