Dal Namib alla Skeleton Coast all’Etosha Park

Deserto, mare, bush, animali a go go, cascate, parchi, etnie a me sconosciute: un viaggio bello, divertente che merita e di cui si gode ogni momento. Ci si stanca un po’… ma un viaggio in Namibia vale decisamente la pena.
1-17 agosto 2013

Dopo una settimana di super relax, alle 14.40 Giampiero, io e Simone ci imbarchiamo per Francoforte, qualche ora in aeroporto, dove siamo raggiunti dagli amici (tutti bolognesi) che viaggeranno con noi: Fabio e Silvia con i figli Ilaria ed Enrico, Massimo e Alessandra con la figlia Anna, Tiziano, Riccardo, Elisa. Alle 22.10 imbarco per Johannesburg, arrivo alle 8.40 del giorno dopo e partenza alle 13.15 per Windhoek dove arriviamo dopo un paio d’ore.

WINDHOEK: ACQUISTI E ORGANIZZAZIONE

Siamo bene organizzati e ci dividiamo in gruppetti per compiere le solite necessarie pratiche di inizio viaggio: ritiro delle auto prenotate (guideremo noi), acquisto di Sim namibiane e alle 17, quando ormai è già buio (nonostante il clima piacevole siamo in pieno inverno e le giornate sono molto corte), arriviamo alla Puccini House, un bed & breakfast molto accogliente con camere grandi e pulite.

Windhoek, da quel poco che abbiamo potuto vedere arrivando dall’aeroporto, è una città piuttosto anonima; in giro poca gente, a piedi nessuno e quando usciamo per andare al vicinissimo ristorante Nice, il gestore dell’albergo ci consiglia di andare comunque in auto.

Non saprei dire se sia una città pericolosa, ma a giudicare dalle case tutte recintate da alti muri sovrastati da filo spinato e telecamere, qualche problema di criminalità deve averlo. Comunque noi, vista anche la presenza dei ragazzi, seguiamo le istruzioni e dopo cena torniamo rapidamente in albergo. Più che altro siamo abbastanza stanchi e crolliamo sfiniti nei letti.

LENTO AVVICINAMENTO AL NAMIB

La sveglia è alle 7 e di nuovo ci dividiamo in gruppi: uno al super per la spesa e un altro va al Camping Hire Namibia a ritirare il materiale da campeggio che Giampiero aveva prenotato dall’Italia.

Siamo partiti con le nostre tende, ma abbiano noleggiato tutto il materiale da cucina, tavoli e sedie, materassini; per quanto riguarda i viveri in Italia ci siamo fatti preparare affettati vari e formaggi sottovuoto in modo da essere autonomi con i pranzi, per il resto abbiamo acquistato tutto lì.

Sesriem per andare alla duna 45

Alle 11 finalmente si parte, direzione Sesriem. Lento avvicinamento al Namib. Lungo la strada intravediamo qualche gazzella e ci fermiamo una mezz’ora per il nostro pranzo “italiano”; manteniamo i limiti di velocità, anche perché le strade non sempre sono in ottime condizioni, e 17.30 arriviamo al campeggio, dopo avere percorso 360 km. Iniziamo a montare le tende con il buio e poi cena a base di zuppa, seguita da pomodori e tonno. Bellissima stellata.

L’indomani si comincia con una bella sveglia alle 4.50, inevitabile se si vuole andare alla famosa duna 45 a vedere l’alba. Bella duna sinuosa, fotografatissima, salita piuttosto duretta (almeno per me).

Sulla duna più alta del mondo a Soussulvlei

Quindi ci muoviamo verso Soussulvlei dove c’è la duna più alta del mondo (390 m), io inizio spavaldamente a risalirla ma dopo neanche 10 passi torno indietro.

È caldo e nella sabbia ormai molle si sprofonda, togliersi le scarpe è impossibile perché il terreno è rovente e la parete è molto ripida. Mi riunisco agli altri che non ci avevano neanche provato e gli unici a salire fino in cima sono Giampiero, Fabio e Simone. Con gli altri aspettiamo all’ombra chiacchierando e giocando.

Torniamo al camping per il pranzo e dopo una breve sosta di nuovo in auto per vedere il tramonto su un’altra duna dove mi ricavo i miei soliti vitali momenti di isolamento fermandomi a metà strada.

Ritorno al campeggio e preparazione della cena. Il momento della cena, ma anche le fasi che la precedono, è molto piacevole: si chiacchiera, si cazzeggia, tutto molto tranquillo e sereno.

DOVE IL NAMIB SI BUTTA NELL’OCEANO

L’indomani trasferimento verso Walvis Bay, anche se siamo costretti a partire in ritardo causa gomma a terra.

La torta di mele di Solitaire

Ci fermiamo a Solitaire: 3 case, un deposito di auto scassate, un meccanico per aggiustare la gomma, un drugstore e… una magnifica, splendida panetteria-pasticceria dove fanno una torta di mele squisita (qui usano 200 kg di mele al giorno!!!) e fantastici panettoncini al cioccolato.

Proseguiamo attraversando il Tropico del Capricorno. Arriviamo a Walvis un po’ tardi e con un tempo orribile (vento, sabbia, grigio), prenotiamo subito le escursioni per l’indomani anche se temiamo un po’ per il tempo, ma la signora ci rassicura guardando le previsioni su Internet: sarà bello.

L’abbraccio con la foca a Walvis Bay

Siamo fiduciosi e le crediamo. Andiamo a dormire a Swakopmund dove alloggiamo al Municipal Camp (2 cottage da 4 e 1 da 6). Cena a base di risotto e frittata di patate. Sono cotta, non sto molto bene e me ne vado a letto che non sono neanche le 10.

Internet non ha mentito, ci svegliamo con un bellissimo sole senza vento. Alle 8.30 partenza verso il porto dove ci accoglie un gruppo di simpatici pellicani. Vederli planare sull’acqua è uno spettacolo; partiamo e siamo subito seguiti da un gruppo di delfini, una meraviglia, ci passano proprio vicinissimi.

Poi le foche… una sale sulla barca e a turno le diamo da mangiare. Si appoggia e le accarezzo il pelo bagnato, troppo bello.

Poi arriviamo alla punta di una lingua di terra dove vive una colonia di foche, sono centinaia, si tuffano, giocano, ci guardano con occhioni tenerissimi.

Namib: tra il niente e la vita

Pranzo a bordo a base di stuzzichini, ostriche e champagne, alle 13.30 rientro e partenza per le dune con jeep 4×4.

Lungo tratto sulla spiaggia, si costeggiano le saline e subito iniziano le dune. Il deserto muore nel mare e Simone dà una definizione bellissima del Namib: “Siamo tra il niente e la vita”.

torna, ma la nostra auto fa un rumore strano. Cena al ristorante Jetty 1905 (una piattaforma alla quale si arriva attraverso una passerella sul mare tumultuoso).

VERSO LO SPITZKOPPE

Brutta sveglia, sto male ma poi per fortuna si risolve tutto.

Immersi in un paesaggio lunare

Il rumore della nostra auto è sempre più insidioso e ci obbliga a sostituirla; perdiamo un po’ di tempo per le pratiche e riusciamo a partire solo alle 11.30 verso Spitzkoppe (saltando alcune tappe intermedie che erano previste).

È un posto incredibile con rocce di granito rosse, erose dal vento, panettoncini dove si sale e si scende; montiamo velocemente le tende, per non doverlo fare poi al buio, e andiamo in escursione al Bushman Paradise per vedere le pitture rupestri poi andiamo verso l’arco di roccia da dove ci godiamo il tramonto.
Verso le 7, nell’oscurità più totale, arriviamo alle tende dove ci cuciniamo pasta col pesto e verdure miste. La compagnia è davvero piacevolissima. È una serata bellissima!

La colonia di ontarie a Cape Seal

Sveglia alle 5.15 (non è una vacanza dalle lunghe dormite, ma le ore di luce sono poche e bisogna sfruttarle tutte. Inoltre andiamo a letto piuttosto presto e dormire in tenda non spinge all’indugio . Sosta a Hentis Bay per la colazione e poi a Cape Seal (Cape Cross) con enorme (e puzzolentissima) colonia di ontarie, non ti stancheresti di guardarle se non fosse per l’odore decisamente respingente.

Via lungo la Skeleton Coast

E poi via per i 500 km della Skeleton Coast per 500 km. Bella anche se meno entusiasmane di quanto mi aspettassi. Nota per la insopitalità e per la difficoltà ad essere raggiunta (via terra il deserto si estende per chilometri mentre dal mare è molto difficile avvicinarsi per le forti onde e la nebbia mattutina che la corrente del Benguela (corrente oceanica di acqua fredda che scorre dalla costa occidentale del Sudafrica e della Namibia verso nord e nordovest) provoca.

La pericolosità della costa per la navigazione, anche in tempi recenti, è dovuta al fatto che il vento trasporta la sabbia verso il mare formando vere e proprie dune sottomarine molto difficili da indentificare per cui molte navi si sono incagliate nella costa sabbiosa (da cui il nome dato dagli inglesi, mente i Boscimani la chiamavano “la terra che Dio ha creato con rabbia” e i portoghesi “le sabbie dell’Inferno”); ma l’ultimo relitto, del quale rimangono pochi pezzi, mi pare sia del 1973.

Comunque il viaggio dura alcune ore e alle 17 arriviamo al Palmwak Camp, campeggio decisamente di lusso. Montate le tende, doccia e meritato relax.

OPUWO: UN MIX DI ETNIE

Verso le 16.30 arriviamo a Opuwo, capitale della regione del Kunene e il nome nella lingua locale significa “la fine”: è infatti l’ultimo centro abitato di una certa dimensione andando verso nord prima di entrare nell’incontaminato Kaokoland dove si trovano i villaggi himba.

Deviazione per vedere gli elefanti

Sveglia alle 6 per andare a Opuwo con una piccola deviazione di circa 40 km per vedere gli elefanti. Il paesaggio è bellissimo, siamo circondati da montagne di varie altezze, circondati da mesas con la loro cima piatta che pare il risultato della sciabolata di un gigante infuriato.

Incontriamo giraffe, orici, gazzelle ma di elefanti manco l’ombra. Ma quando usciamo dall’area protetta vediamo passare un paio di elefanti che, tranquilli, tranquilli, si allontanano tra i cespugli.

Opuwo, un pittoresco miscuglio

La popolazione della zona appartiene principalmente ai due gruppi etnici degli Himba e degli Herero e girando per la cittadina si incontra veramente di tutto: decine di turisti armati di macchine fotografiche, popolazione locali normalmente vestita con T shirt e jeans, Himba a seno nudo e con la pelle dal tipico colore brunastro per l’impasto del quale sono ricoperte, Herero con i loro buffi cappelli e abiti ottocenteschi. Il massimo della concentrazione di questo pittoresco miscuglio è il supermercato dove ci fermiamo per gli approvvigionamenti.

Alloggiamo alla Abba Guesthouse gestita da una coppia di evangelici che finanziano varie attività tra cui una scuola e la mattina assistiamo al chiassoso ingresso dei ragazzi che entrano nelle classi.

L’indomani un’ultima sosta dal macellaio per acquistare la carne che ci servirà per la grigliata serale e partenza per le Epupa Falls che segnano il confine con l’Angola.

Epupa Falls, al confine con l’Angola

Lungo il percorso ci fermiamo alla scuola di Omahuanga: i bimbi /ragazzi dei villaggi himba vivono qui per il periodo scolastico in tende malridotte (spesso lasciate dai turisti di passaggio), ma i finanziamenti governativi non consentono di garantire loro altro. Lasciamo quindi una donazione, che il direttore rigorosamente registra, per l’acquisto di materiale scolastico.

Ripartiamo e arriviamo al campeggio vicino alle cascate alle 13, pranzo, montaggio tende, relax. Un coccodrillo, che per fortuna sta dall’altra parte del fiume Kunene, attrae la nostra attenzione; dato che le tende sono proprio in riva al fiume esprimiamo qualche perplessità, ma ci assicurano che il coccodrillo non sarebbe venuto dalla nostra parte. 

Non ci sono grandi spiegazioni ad avvalorare questa dichiarazione, ma è talmente perentoria che ci crediamo. Chissà perché! Comunque, effettivamente, la notte non siamo stati visitati da alcun rettile.

Ci rilassiamo per un paio d’ore, anche per aspettare un orario più fresco e andiamo a fare la passeggiata verso le cascate. Sentiamo il rumore ma non le vediamo finché non siamo vicinissimi: cadono in uno stretto canyon che segna il confine con l’Angola. Oltre alla principale ci sono varie cascatelle che scendono da più punti, ma sono due anni che non piove quindi non sono molto ricche d’acqua.

Aspettiamo il tramonto in cima a una collina, poi scendiamo per l’aperitivo. Cena con grigliata.

VISITA A UN VILLAGGIO HIMBA

Sveglia alle 6.30. Colazione e partenza alle 8 per villaggio himba che si trova a circa 17 km.

Gli himba sono poligami e una moglie “costa” 2 mucche per il capofamiglia ha 2-3 mogli in base alle disponibilità economiche; i villaggi sono piccolissimi, in pratica c’è un capofamiglia con moglie e figli, quando i figli maschi si sposano se ne vanno dal villaggio paterno e ne costituiscono uno proprio.

All’apparenza il villaggio che visitiamo è poverissimo, secondo i nostri canoni, ma secondo i loro è benestante perché hanno un bel gregge. Abbiamo portato loro farina, olio, tabacco e zucchero, è il “prezzo” per poter visitare il villaggio e fare foto.

Si potrebbe aprire un dibattito gigantesco su questa cosa e ovviamente siamo abbastanza imbarazzati per la situazione, ma ad essere imbarazzati siamo veramente solo noi, per la maggior parte, gli abitanti del villaggio continuano la loro vita mentre un paio di loro, con la traduzione della guida, ci spiega la funzione delle varie parti del villaggio: la capanna a palafitta che serve per riporre le provviste; il fuoco sacro, che non deve mai spegnersi, al centro del villaggio ecc.

La promiscuità con gli animali è totale e questi vivono insieme alle persone, circolando liberamente all’interno del recinto del villaggio.

Verso le 11 torniamo al campo e alle 13.30 partiamo per Opuwo. Durante la strada riusciamo a forare ben 2 gomme che ripariamo nella cittadina. Cena al ristorante.

ETOSHA PARK: GIRAFFE, ELEFANTI, RINOCERONTI… MA NIENTE FELINI

Partenza alle 8.30 verso Etosha Park, per circa 400 km attraversiamo una landa desolata, la siccità ha falcidiato moltissime piante che si stagliano secche e scheletriche in una grande sterpaglia.

Al campo di Okaukuejo

Entriamo nella riserva, dopo averla lungamente costeggiata, e arriviamo alle 16.30 a Okaukuejo, montiamo il campo e dopo esserci rinfrescati andiamo alla pozza (i campi sono situati nei pressi di grandi pozze dove la sera gli animali vengono a bere).

Bellissimo tramonto.

Un gruppo di giraffe in lontananza.

Cena con risotto e torniamo rapidamente alla pozza: vediamo due rinoceronti e diverse giraffe. Alle 10 in branda.

L’indomani sveglia alle 5.15, colazione e partenza alle 6.30. Stiamo in giro tutto il giorno e vediamo di tutto (tranne felini purtroppo): giraffe, elefanti a go go, orici, gnu, springbok (piccole antilopi), impala, zebre ma la sorpresa più bella è quando compare un rinoceronte con il suo piccolo da un cespuglio. Ci osserva per accertarsi delle nostre intenzioni e poi scompare nella boscaglia.

Ritorno alle 17.30, appena in tempo per la chiusura dei cancelli del campo. Cena con grigliata e poi di nuovo alla pozza. Davvero una bellissima giornata anche se sono stanchissima.

Campo Namutoni

Sveglia alle 5.15, smontaggio campo e partenza alle 7.15 verso l’ultimo campeggio dell’Etosha Park, il Namutoni, fermandoci all’Etosha Pan, un’enorme distesa di sale.

Purtroppo un brutto incendio sta da due giorni distruggendo il bush e si vede il fumo salire in lontananza.

In tutto il parco è vietato scendere dalle auto, se non in apposite aree di sosta, sia per questioni di sicurezza, sia per disturbare gli animali il meno possibile.

Alle 17 siamo al campo, fantastica doccia. La pozza qui è deludente (del resto la siccità ha colpito duramente il parco) e di animali neanche l’ombra. Cena al ristorante.

RITORNO CASA

Tappa di 500 km di ritorno a Windhoek con una costa alla Cheetah Conservation Fund, in pratica una clinica per ghepardi dove vediamo 3 ghepardi piuttosto addomesticati all’intero di un enorme recinto; è grande, ci si gira in auto, ma pur sempre recinto è; però ci spiegano che in alcuni casi i ghepardi che vengono curati non sarebbero più in grado di sopravvivere in libertà.

Ci fermiamo poi un’ora ad Okahandja per il mercato dell’artigianato, niente di eccezionale ma vale la pena, è sicuramente il miglior posto in Namibia per fare acquisti.

Arriviamo in tutta tranquillità a Windhoek e prenotiamo un tavolo da Joe, da non perdere, ottima veramente ottima cena (non per vegetariani!).

L’indomani riconsegna delle attrezzature da campeggio e via per l’aeroporto per il ritorno a Venezia, via Johannesburg e Francoforte, dove arriviamo alle 9.20 del 19 agosto.

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