Gerusalemme, la Santa, la più contesa di sempre

Alcuni giorni in questa città che nonostante ci sia stata varie volte continua ad affascinarmi, in questo articolo la descrizione dei luoghi da non perdere e, purtroppo, il resoconto di due eventi dolorosi che si sono svolti a Gerusalemme durante la nostra permanenza

Dopo avere lasciato il Museo dei Combattenti del Ghetto, vicino ad Akko, e avere recuperato il mio ebook all’hotel di Tel Aviv, arriviamo a Gerusalemme nel primo pomeriggio dell’11 agosto.

Lasciamo l’auto e andiamo a piedi alla Lutheran Guest House. Ammetto, il prezzo non giustificherebbe la scelta per l’hotel in sé, con le sue piccolissime e spartane stanze, ma lo amo per il suo impagabile giardino sui tetti della Città Vecchia che, soprattutto la sera, offre un’atmosfera unica: nel silenzio che regna nella Città dopo le 21, interrotto solo dal richiamo dei muezzin o dallo scampanio di qualche chiesa, con la Cupola della Roccia illuminata, che sembra di poter sfiorare solo allungando la mano, e la fresca brezza gerosolimitana ristoratrice dopo il caldo diurno, ogni minuto che si passa su questa terrazza è un godimento profondo.

Volendo, la vista sui tetti si può avere anche raggiungendoli attraverso la St. Mark Street (entrati dalla porta di Jaffa bisogna prendere la scalinata che si addentra nel mercato, David Street; dopo un centinaio di metri, a destra, si sale per la scaletta con l’indicazione St. Mark Street; al termine della scala si percorre la via fino in fondo dove un’altra scala, sulla sinistra, conduce ai tetti), ma è un’altra cosa: in questo caso si visita, nella terrazza si sta.

Il tempo di lasciare i bagagli e iniziamo a girovagare nella Città Vecchia. Un consiglio: Gerusalemme è il fulcro delle 3 religioni monoteiste quindi ogni prescrizione è seguita con maggiore intransigenza rispetto ad altre città (non dimenticate, per esempio, che lo shabbah inizia con il tramonto del venerdì, quindi in questa giornata, che è anche la festività settimanale musulmana, molte attività hanno orari ridotti), oltre al fatto che la situazione politica può determinare variazioni nell’accesso ad alcuni luoghi (Spianata delle Moschee); quindi, prima di organizzare nel dettaglio la vostra visita, andate all’Ufficio turistico della Città Vecchia che si trova sulla sinistra subito dopo la Porta di Jaffa: le impiegate sono molto gentili e vi daranno tutte le informazioni, regalandovi anche una cartina più che sufficiente per girare la città.

GERUSALEMME NEI GIORNI DELL’’ID AL-ADHA E DEL TISHA B’AV

Una piccola spiegazione religiosa.

Nell’Islam, l’ ʿīd al-aḍḥā (festa del sacrificio) si celebra ogni anno nel mese lunare di Dhū l Ḥijja, in cui ha luogo il pellegrinaggio canonico alla Mecca; inizia il 10 del mese e prosegue per altri 3 giorni che vengono considerati “giorni di letizia”. Con questa festa si ricordano le prove che Abramo (Ibrahim in arabo) ha dovuto superare: per l’esegesi islamica il figlio che Dio (Allah) chiese a Ibrahim di sacrificare è Ismail (il primogenito avuto dalla schiava Hagar) e non Isacco, come invece vuole l’esegesi ebraica, e quindi cristiana. Da un unico progenitore, Abramo, si dipartono quindi due stirpi: gli arabi (figli di Ismaele, quindi detti anche Ismailiti, termine da non confondere con la setta sciita omonima) e gli ebrei (figli di Isacco). La Festa del sacrificio è una delle più importanti del mondo islamico.

Tisha b’Av, che cade il 9° giorno del mese di Av (mese luni-solare), è un giorno di lutto per tutto il popolo ebraico, definito “più triste giorno nella storia ebraica” perché si concentra la memoria di numerosi eventi luttuosi per il popolo ebraico: la distruzione del Primo Tempio da parte di Nabucodonosor, quella del Secondo Tempio da parte delle truppe di Tito, la sconfitta degli insorti guidati da Bar Kochba e la conseguente distruzione di Gerusalemme (136 d.C.) che segna l’inizio della diaspora.

Ebbene, nel 2019 queste due ricorrenze, di massima letizia per gli islamici e di massimo lutto per gli ebrei, ricorrevano l’11 agosto, giorno in cui siamo giunti a Gerusalemme.

Arrivando da Akko, città sulla costa con una importante presenza arabo-islamica, sapevamo della Festa del Sacrificio, ma eravamo completamente ignari della ricorrenza ebraica per cui mi sono un po’ stupita quando, nel nostro girovagare, vediamo, dalle terrazze antistanti, la piazza gremita di fedeli davanti al Muro Occidentale (ormai da anni non sono più abituata a chiamarlo Muro del Pianto, ma utilizzo il nome, l’unico presente nella toponomastica di Gerusalemme, che indica quel che resta del Tempio distrutto da Tito nel 70 d.C.). Di fronte alle nostre facce stupite, una signora ci spiega il motivo di tanto affollamento dato che in questa giornata anche i credenti più tiepidi vanno a pregare nel luogo ritenuto per gli ebrei il più santo del mondo.

Solo la sera, quando dopo l’orario italiano dei TG iniziano ad arrivarci messaggi di amici e parenti dall’Italia, scopriremo che la contemporaneità delle due ricorrenze è stata causa di scontri pesanti tra polizia/esercito israeliani e fedeli islamici sulla Spianata delle Moschee, al-Haram ash-sharīf (per gli islamici) o Monte del Tempio (per gli ebrei).

Spianata delle Moschee e Monte del Tempio per gli islamici e per gli ebrei

Prima di spiegare cosa è successo è necessario ricordare cosa significa questo luogo per le due religioni.

Per ebrei, come abbiamo detto, è il luogo più santo della Terra perché su questo monte vennero costruiti il Primo e il Secondo Tempio (il Muro occidentale non è il muro del Tempio, ma una struttura di contenimento) all’interno dei quali si trovava il Sanctum Sanctorum (Qodesh ha-Qodashim, in ebraico), luogo dove, secondo la tradizione ebraica, Dio manifestava la propria presenza attraverso la sua voce e la sua gloria. Nel Tempio di Salomone (Primo Tempio) all’interno del Sanctum Sanctorum, sempre secondo la tradizione, era custodita l’Arca dell’Alleanza con le Tavole della Legge, andata poi dispersa.

Per gli islamici l’Haram ash-sharīf è, insieme alla Ka’ba della Mecca e alla Moschea del Profeta di Medina, uno dei principali luoghi sacri della propria religione: secondo la tradizione islamica, Maometto, cavalcando il destriero mistico alato Buraq, compì il miracoloso viaggio notturno dalla Mecca a Gerusalemme per ascendere al cielo, dal punto dove fu poi costruita la Moschea di Omar (Cupola della Roccia), e godere della “visione beatifica” di Allah, impossibile agli occhi di qualsiasi uomo per l’infinità che è uno degli attributi divini.

Dopo la guerra del 1948, quando la Città Vecchia rimase nella parte araba di Gerusalemme, quindi sotto il controllo giordano, e fino al 1967, quando venne occupata (per i palestinesi) o liberata (per gli ebrei), gli ebrei non avevano accesso a quest’area. Conclusa la guerra dei 6 giorni, Israele e Giordania strinsero un accordo in base al quale la Spianata viene gestita dall’ente islamico Wafq, ma il cui accesso (aperto ai non musulmani, quindi anche agli ebrei, in specifici orari purché non vengano esibiti simboli religiosi) è controllato dalle autorità israeliane.

Da allora, ma soprattutto dopo la Prima e la Seconda Intifada, la Spianata delle Moschee è diventata un luogo iconico delle proteste palestinesi (travalicando il simbolo religioso e diventando il luogo d’elezione per l’opposizione palestinese all’occupazione).

Gli scontri dell’11 agosto

Veniamo alla nostra domenica 11 agosto 2019.

Vista la coincidenza delle due ricorrenze, il primo ministro Benjamin Netanyahu aveva deciso di chiudere l’accesso alla Spianata agli ebrei, in rispetto agli accordi che negano l’accesso ai non musulmani durante le feste islamiche e per evitare possibili scontri tra i due gruppi di religiosi. La decisione ha provocato la reazione dei più ortodossi che hanno accusato il premier di “piegarsi” al volere dei musulmani e la mattina dell’11, mentre migliaia di fedeli ebrei si assiepava nella zona del Muro Occidentale limitandosi a rimanere nel tradizionale luogo di preghiera nel piazzale antistante il Muro, circa 200 ebrei appartenenti ai gruppi più oltranzisti si sono concentrati intorno alla rampa che porta all’unico ingresso consentito ai non musulmani. A quel punto la polizia ha deciso di aprire l’accesso agli ebrei a una Spianata traboccante di fedeli musulmani (la preghiera del mattino è la più sacra, quindi i fedeli musulmani erano circa 70.000). Negli scontri che sono seguiti numerosi palestinesi sono stati feriti e la Spianata è stata chiusa a tutti (musulmani e non) per i 3 giorni successivi (ossia per tutto il periodo delle feste islamiche).

Nell’economia di questo articolo, il mio racconto è necessariamente stringato e si è limitato presentare i fatti senza alcun commento, ma come sempre vorrei ricordare che in queste zone la situazione è estremamente complicata e per capirla non è certo sufficiente una lettura superficiale. Per questo specifico evento, può essere di aiuto la lettura dell’editoriale del quotidiano israeliano Haaretz A Surrender to a Few Extremists.

Basilica del Santo Sepolcro

LA GERUSALEMME CRISTIANA

Tornando al mio diario di viaggio, dopo avere girellato per un po’ nel quartiere ebraico, ci spostiamo verso quello cristiano e capitiamo nei pressi della Chiesa del Santo Sepolcro. Dato che è ormai tardo pomeriggio non c’è moltissima gente e quindi possiamo visitare l’interno con una certa tranquillità (anche se per entrare nel Santo Sepolcro vero e proprio dovremo comunque fare quasi un’ora di coda). Come penso chiunque entra per la prima volta in questa chiesa, Giampiero si stupisce per la vicinanza (pochi metri) tra Calvario e Sepolcro, ma soprattutto per l’esiguità del primo (la sommità si raggiunge attraverso una piccola scala di pochi gradini). “Ma sei sicura che sia il Calvario? Non è possibile”, ripete più volte, per arrendersi poi all’evidenza.

Sebbene non sia gremita, non posso non ricordare la mia visita nel 2003 quando all’interno della chiesa c’eravamo solo Anna, io e un sacerdote indiano che celebrava una funzione religiosa dentro al Sepolcro per due anziani fedeli (che sembravano i suoi genitori). La Città Vecchia allora era deserta, i negozi quasi tutti chiusi e di turisti o pellegrini non vi era traccia.

Ma torniamo alla contemporaneità. Terminiamo il nostro giro in un accogliente ristorante armeno che si trova nel cortile del Patriarcato Armeno Cattolico (3° e 4° stazione della via crucis in Al Wad Street) e dove mangiamo ottimamente a un prezzo più che onesto (la sera non sono moltissimi i posti dove cenare nella Città Vecchia e comunque dopo le 21.30 è molto difficile trovare qualcosa di aperto).

Una sosta inaspettata

L’indomani andiamo a Betlemme (ma questa parte del viaggio la racconto in un altro articolo); nel pomeriggio siamo di ritorno e, dopo un riposino, decidiamo di salire sul Monte degli Olivi per vedere il tramonto. Usciamo dalla Porta del Leone e risaliamo passando dall’orto dei Getsemani dove però l’orario di visita è appena terminato (chiude alle 18). Risaliamo lentamente il monte, la strada per fortuna è in ombra, sbirciamo da un buco della recinzione il cimitero ebraico e arriviamo al piazzale dove c’è il punto panoramico. Le panchine di legno che io ricordavo, e dove ho ambientato la scena finale del mio romanzo con l’incontro tra Ariel e Ghaazi, non ci sono più, sostituite da una serie di piccoli anfiteatri in pietra (o forse il posto che io ricordo era un po’ spostato, verso la Dominus Flevit). Rimaniamo qui fino al tramonto, anche se la Città è infotografabile dato che il sole scende proprio dietro la Cupola (per far fotografie bisogna venire la mattina, meglio se un po’ presto).

Scendendo troviamo un gruppo di donne spagnole che sta suonando il campanello all’ingresso dei Getsemani, scambiamo due parole, ci spiegano che è l’”ora della Passione” (e questo avrebbe dovuto insospettirci) e che per questo motivo il luogo viene aperto per i gruppi, quindi ci propongono di entrare con loro; accettiamo di buon grado pensando a una rapida visita dell’Orto invece… ci aspetta più di un’ora di letture dai Vangeli (una in italiano e tre in spagnolo), ciascuna seguita da canti, momenti di silenzio per riflettere e pregare (in piedi e in ginocchio). Impossibile svignarsela perché le spagnole sono molto gentili e pensando di farci un piacere ci hanno sistemato con loro in pole position nelle sedie di fianco all’altare!

Il guaio è che usciamo dalla chiesa verso le 21.20 e non troviamo più ristoranti aperti nella Città Vecchia, troppo stanchi per raggiungere la parte moderna, ci accontenteremo di un take away a base di hummus, melanzane, kebab ecc. che consumeremo sulla terrazza dell’hotel.

LA GERUSALEMME FUORI LE MURA

L’indomani mattina decidiamo di tornare al Monte degli Ulivi per far fotografie in favore di luce. Per andare al punto panoramico i taxi chiedono delle cifre assurde (180/200 NIS ossia circa 45/50 euro) per cui optiamo per i mezzi pubblici: mentre gli autobus interurbani partono dal piazzale di fronte alla Porta di Damasco, per quelli urbani c’è un altro capolinea 150 metri a destra (con la Porta alle spalle), dopo l’Arab Bank, un po’ arretrato rispetto alla strada (Sultan Suleiman Terminal); chiedere per il bus che va al Seven Arches Hotel sul Monte degli Olivi, costo 6 NIS (1,5 €).

Visitiamo la Chiesa del Padre Nostro dove la preghiera cattolica è riprodotta in più di 100 lingue (tra cui il sioux, il friulano e il… calabrese).

Quindi di nuovo bus, scendiamo alla Porta di Jaffa e prendiamo il tram 1 fino al Monte Herzl, dalla parte opposta della città, dove visiteremo il memoriale della Shoah, lo Yad Vashem.

Yad Vashem, visita doverosa e dolorosa

Esteso su un’area di 18 ettari, lo Yad Vashem è un luogo per conoscere e riflettere che ha visto la luce nel 1957, è stato completamente rinnovato nel 2005 e comprende vari elementi: il Museo Storico dell’Olocausto, il Museo d’Arte dell’Olocausto, la Sala della Memoria, la Sala dei Nomi, il Memoriale dei Bambini, la Valle delle Comunità, il Giardino dei Giusti, l’Istituto Internazionale di Ricerca sull’Olocausto, una Scuola Internazionale per gli Studi della Shoah oltre alla sinagoga e a una serie di edifici adibiti a centro studi, biblioteca ecc. DI seguito quello che, dal mio punto di vista, non si può tralasciare.

Noi siamo entrati alle 10.30 e ne siamo usciti alle 18 senza renderci conto del passare del tempo.

Le 9 gallerie sotterranee del Museo Storico sono un viaggio nella storia della Shoah e dei crimini nazisti, è il luogo dove siamo stati più: ci siamo andati appena arrivati, ne siamo usciti dopo le 15 ma avremmo potuto passarci altro tempo data la quantità e ricchezza dei materiali, filmati con testimonianze, fotografie presenti nelle sale.  

Di grande impatto emotivo la Sala dei Nomi dove, in un grande cono alto 10 metri e mantenuto sospeso da robusti tiranti, sono riprodotte 600 fotografie di vittime; tutto intorno la raccolta delle Pagine di Testimonianza, brevi biografie di ogni vittima dell’Olocausto che rappresentano una sorta di “lapidi simboliche”; attualmente sono più di 2.000.000 le schede certificate e recensite riguardanti le vittime ebree della Shoah, ma l’archivio è in costante aggiornamento.

Impressionante il Vagone, memoriale dei deportati con un vagone ferroviario lanciato verso il vuoto, infine una passeggiata nel Giardino dei Giusti delle Nazioni, dove sono stati piantati alberi in onore di non ebrei che hanno salvato i perseguitati durante la Shoah, che riconcilia con l’umanità.

Come mi è successo durante la visita della scuola S21 in Cambogia, anche allo Yad Vashem non sono riuscita a fare nemmeno uno scatto fotografico, quella che riporto sotto è quindi un’immagine ripresa dal catalogo.

Yad Vashem - Il Vagone sospeso nel vuoto
Yad Vashem – Il Vagone sospeso nel vuoto

Un tuffo nella vita pulsante del mercato Mahane Yehuda

Riprendiamo il tram scambiandoci solo qualche parola e scendiamo alla fermata Mahane Yehuda dove veniamo catapultati nella pulsante vita del mercato più famoso di Gerusalemme: parzialmente coperto, il mercato si estende nelle due vie principali, Eitz Chaim e Mahane Yehuda, e nelle piccole viuzze laterali chiamate con nomi di frutti.

Soprattutto dedicato alla vendita di frutta, verdura e generi alimentari in generale, il mercato è costellato di piccoli bar, chioschi per frullati e pare che la sera si animi di visitatori notturni.

Doveroso ricordare che qui persero la vita 16 persone nel 1997 e altre 6 nel 2002 in due attentati rivendicati da Hamas e dalla Brigata dei Martiri di al-Aqsa.

Mea Shearim, non più un’isola 

Dato che è abbastanza vicino, facciamo poi un giro nel quartiere ortodosso di Mea Shearim, fondato nel 1874 e popolato principalmente da ebrei haredi.

Per la visita valgono le regole che si trovano su tutte le guida: abbigliamento modesto (che per le donne significa gomiti e ginocchia coperti evitando abiti attillati), evitare effusioni amorose, fotografare le persone con moderazione, non essere invasivi.

Secondo me invece non vale più ormai il fatto che Mea Shearim sia un’isola di ortodossia all’interno della città: rispetto alle mie precedenti visite, ho avuto l’impressione che il numero di ortodossi sia notevolmente aumentato; mentre nel 2003 era raro incontrarne negli altri quartieri della Città Vecchia, per esempio, in questa visita era invece molto comune incontrare singole persone o gruppi di haredi anche nei quartieri arabo, cristiano e armeno; nel 2003 ricordo una sola casa al di fuori del quartiere ebraico, quella acquistata da Ariel Sharon, che esponeva la bandiera di Israele (simbolo del fatto che la casa è stata “conquistata” da ebrei) oggi sono numerose. Dall’altra parte, mentre nel 2003 percepivo una chiara ostilità da parte dei residenti del quartiere ebraico nei nostri confronti (fummo addirittura oggetto di lancio di sassi da parte di un gruppo di bambini), oggi il quartiere è pieno di turisti e l’accoglienza non è diversa da quella di altre zone.

Chiudiamo la giornata con una cena “romana” al ristorante Partigiano in Ben Yehuda street, vicino a Jaffa street, zona di ristorantini e chioschi dove si mangia a tutte le ore.

IL QUARTIERE MUSULMANO E LA SPIANATA DELLE MOSCHEE

Dopo la giornata dedicata a Hebron (per la quale pubblicherò a breve l’articolo) e l’ottima cena al ristorante Versavee (impagabili i fegatini di pollo) alla Porta di Jaffa, passiamo un’ultima giornata a girovagare per la Città Vecchia.

Nel nostro ultimo giorno di permanenza a Gerusalemme era stato riaperto l’accesso alla Spianata. Gli orari per i non musulmani sono dalle 7:30 alle 11 e dalle 13.30 alle 14.30, ci presentiamo quindi all’ingresso della rampa di legno verso le 8 dove non troviamo coda e possiamo visitare la Spianata ancora relativamente libera da turisti.

Anche se c’ero stata nella mia visita del 2009 (nel 2003 era interdetta ai non musulmani), la bellezza dell’area suscita sempre una grande emozione. Giampiero arriva a dire che non solo è il posto più bello di Gerusalemme, ma addirittura uno dei più belli che abbia mai visto.

All’austerità della Moschea al Aqsa fa da contraltare l’opulenza della Moschea di Omar con la sua cupola dorata e i muri esterni finemente intarsiati da maioliche colorate. L’ingresso è interdetto ai non musulmani.

Intorno tutti gli altri edifici che ne esaltano la maestosità. Ci fermiamo per più di un’ora in una tranquillità che rende surreali gli scontri dell’altro ieri; unica nota stonata i gruppi di militari armati nei pressi delle entrate.

Mentre per entrare bisogna obbligatoriamente utilizzare quello con la rampa di legno, si può uscire da uno qualsiasi degli altri punti da dove accedono i musulmani; noi optiamo per quello verso la Porta del Leone per addentrarci nel quartiere musulmano, il più vasto della Città Vecchia, che percorriamo ripassando più volte dalla Via Dolorosa, che lo separa da quello cristiano.

DAL QUARTIERE ARMENO A QUELLO EBRAICO NELLA VECCHIA GERUSALEMME

Il Quartiere armeno è il più piccolo e meno frequentato da turisti ed è molto piacevole bighellonare per le sue stradine silenziose dalle quali, sbirciando da qualche porta aperta, si intravedono cortiletti e minuscoli giardini interni. La Chiesa di San Giacomo viene definita una delle più belle di Gerusalemme, ma l’ingresso ai non fedeli è molto limitato e, nello specifico, quando siamo andati noi erano in atto lavori di restauro.

Nel Quartiere ebraico, ricostruito dopo il 1967, non bisogna mancare di percorrere il Cardo Massimo e sostare nella piazza Hurva. Interessante anche la Casa bruciata (che però noi non abbiamo visto) e, naturalmente, i dintorni del Muro occidentale.

L’AMAREZZA DELL’ULTIMA SERA A GERUSALEMME

Prima di andare a cena, ci fermiamo sulla “nostra” terrazza per ammirare per l’ultima volta il panorama della Città Vecchia dall’alto. Mentre siamo seduti tranquilli si sentono diversi colpi, ma non prestiamo molta attenzione perché il silenzio serale della Città Vecchia esalta qualsiasi rumore e già nelle sere precedenti ci eravamo inutilmente allarmati per vedere poi sulle colline circostanti semplicemente dei fuochi d’artificio.

Finché un lontano rumore di sirene che si protrae per parecchio tempo non attrae la mia attenzione. Cerco sulle breaking news di Haaretz e del Jerusalem Post e trovo conferma dei miei timori: due ragazzi arabi, di 17 anni e 14anni, armati di coltelli hanno assalito una postazione della polizia israeliana nei pressi della Porta del Leone ferendo un poliziotto; in risposta, un altro poliziotto ha immediatamente ucciso il diciassettenne e gravemente ferito il quattordicenne.

Un triste e amaro ritorno alla realtà.

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