In Palestina tra Betlemme e al Khalil/Hebron

Sono stata contenta essere tornata a Betlemme e di avere trovato una città dove sembra esserci un maggiore benessere dell’ultima volta in cui c’ero stata. La visita di al Khalil/Hebron lascia invece una grande tristezza

Betlemme è per me un carissimo ricordo del bel mese passato nel villaggio di Nahaleen nel 2003 (e nel quale sono poi tornata nel 2009 per passare alcuni giorni con gli amici che mi avevano ospitato allora) per cui non potevo non inserirla anche nell’itinerario di quest’anno (oltre al fatto che ovviamente Giampiero non l’aveva mai vista).

Questa volta volevo però assolutamente andare anche a Hebron/al Khalil (per gli arabi), ma temevo che andandoci da sola avrei potuto avere difficoltà a muovermi tra le diverse aree, inoltre mi sarebbe piaciuto incontrare non solo palestinesi, ma anche coloni. Ho quindi cercato di capire su Internet come fare: tra tutte le varie possibilità, l’Hebron dual narrative tour della Abraham Tours mi è sembrata la più interessante e quindi ci siamo iscritti.

Mi sarebbe piaciuto anche tornare a Ramallah o andare a Nablus e a Jenin, ma volevamo stare anche almeno due giorni pieni a Gerusalemme, quindi non è stato possibile. Sarà per la prossima volta.

MUOVERSI IN PALESTINA

Per chi non conosce la situazione della Palestina spiego solo brevemente alcuni aspetti che bisogna sempre tener presente quando si decide di visitarla, altrimenti è difficile raccapezzarsi (e mi limito qui alla parte di Palestina sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, ossia la cosiddetta Cisgiordania perché per Gaza, controllata da Hamas, la situazione è molto diversa).

È per me molto difficile essere sintetica su questi temi, ma cercherò di riassumere alcuni punti basilari scusandomi per le necessarie semplificazioni.

Le date da ricordare

Quelle che riporto sono date essenziali solo per capire l’attuale assetto geografico della Palestina, non per capirne la storia e le relazioni con Israele.

1920 – Dopo la I guerra mondiale e il piano di spartizione tra Francia e Regno Unito dell’area mediorientale dell’Impero Ottomano inizia il mandato britannico in Palestina.

1949 – Alla conclusione della 1° guerra arabo-israeliana (lo Stato di Israele era nato nel 1948 a seguito del Piano di spartizione dell’ONU del 1947) viene siglato l’armistizio che implicitamente definisce i confini di Israele da quella che viene chiamata Linea Verde. La Cisgiordania viene annessa al Regno di Transgiordania (che diventerà il Regno di Giordania) mentre Gaza viene amministrata dall’Egitto. 711.000 profughi arabi erano nel frattempo scappati dalle zone in mano alle truppe israeliane e si erano rifugiati nelle aree circostanti (Cisgiordania e altri paesi arabi); non si sono cifre precise, ma può essere calcolato intorno agli 11.000 il numero di ebrei costretti invece a scappare o espulsi dalle zone sotto controllo arabo.

1967 – A seguito della Guerra dei 6 giorni Israele occupa Cisgiordania, Gerusalemme Est e Gaza. Inizia il processo di costruzione di insediamenti ebraici nei Territori Occupati

1987 – Scoppia la prima Intifada contro l’occupazione israeliana

1993 – Vengono siglati di Accordi di Oslo che lasciano tanti problemi irrisolti, ma dai quali deriva l’attuale configurazione geografica dell’area (fondamentale per capire come ci si muove anche oggi in queste zone) stabilendo che Cisgiordania e Striscia di Gaza sarebbero state divise in tre zone:
· Zona A (le grandi città) sotto il pieno controllo dell’Autorità palestinese.
· Zona B (la grande maggioranza dei villaggi palestinesi) sotto controllo civile palestinese e controllo israeliano per la sicurezza.
· Zona C (le aree degli insediamenti israeliani più “zone di sicurezza” senza una significativa popolazione palestinese) sotto il pieno controllo israeliano.
Israele si impegna a congelare la penetrazione dei coloni nel territorio palestinesi. Alla data degli Accordi i coloni sono 281.100, di cui 152.800 a Gerusalemme Est.

1994 – Israele trasferisce il controllo della striscia di Gaza e di Gerico all’Autorità palestinese: è il primo embrione del nuovo stato palestinese. Negli anni seguenti passeranno sotto il controllo dell’ANP le altre aree definite dagli Accordi.

1997 – La situazione di Hebron, che doveva passare sotto il controllo dell’ANP, viene stralciata dagli Accordi e la città suddivisa in 2 parti (vedi più avanti nel capitolo dedicato).

2000 – Scoppia la 2° Intifada. Tra le varie cause l’aumento dei coloni giunti a 387.000 (di cui 172.000 a Gerusalemme Est) nonostante il “congelamento”.

2002 – Israele allestisce una barriera di 57 chilometri, da Gerusalemme a Jenin, fatta di check-point e fortificazioni presidiati da unità militari, per impedire l’ingresso in Israele di palestinesi a causa dei numerosi attentati di cui è vittima. Segue una vera propria occupazione delle principali città della Cisgiordania (assedio al campo profughi di Jenin e alla Basilica della Natività di Betlemme).

Nel giro di qualche mese Israele lascia le aree occupate della Zona A, mantenendo il controllo militare delle Zone B e C.

2005 – Israele si ritira unilateralmente da Gaza che in breve passa sotto il controllo di Hamas.

2007 – Dopo gli scontri tra al Fatah e Hamas, quello che dovrebbe essere lo Stato palestinese (Cisgiordania e Gaza) oltre che territorialmente si trova diviso anche politicamente: Cisgiordania controllata da al Fatah e Gaza da Hamas.

Oggi – Mentre Gaza è di fatto ermeticamente chiusa ai contatti con l’esterno, per muoversi in Cisgiordania bisogna conoscere:

  • gli insediamenti israeliani – Sono ormai spesso vere e proprie città all’interno dei territori palestinesi e sono sotto il pieno controllo di Israele. Oggi i coloni sui territori palestinesi sono circa 602.000 (di cui circa 209.000 a Gerusalemme Est)
  • le Strade bypass – Si tratta di strade di collegamento tra gli insediamenti dei coloni e tra questi e Israele non transitabili per i palestinesi.
  • il Muro di separazione – L’iniziale “barriera mobile” del 2002 viene gradatamente sostituita da un muro di circa 730 km alto 8 metri che ingloba nel versante israeliano la maggior parte delle colonie israeliane e che quindi viene costruito totalmente in territorio palestinese, inglobando de facto ampie porzioni di territorio a est della Linea Verde.

Quella che riproduco sotto è una cartina molto approssimativa, per vedere la situazione esatta cliccare qui per accedere alla mappa interattiva di Betselem

Palestina cartina Cisgiordania
La Palestina tra insediamenti e strade bypass

BETLEMME, AL MUSEO DI BANKSY

Dormendo a Gerusalemme, andiamo a Betlemme con il bus pubblico israeliano che si prende nel piazzale dei bus interurbani di fronte alla Porta di Damasco, l’indicazione è per Beit Jalla e si arriva al check point vicino alla Tomba di Rachele. Si entra in Palestina (di fatto parte del percorso è già in Palestina, ma su una delle strade bypass) senza alcun controllo e da lì, con un taxi, si arriva in centro (20 NIS , 5 euro ma è stato un po’ un prezzo di favore).

Notiamo con piacere che Betlemme sembra godere di un certo benessere.

Andiamo al posto di polizia per vedere se per caso c’è Mohammed (il mio ospite del 2003). Un poliziotto molto gentile che lo conosce gli telefona e con molto piacere riesco a parlargli: essendo festa oggi rimane a Nahaleen, ma mi racconta della famiglia, Asma e i ragazzi, e sono felice di sapere che stanno tutti bene.

Andiamo alla Chiesa della Natività, coda per entrare nella grotta la cui visita è decisamente surreale, con un signore che spinge i visitatori a fare tutto molto in fretta: “Di qua prego, lasciare il posto, non sostare, prego signora si alzi, di qua per pregare, lasciare il posto…”.

Finalmente siamo fuori, una visita al convento dei francescani e poi un giro per la città, acquisto dei regali e poi ci incamminiamo verso il Muro vicino al check point che è diventato un museo a cielo aperto con parecchie opere di Banksy. Nel tragitto incontriamo il taxista della mattina che ci porta al Muro e poi al check point dove ovviamente l’ingresso in Israele è controllato con passaggio da tornelli, controllo passaporti, scanner ecc.

Torniamo così a Gerusalemme dove ci aspetta una sosta inaspettata.

Betlemme

HEBRON, UN RACCONTO A DUE VOCI

Alle 8 siamo al punto di incontro per partire per Hebron e andiamo alla stazione centrale degli autobus in Jaffa Street. La prima “voce” è quella di Elyahu, ebreo americano migrato in Israele 25 anni fa, la seconda sarà quella di Muhammad, ragazzo palestinese di al Khalil/Hebron.

Ma prima di riportare i racconti di Elyahu e quelli di Muhammad è d’obbligo una breve spiegazione.

Il massacro del 1929

Nel corso degli scontri tra arabi ed ebrei che sconvolsero la Palestina nel 1929, il 20 agosto, i leader dell’Haganah proposero di provvedere alla difesa di 750 ebrei (su un totale di circa 17.000 abitanti) dell’Yishuv a Hebron, o di aiutare a evacuarli, ma i responsabili della comunità ebraica declinarono queste offerte, insistendo che essi avevano fiducia nei notabili arabo-musulmani e nella loro protezione. Dopo 3 giorni, elementi arabi, eccitati da voci secondo le quali due arabi erano stati uccisi da ebrei durante una manifestazione della destra sionista a Gerusalemme, scatenarono un’aggressione contro gli ebrei della Città Vecchia della città uccidendone 68 (di cui un terzo studenti della yeshiva). La maggior parte degli ebrei riuscì a sopravvivere nascondendosi nelle case di 25 famiglie arabe, ma quando la polizia britannica riprese in mano la situazione, gli ebrei sopravvissuti furono evacuati a Gerusalemme.

Il massacro del 1994

Il 25 febbraio 1994 Baruch Goldstein, colono ultraortodosso del Kach di origine statunitense nonché medico ed ex ufficiale dell’esercito, irrompe nella moschea di Hebron uccidendo a colpi di mitra 30 fedeli impegnati nella preghiera. Scappando in una stanza senza vie di fuga, Goldstein venne linciato dai sopravvissuti. La sua tomba è diventata un luogo di pellegrinaggio per gli estremisti ebrei; nel 1999 l’esercito israeliano ha smantellato il santuario che era stato costruito per il terrorista presso il luogo della sua sepoltura, ma la lapide e il suo epitaffio che definisce Goldstein martire con le mani pulite e il cuore puro, sono stati lasciati intatti.

Gli Accordi di Oslo II del 1995

I cosiddetti “accordi a interim” definiscono il passaggio di Hebron all’Autorità Palestinese suscitando le proteste degli ebrei ortodossi che si oppongono al trasferimento ai palestinesi della “città dei patriarchi” (qui c’è il Santuario costruito da re Erode, trasformato poi in Moschea, dove ci sarebbero le tombe di tre coppie bibliche: Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Lia).

Protocollo di Hebron del 1997

Con il nuovo governo di Benjamin Netanyahu (che aveva vinto le elezioni dopo l’assassinio di Yizhat Rabin per mano di un ultraortodosso) sostenuto dagli USA, viene decisa, con il consenso di Yasser Arafat, la divisione in due della città:
· Hebron 1, sotto il controllo dell’Autorità palestinese.
· Hebron 2, che comprende il 20% della città inglobando 400 coloni israeliani (oggi circa 800) e 30.000 palestinesi, sotto occupazione israeliana.

L’accordo riguarda esclusivamente la città di Hebron vera e propria che non comprende l’insediamento di Kyriat Arba, che all’epoca aveva circa 7.000 coloni (oggi 10.000) e si trova alle porte della città, dato che questo già era inserito nella Zona C, come tutti gli insediamenti.

Lo stesso accordo prevede la costituzione di una missione internazionale, Temporary International Presence in the city of Hebron (TIPH), composta da osservatori di Danimarca, Italia (in carico al Ministero della Difesa con l’Arma dei Carabinieri), Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia per garantire le due parti. A gennaio 2019 Nethanyahu non ha rinnovato l’accordo e nel marzo la missione si è chiusa. Ricordo che siamo in Cisgiordania, quindi teoricamente nell’area palestinese, ma il Primo Ministro israeliano “può” decidere a suo piacimento se mandare via o no una missione internazionale decisa con un accordo tra le parti. 

Il racconto di Elyahun

Quando saliamo sull’autobus a Gerusalemme, Elyahu ci fa notare che i mezzi diretti a Hebron sono speciali, con vetri antiproiettile e durante il tragitto ripete più volte che ci racconterà dei fatti anche se, precisa, il punto di vista sarà comunque quello di un ebreo israeliano e proprio per questo avremo poi modo di ascoltare la voce di un palestinese.

Mentre Betlemme si trova ai confini con Israele, Hebron è nel cuore della Cisgiordania meridionale per cui fa un certo effetto arrivarci con una strada bypass che evita qualsiasi controllo per israeliani e turisti, ma è off limits per i residenti palestinesi.

In circa 1 ora arriviamo in zona H2 alla sinagoga Abraham Avinu (costruita nel 1540, distrutta dagli scontri del 1929 e ricostruita dopo il 1967) dove Elyahu ci racconta del massacro del 1929, giustificando la presenza dei coloni di oggi a Hebron per affermare il diritto a rientrare nelle proprie case. Ho deciso che in questo viaggio mi limiterò ad ascoltare, inoltre il mio inglese non mi consentirebbe di spiegare bene le mie considerazioni. Ma quello che vorrei chiedere a Eliyahou, e ancora di più a Micael, il colono che incontreremo più tardi, è quanti figli o nipoti dei sopravvissuti del 1929 vivono a Hebron o a Kyriat Arba (in realtà nei due insediamenti vivono per la maggior parte ebrei di origine nordamericana) e, soprattutto, se sarebbe favorevole al ritorno a Deir Yassin (che oggi si trova in Israele) dei figli e nipoti dei superstiti del massacro compiuto dalle milizie ebraiche nell’aprile del 1948 (l’Irgun di Menachem Begin uccise circa 100 civili in gran parte donne, vecchi e bambini).

Iniziamo il nostro giro percorrendo la deserta via Shuhada, la strada centrale della vecchia Hebron vietata ai palestinesi i cui negozi sono stati chiusi e i quali, per accedere alle proprie case, devono farlo solo dal retro passando dalle finestre o da buchi fatti nei muri. Elyahu dice che la strada, definita spesso strada dell’apartheid, è stata chiusa per garantire la sicurezza dei coloni e ci fa vedere il punto in cui un cecchino palestinese uccise nel 2001 Shalhevet Pass, una bimba di appena 10 mesi.

Al Khalil/Hebron divisa
Al Khalil/Hebron divisa

Ci accompagna poi alla tomba di Ruth e Yishai (dove per i musulmani c’era la moschea Al-Arba’een) in cima a Tell Rumeida; nel percorso incontriamo varie famiglie di coloni e sembra impossibile che queste giovani ragazze dall’aria serafica, questi ragazzini sorridenti siano gli stessi che, come vedremo più avanti, rendono un inferno la vita ai palestinesi nella città vecchia.

Torniamo poi verso la Tomba dei patriarchi e prima di arrivare all’appuntamento con Mohammed incontriamo Micael. Volevo incontrare un colono dei più convinti e sono stata accontentata: ci spiega come questa zona sia ebraica di diritto essendo stata acquistata da Abramo per seppellirvi la moglie Sara (!), che in ogni caso gli ebrei hanno sempre vissuto qui e, soprattutto, era un loro diritto tornarci dopo l’espulsione del 1929. Arriva a dire che loro hanno portato l’elettricità e l’acqua in questa città, cose delle quali oggi usufruiscono anche gli arabi (che non chiama mai palestinesi); lamenta il fatto che gli ebrei possono muoversi “solo” nel 3% della città e che questa è una “palese ingiustizia” dato che sono a casa loro. Una ragazza tedesca del nostro gruppo prova a fare, in modo molto pacato, domande sui diritti dei palestinesi a stare in questa città loro assegnata anche dal diritto internazionale; la risposta è piuttosto veemente ed è abbastanza evidente che per Micael la soluzione migliore sarebbe che gli arabi se ne andassero e stop.

Dopo avere proseguito il giro con Muhammad, ci rincontreremo con Elyahou per la visita alla sinagoga all’interno della Tomba dei patriarchi dove giacciono i cenotafi di Giacobbe e Lia e ci si affaccia sul lato ebraico della stanza dove ci sono quelli di Abramo e di Sara.

Il racconto di Muhammad

Sul piazzale della Tomba dei Patriarchi, lato palestinese, incontriamo Muhammad che ci porta subito nella moschea all’interno della Tomba dei patriarchi dove ci sono le tombe di Isacco e Rebecca e ci affacciamo alle tombe di Abramo e Sara dal lato musulmano. In realtà quelli che vediamo sono i cenotafi perché le tombe vere e proprie sarebbero nelle grotte sotterranee (Macpelà) il cui accesso è da secoli vietato a tutti dalle varie autorità religiose che hanno di volta in volta avuto il controllo delle tombe. Muhammad ci dice che gli israeliani sostengono di avere ispezionato le grotte calando una bimba da un buco nel pavimento, ma è molto dubbioso sulla veridicità di questa cosa.

Passa quindi a raccontarci del massacro del 1994 facendoci vedere dove, alle spalle dei fedeli in preghiera, si era posizionato Goldstein per sparare in quella che era una moschea con i 6 cenotafi in un’unica sala. Quello che ha dell’incredibile (ma so che è proprio andata così) è quello che è successo dopo. Appena dopo il massacro e il linciaggio di Goldstein, l’esercito israeliano uccise 26 palestinesi negli scontri che seguirono e alla fine della giornata Israele mise la città sotto coprifuoco durissimo (gli abitanti di Hebron avevano solo 2 ore al giorno per poter uscire dalle proprie case per procurarsi il cibo). Un coprifuoco che durò, se non ricordo male, 3 mesi: “Quando il coprifuoco è stato tolto, abbiamo trovato una situazione completamente diversa da prima: la via Shuhada era diventata off limits per i palestinesi, i negozi erano stati chiusi, ma soprattutto la moschea era stata divisa in due, trasformandone metà in sinagoga”, spiega. In pratica, le conseguenze dell’attentato terroristico di Goldstein sono ricadute interamente sui palestinesi.

Una volta usciti, proseguiamo nella città vecchia ma, essendo ormai le 14, andiamo a casa della nostra guida dove è previsto il pranzo (ottimo 30 NIS, 8 euro).

Terminato il pranzo, ci avviamo verso il suq mentre Muhammad ci spiega come è nato l’insediamento di Kyriat Arba: “Poco dopo la guerra dei 6 giorni, un piccolo gruppo di ebrei ortodossi [guidati dal rabbino Moshe Levinger, ndr] ha prenotato una stanza nel Park Hotel di Hebron e poi si è rifiutato di andarsene. In seguito hanno occupato una base militare israeliana abbandonata e da lì è nato l’insediamento di Kyriat Arba che oggi conta circa 10.000 abitanti”. 

La visita prosegue con il suq dove la presenza dei coloni  si manifesta in modo da rendere impossibile la vita ai palestinesi che vogliono rimanere nella città vecchia.  Nel primo pezzo del suq, infatti, sopra alla stretta viuzza si estende una robusta rete metallica sopra la quale c’è di tutto: oggetti rotti, spazzatura, pezzi di pietra. È quello che i coloni che si sono insediati ai primi piani delle case che sovrastano il suq. Come se non bastasse, oltre alla rete in alcuni tratti ci sono grandi teli impermeabili, già perché, non contenti, i coloni buttano di sotto acqua sporca, pipì, sabbia.

Pur sapendo la risposta chiedo a Muhammed se di fronte a questi atti i palestinesi non possono, almeno formalmente, presentare reclami: mi ricorda che qui non vale il codice civile ma quello militare e quindi è praticamente impossibile che ii coloni vengano perseguiti.

Facciamo quindi un breve giro giro nella parte nuova, fino a un check point dove la nostra guida ci presente un uomo che “fa uno dei lavori più pericolosi”, in pratica è un fotoreporter dell’associazione Human Rights Defenders che documenta i soprusi subiti dai palestinesi. Poi Muhammad ci fa notare come i piani alti di due palazzi (di cui uno sede della polizia palestinese) siano vuoti: “L’esercito israeliano ci vieta di utilizzare i piani alti delle case [la motivazione è che eventuali cecchini potrebbero sparare dall’alto sulle case dei coloni ndr]. Teoricamente qui siamo sotto l’Autorità Palestinese, ma è una farsa: i soldati israeliani qui non potrebbero venire, ma ci vengono e in quei casi la polizia palestinese si volta dall’altra parte, entra nei propri uffici e fa finta di non vedere”. Ci racconta poi un aneddoto che è avvenuto qualche giorno prima: “Un gruppo di soldati israeliani si è fatto un selfie davanti alla casa di Abu Mazen a Ramallah e lo ha postato sui social. Vi sembra normale che soldati di un altro stato possano fare una cosa del genere davanti alla casa del presidente? Noi non siamo padroni a casa nostra”.

Concludiamo il tour con un silenzioso rientro a Gerusalemme.

Per approfondire la situazione di Hebron consiglio di visitare due siti: Breaking the silence, organizzazione di ex soldati israeliani contro l’occupazione, e Betselem, ONG israeliana che da anni documenta la situazione in Cisgiordania e Gaza.

Hebron, nella Moschea

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