Siberia e siberiani: una sorpresa

Il viaggio in treno e quello in aereo a bassa quota ti fanno immergere in una vastità nella quale si perde la nozione del tempo. La calda accoglienza e la cortesia dei suoi abitanti rendono ospitali anche le zone più estreme. E poi… dopo 800 chilometri di paludi… quando finalmente vedi che la Yakutia non è solo un paese del Risiko…arrivi a Yakutsk-Las Vegas. Un imperdibile viaggio in Siberia
3-17 agosto 2014

Il 2 agosto alle 23.05 volo per Irkutsk, dove arriviamo alle 9.30 (ora locale, il volo dura quasi 6 ore, 286 euro), rapida sosta all’Hotel Europa, albergo pretenzioso, e poi via, in giro per la città.

IRKUTSK, PATRIA DEI DECABRISTI

Nonostante nelle guide sia descritta come la Parigi della Siberia, Irkutsk appare piuttosto sgarrupata. Appena usciti dall’Hotel Europa, un acquazzone ci costringe a ripararci sotto una tettoia e in pochi minuti le strade sono allagate; in alcuni tratti l’asfalto è un ricordo, per cui si cammina nel fango.

Merita una visita la casa del principe Volkonskij, qui costretto all’esilio dopo la rivolta dei Decabristi contro lo zar Nicola I, la cui consorte, principessa Maria Nikolayevna Volkonsy, lo seguì nell’esilio, trasformando l’abitazione in un centro culturale (numerosi i Decabristi mandati al confino in Siberia). Passeggiamo poi a lungo, per chiudere la serata in un ottimo ristorante mongolo. L’indomani sveglia alle 6 per la prima tratta in treno, 8 ore, verso Ulan Ude, a est del Baikal.

Le stazioni sono porte nel tempo dato che, varcata la soglia, tutti gli orologi segnano l’ora di Mosca; l’orario ferroviario è infatti rigorosamente definito sul “Moscow time”. Abbiamo uno scompartimento per quattro, molto comodo. Il primo tratto è piuttosto noioso (betulle, betulle, betulle), ma poi inizia a intravedersi il lago, con izbe disseminate sulle rive.L’unica attrazione di Ulan Ude è

invece la statua di Lenin, o meglio, la testa, la più grande di tutta la Russia dove, ovviamente, non ci risparmiamo una foto di gruppo!

IL LAGO BAIKAL

Infine, l’autista che avevamo prenotato ci preleva per portarci a Maksimikha, sulla riva orientale del lago: 3 ore di viaggio su una strada molto bella che attraversa boschi di abeti e betulle, ruscelli e fiumiciattoli di varie dimensioni, piccole cascate. Maksimikha è un angolo delizioso e alloggiamo in una pensione molto accogliente a 3 metri dall’acqua. Il tramonto sull’acqua è splendido.

Sarebbe meglio prenotare le escursioni prima perché molti russi vengono in vacanza sul Baikal e quindi il primo giorno ci godiamo una bella gita in bicicletta, costeggiando questo lago-mare immenso con belle spiaggette protette da pinete che arrivano a pochi metri dall’acqua. L’acqua è gelida e quindi non seguiamo l’esempio dei russi che sguazzano tranquilli. La temperatura è ottima e dopo il caldo e la confusione di San Pietroburgo e Mosca è piacevole starsene in spiaggia con questo bel venticello fresco.

L’indomani gita nella valle +di Barguzin con Olga/Niki Lauda, la nostra autista che guida bene, ma a velocità piuttosto sostenuta. Il primo tratto, fino all’inizio della valle, attraversa un fitto bosco dove il fiume si intravede tra gli alberi. Il resto è un po’ deludente perché la valle è molto ampia e il fiume si snoda in tanti rigagnoli che rendono il terreno non transitabile, tranne in alcuni punti. Molto suggestivo un monastero buddista immerso nel bosco, il percorso per arrivare è disseminato di bandiere votive legate agli alberi e monetine sparse per terra.

Arriviamo all’ultimo giorno a Maksimikha con una partenza piuttosto adrenalitica. Questa parte del viaggio è organizzata, per quanto riguarda gli spostamenti, nei minimi dettagli perché i mezzi di trasporto (traghetti, treni ecc.) non ci sono tutti i giorni e se ne perdi uno, rischi poi, a cascata, di perdere gli altri. La sera prima prenotiamo quindi il taxi che ci deve portare al traghetto a Ust Barguzin (30 km da Maksimikha) per le 7. Tanti sorrisi e tanti “da, da” (anche qui il russo è l’unica lingua utilizzabile), ma il taxi non arriva; dopo molte sollecitazioni, insistenze, perdite di tempo e serio rischio di perdere il traghetto, arriva una specie di Freddy Mercury che ci porta all’imbarco con una guida da autodromo.

In tre ore di traversata piuttosto piacevoli arriviamo all’attracco a Kuhkhir, sull’isola di Olkhon, si scende sulla spiaggia (non c’è approdo) in mezzo alle Rocce degli Sciamani. Olkhon è la terza isola più grande del mondo all’interno di un lago (71,5 km di lunghezza e 20,8 chilometri di larghezza); la popolazione conta meno di 1.500 abitanti ed è composta prevalentemente da buriati che considerano sacra l’isola.

Purtroppo il tempo non è dei migliori, pioviggina ed è coperto, ma facciamo dei bei giri in bicicletta; il posto dove dormiamo è piacevole e ha una bella sauna, cena a base di omul (il pesce del lago) e branda.

SEVEROBAJKAL, SI TORNA SULLA TERRAFERMA

Ed eccoci di nuovo sulla terraferma, dopo un viaggio in aliscafo di 6 h e 30 che costeggia la riva occidentale del lago con alte scogliere, arriviamo a Severobajkal.

L’imbarco è stato buffo: prendiamo un taxi che ci porta alla punta meridionale dell’isola e ci lascia sulla riva nei pressi di una nave-cargo apparentemente abbandonata. Facciamo vedere all’autista i biglietti dell’aliscafo (che arriviamo anche a mimare per essere certi capisca che ci dobbiamo imbarcare) e lui ci assicura con vigorosi cenni di testa che siamo nel posto giusto. In effetti, dopo poco arrivano altri viaggiatori e scopriamo che la nave-cargo è il “molo” al quale attraccherà poi, in perfetto orario, l’aliscafo proveniente da Irkutsk.

Arrivati a Severobajkal, la mattinata passa a cercare di organizzare la gita alle dune di Chara dove arriveremo nel mezzo della notte di due giorni dopo.

Era già stato piuttosto difficile trovare l’albergo a Novaja Chara perché l’unico esistente sembrava chiuso, ma prenotare la gita era stato impossibile e l’impresa non si rivela più facile in loco. Andiamo all’albergo segnalato nelle relazioni di Avventure dove il proprietario, gentilissimo e che parla pure inglese, è felice di aiutare questi quattro “crazy” italiani ad andare in questo posto che lui evidentemente non conosce (pur essendo un fenomeno naturale unico al mondo). Alla fine riusciamo ad avere il numero di telefono di un fantomatico Victor che ci potrà portare alle dune, ma Victor è in montagna e la moglie spiega al nostro novello amico russo che il marito tornerà raggiungibile solo l’indomani (quando noi saremo in viaggio). Quindi dovremo contattarlo noi direttamente e spiegargli quello che intendiamo fare, peccato che, ci dice con una bella risata l’albergatore, Viktor parli solo russo. Ce ne andiamo, ringraziando il nostro ospite e confidando che in qualche modo riusciremo a intenderci con il nostro Caronte.

Ci godiamo quindi la giornata con la visita al museo della BAM (Baikal Amur Magistral), che quest’anno festeggia i 40 anni dalla costruzione, e la gita a Baikalskoe, molto gradevole. Dal villaggetto di izbe di legno parte una bella passeggiata sulle scogliere alla quale ci dedichiamo dopo un pic nic sulla spiaggia. Cena in un ristorante cinese dove si festeggiava un matrimonio, ho pure ballato.

Costruita tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 per i lavoratori della BAM, Severobaijkal è una cittadina veramente poco attraente: edilizia superpopolare in pieno sfascio, giardinetti spelacchiati, ampie strade deserte e la mattina un’aria pungente già ai primi di agosto, anticipazione dei rigori invernali quando la temperatura scende facilmente sotto i 30°.

CHARA, ESCURSIONE FALLITA

Eccoci in treno per il nostro primo tratto di BAM, 12 ore per raggiungere Novaja Chara. Circondato da cime rocciose e da fitte boscaglie, per una superficie di 40 km quadrati si stende un vero e proprio deserto con dune ardite color ocra. È la nostra meta, raggiungibile attraverso un percorso piuttosto complicato: dopo un’ora di viaggio con una 4×4, si cammina per un’altra ora attraverso un bosco con acquitrini per poi attraversare un fiume con un canotto messo a disposizione dalle guide (l’acqua è comunque alta al massimo 80 cm e quindi, con il bel tempo, si può anche guadare), ma alla fine compare la vasta zona desertica con dune degne del Sahara. Il problema è arrivarci, senza guida impossibile.

Comunque prendiamo il treno alle 9.05, abbiamo trovato solo posti in 3° classe e il vagone è composto da scompartimenti aperti con cuccette anche nel corridoio; si fa presto a fare conoscenza con gli altri viaggiatori. Le cuccette sono sempre aperte e quindi un po’ si dorme, un po’ si chiacchiera, un po’ si gioca, si legge; io mi piazzo nella cuccetta in alto e mi sento molto dott. Zivago in viaggio verso gli Urali. Conosciamo Alina, ragazza “bene” di Novosibirsk che viaggia con cinque amici con i quali ha programmato un treck di 10 giorni nei boschi siberiani. Molto simpatica, Alina parla inglese e ci risolve il problema di Victor, lo chiama lei, gli spiega di cosa abbiamo bisogno e ci fissa l’appuntamento per il giorno dopo al nostro albergo di Novaja Chara. Fantastico. Purtroppo piove.

L’indomani alle 9 arriva puntuale la macchina della guida mandata da Victor. Giunti a Staraja Chara, da dove inizieremo il nostro track, infiliamo le nostre sovrascarpe “veneziane” (stivali di plastica da mettere sopra le scarpe), le giacche impermeabili e ci trasferiamo su una vecchia Lada che ci porta (dopo che siamo dovuti scendere un paio di volte per togliere l’auto dal fango) al punto da dove iniziamo la camminata.

Arriviamo sulle rive del Chara che, complice anche il brutto tempo che rende tutto molto grigio e inquietante, non ci fa una bella impressione: non è proprio un fiumiciattolo, si tratta di una traversata di almeno 100 metri e la corrente è discreta.

Raggiungiamo un altro ragazzo e il canotto. E qui abbiamo il primo dubbio: di attraversare il fiume guadando non se ne parla, l’acqua è gelida e fa freddo per cui non ci asciugheremmo mai, quindi bisogna salire sul canotto.

Questo è il problema, il canotto. Ci sta solo una persona per volta (è un canottino con il fondo molle, di quelli dove a Cesenatico non ci fida a metterci più di due bambini e ben vicini alla riva) e i due ragazzi lo legano a due cime; uno dei due guada (vabbé lui ha un altro fisico) il primo tratto di fiume (fino a un isolotto) e l’idea è di farci salire uno per volta per poi tirare il canotto e ripetere l’operazione nell’altro tratto. Giampiero attraversa, ma quando arriva il turno di Roberto, il canotto, che è decisamente instabile, si rovescia e il nostro amico finisce in acqua, per fortuna riesce a tenersi alla corda e a riemergere. È bagnato fradicio, ma decide comunque di proseguire, per cui passiamo anche io e Lorena e ci ritroviamo sull’isoletta guardando con un certo timore i tentativi della nostra guida per raggiungere l’altra riva; non sono per nulla tranquilla ed esprimo i miei timori sul proseguire (in fondo di deserti ne ho visti tanti, perché rischiare la vita per quello siberiano?), Roberto nel frattempo barbella dal freddo. Con mio grande sollievo decidiamo di rientrare. Passiamo parte della giornata in camera per scaldarci e asciugare gli indumenti. La guida, molto carina, ci fa recapitare un CD nel quale troviamo le foto di quello che avremmo dovuto vedere.

Se Severobajkal non è attraente a Novaja Chara ti chiedi come si faccia a vivere, specie in inverno (che qui inizia a fine settembre e finisce a maggio inoltrato): le case sono perfino peggio della cittadina sulle rive del lago, le strade in condizioni pessime e a un primo colpo d’occhio non sembra esserci neppure un cinema. Lontana decine di chilometri da altri centri abitati (comunque dello stesso tipo), è veramente uno dei tanti “non luoghi” che esistono sulla terra.

L’indomani ci svegliamo con un bel sole (ovviamente)che ci accompagnerà nel nostro lungo viaggio (22 ore) verso Neryungri.

IN VIAGGIO SULLA BAM, VERSO NERYUNGRI

Viaggio veramente molto bello, la catena montuosa del Kodor ci accompagna con le sue cime innevate per un lungo tratto. Il vagone è un piccolo villaggio; arrivati a Tynda la nostra carrozza viene staccata per essere agganciata ai vagone per Neryungri, mentre il resto del treno prosegue verso est.

Tanto bistrattata nella preparazione del viaggio (era una tappa obbligata di questo viaggio in Siberia), Neryungry, pur rimanendo una cittadina soviet style, ha alcune cose interessanti: un bel museo con pietre, foto e manufatti evenki (la popolazione originaria della zona), miniera di carbone, Techno Park con ruspe gigantesche e vecchi vagoni merci. Del resto abbiamo modo di visitarla per bene, visto che un messaggio della Yakutian Airlines ci informa che il nostro volo è annullato e che ci metteranno su quello del giorno dopo (naturalmente possiamo rinunciare a questa opzione e venire rimborsati, peccato che davanti a noi ci siano 900 km di permafrost, che in estate si trasforma in una palude difficilmente percorribile, quindi, obtorto collo, accettiamo lo spostamento).

Veniamo praticamente adottati dalla proprietaria dell’albergo, inoltre Neryungri è l’apoteosi della gentilezza russa: al mercato una venditrice di miele ce ne regala una vaschetta; per strada un signore che ci invita a stare attenti al semaforo e non scendere dal marciapiede prima del verde, dopo essersi allontanato, torna indietro per offrirci un sacchetto di lamponi; la guardia giurata di un centro commerciale dove eravamo entrati sperando di trovare un bar aperto per la colazione (prima delle 10 del mattino è tutto chiuso), dopo averci spiegato che il centro non era ancora aperto, ci offre caffè e cappuccini alla macchinetta. Una signora mi insegna come usarele macchine del “percorso vita” inuno dei parchi della città.

Infine arriva il momento della partenza con grandi saluti e abbracci con la proprietaria dell’hotel; l’aeroporto è decisamente sgarruppato: non riusciamo a far capire la parola check in e non esiste controllo con metal detector; i bagagli vengono pesati su una vecchia pesa da magazzino (però c’è uno scaffale per il bookcrossing); la pista si raggiunge a piedi.

L’aereo è un Antonov da 55 posti, perfettamente in linea con l’aeroporto, che deve essere stato già vecchio ai tempi di Kruscev. È ad elica e questo si rivela un vantaggio perché vola piuttosto basso e possiamo vedere il paesaggio, veramente particolare: una distesa verde, solcata da fiumi molto sinuosi e laghetti di varie dimensioni. Il viaggio è quindi molto piacevole e arriviamo a Yakutsk verso le 13.

YAKUTSK: LA CITTÀ IN MEZZO AL PERMAFROST 

Ed eccoci nella Yakutzia…ma non stiamo giocando a Risiko. Esiste davvero! Con temperature medie invernali di -43° ed estive intorno ai 20° (ma nel nostro caso abbiamo raggiunto i 30°), Yakutsk è il regno dell’escursione termica e l’unica grande città costruita sul permafrost.
Non possiamo dunque perderci la visita al Museo del permafrost situato nel sottosuolo del centro di ricerca dedicato agli studi geologici.

All’entrata ci accolgono con una certa perplessità e, alla nostra richiesta di informazioni sulla visita, invece di una risposta scateniamo una serie di telefonate della receptionist che ci rivolge sguardi incerti. Arriva poi un ragazzo che cerca di spiegarci qualcosa, solo dopo diversi tentativi capiamo di cosa si tratta: stanno cercando qualcuno che parli inglese per poterci accompagnare (i turisti stranieri vanno solitamente al “parco dei divertimenti” del permafrost situato fuori Yakutsk, ma noi siamo in compagnia di un geologo e quindi vogliamo vedere il museo serio, senza fronzoli disneyani!). Finalmente arriva una ragazza, ingegnere minerario, che molto gentilmente ci guida in uno spogliatoio dove veniamo muniti di solide pellicce (le nostre felpe pesanti portate all’uopo fanno ridere) e iniziamo la discesa attraverso varie porte stagne. A 3 metri di profondità già c’è il ghiaccio perenne e a 8 la temperatura è di -8° C (fuori eravamo sui 30°C). Nel sottosuolo vengono effettuati esprimenti di vario tipo nonché conservati semi di molte specie vegetali.

Fondata nel 1632 dai cosacchi, Yakutsk si sviluppò nella seconda metà dell’Ottocento grazie alle miniere d’oro, carbone e diamanti della zona e poi, sotto il regime comunista, attraverso lo sfruttamento di manodopera condannata ai lavori forzati e proveniente dai gulag. Oggi è una città ricca, frequentata da uomini d’affari di tutto il mondo, grazie ai giacimenti presenti nell’area.

Non manchiamo la visita al Museo di Stato Yaroslavsky di Storia e Cultura della Gente del Nord che raccoglie una notevole collezione di reperti di varie epoche, a cominciare dalla preistoria fino agli eventi degli anni 1990. Di particolare interesse è la ricca collezione di fauna selvatica del Nord, dove si può ammirare uno dei pochi scheletri completi di mammut lanoso rinvenuti in tutto il mondo.

Una parte importante delle scoperte di mammut, bisonti, rinoceronti lanosi, bue muschiato, leoni delle caverne e altri animali estinti sono state fatte in Yakutia. Imperdibile (anche se non facilissimo da trovare) il Museo Mammut, creato nel 1991 come centro di studio scientifico e culturale dei mammut e del loro habitat naturale prima della glaciazione. In questo museo, unico nel suo genere, sono esposti molti oggetti di inestimabile valore paleontologico, che compongono una delle più varie collezioni al mondo di reperti dell’era glaciale.

Ci piacerebbe fare un giro in barca sul Lena, ma abbiamo solo mezza giornata a disposizione e non è sufficiente (tra distanze e aleatorietà dei mezzi) nemmeno per andare sulla riva opposta.

Il 17 agosto concludiamo il nostro viaggio in Siberia e torniamo a Mosca, non senza un ultimo saluto al compagno Lenin che dalla piazza centrale di Yakutsk ci indica la direzione (per dove non si sa, ma la indica)!

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