Israele, un viaggio che non riesco a vivere come una vacanza

Un viaggio in Israele, come del resto in Palestina, non riesce a essere per me una vacanza normale. Inevitabilmente, leggo anche il più piccolo particolare attraverso le molteplici lenti che mi accompagnano quando visito questi luoghi: la forte attrazione per il mondo ebraico e il mio grande amore per la sua cultura, lo sdegno per quello che a questo popolo è stato inflitto, l’altrettanto grande amore per il popolo palestinese, l’ingiustizia che lo ha reso incolpevole vittima dei crimini europei prima ancora dell’occupazione israeliana, la sua indomita speranza di un proprio stato.

Ma iniziamo il racconto. Dopo avere concluso il nostro viaggio in Giordania nel deserto, alle 8:30 dal villaggio Wadi Rum per Aqaba dove ci siamo fermati solo per il tempo di espletare le pratiche restituzione dell’auto (noi l’abbiamo restituita in città ma abbiamo saputo che ci si può anche accordare per lasciarla in frontiera). Il passaggio alla frontiera per entrare in Israele è stato abbastanza rapido dato che c’era poca gente e non si sono soffermati con le solite stupide domande (hai mai aderito a gruppi terroristici? ecc.).

Ad Eilat prendiamo possesso della nuova auto, acquistiamo la SIM e ci fermiamo giusto il tempo per un veloce pranzo e renderci conto che non è molto economico; i prezzi sono quasi milanesi.

COSTEGGIANDO IL MAR MORTO

Quindi iniziamo il viaggio verso Masada. La strada è abbastanza noiosa finché non iniziamo a costeggiare il Mar Morto dove il panorama è suggestivo e, se la memoria non mi tradisce, più bello del versante giordano. Arriviamo a Masada alle 16.10, per scoprire che, nonostante il caldo veramente torrido, la fortezza chiude alle 16; ovviamente decidiamo di lasciar perdere dato che non avrebbe senso fermarsi da queste parti una notte solo per visitare la fortezza, sicuramente non in agosto.

Decidiamo di andare a Tel Aviv passando per la strada by pass che costeggia il Mar Morto e poi, tagliando a ovest per Gerusalemme, arriva alla costa. È una strada abbastanza surreale dato che ci troviamo in territorio palestinese, ma sembra di essere su una normale autostrada israeliana: per non parlare di quando si arriva nei pressi di Gerusalemme dove, se non si conosce esattamente la geografia dei luoghi, non si capisce dove ci si trovi visto che il Muro compare, più vicino o in lontananza, e scompare alla vista delle auto che corrono veloci (e fermarsi per osservare meglio è impossibile). Per chi lo vede la prima volta è impressionante e infatti Giampiero non si capacita della situazione.

Alle 18 arriviamo al Sea Side Hotel di Tel Aviv che si trova in un’ottima posizione, vicino alla spiaggia.

Le prime cose che ci colpiscono di Tel Aviv sono la quantità di giovani che si vede in giro e di monopattini che sfrecciano sulle piste ciclabili. Ceniamo in un piccolo locale, il Kukiza, che fa un’ottima cucina israeliana. 

TEL AVIV: CITTÀ GIOVANE E VIVACE

La città deriva dal quartiere Achuzat Bait fondata nel 1909 da un gruppo di cittadini ebrei di Jaffa, tra i quali Meir Dizengoff che divenne il primo sindaco di Tel Aviv nel 1922 quando al quartiere ebraico fu riconosciuto lo status di città. È stata capitale di Israele dalla proclamazione dello Stato nel maggio 1948 al dicembre 1949 quando Israele ha spostato la capitale a Gerusalemme.

Alle 9 nove iniziamo il nostro giro. Nella cartina qui sotto le varie tappe sono indicate nel modo ottimale per fare tutto il giro in una sola giornata, ma noi lo abbiamo diviso in due dedicando il primo a Tel Aviv e il secondo a una mattinata al mare e il pomeriggio a Jaffa.

 

Le case stile bauhouse e gli atelier di Rehov Shenkin

Tel Aviv è la città con la maggior concentrazione di case bauhouse al mondo (oltre 4.000) ed è proprio il coloro bianco di queste case che le hanno valso il nome di “città bianca”. Le case ispirate al design essenziale della scuola tedesca risalgono soprattutto agli anni ’30, quando una prima ondata di ebrei tedeschi (tra i quali figuravano numerosi architetti) decise di trasferirsi in Israele.

La prima tappa sono le case stile bauhouse in rehov Bialik (ai numeri  5 e 18): perché facciano veramente effetto bisogna pensare a cosa era l’architettura prima del bauhouse, ricordare i motivi floreali e fronzoli del liberty per stupirsi della modernità di queste architetture.

Dopo una sosta al mercato Carmel (vedi più avanti), ci incamminiamo verso la rehov Shenkin, una strada dove si susseguono atelier d’arte e di modo; si trovano oggetti veramente belli e particolari (notevoli le menorah, i tipici candelabri ebraici a 7 bracci, e i mezuzah, pergamene con i primi passi della Torah nei loro contenitori, in forme modernissime e stravaganti)

Ci ri-immergiamo nell’atmosfera bauhouse dello sderot Rothschild, viale alberato della Tel Aviv “in”, dove ci si può soffermare ai numeri 71 e 63. Il primo edificio è oggi un hotel (che si chiama proprio The Rothschild 71) che nasce dal rinnovamento di una costruzione di Zeev Rechter, uno dei fondatori dell’architettura modernista israeliana.

Durante tutti il giro non mancano di sfrecciarci a fianco monopattini e bici elettriche.

I mercati e i quartieri degli artisti

Poco distante dalla rehov Bialik inizia il mercato Carmel nella via HaCarmel che è separato dal mercato Hatikva, meno turistico e più genuino, da poche strade. Non bisogna perdere il mercato degli artisti e degli artigiani che si svolge ogni martedì e venerdì a Nahalat Binyamin e merita una visita il piccolo mercato Levinsky per chiudere con il mercato delle pulci di Jaffa. Per una descrizione puntuale dei mercati rimando all’articolo I mercati di Tel Aviv, dal Carmel a quello delle pulci di Jaffa.

Merita una passeggiata il quartiere alla moda Neve Tzedek con la sua piccola via Shabazi sulla quale si affacciano deliziose case e dai cui marciapiedi si intravedono cortili interni pieni di fiori.

Degna conclusione della  lunga camminata, una sosta alla Vecchia Stazione di Jaffa (HaTachana) che, dopo un grande lavoro di riconversione che ha coinvolto tutto il quartiere, è stata trasformata in location di design dove pranzare, fare shopping, visitare gallerie e ascoltare buona musica. L’architettura ottocentesca è stata perfettamente conservata e all’interno del vagone situato nel cortile, una galleria fotografica che ripercorre le fasi della ristrutturazione.

Mar Morto

JAFFA, SULLE TRACCE DI LEAH

Arrivati a Jaffa si viene immediatamente catapultati nel mondo arabo e dato che a Jaffa ha inizio il mio romanzo Mosaico mediorientale, inevitabilmente andiamo alla ricerca dei luoghi dove ho ambientato la vita dell’adolescente Leah. Non c’ero mai stata, ma è esattamente come me l’ero immaginata, del resto per ambientarci la storia di Leah avevo dedicato talmente tanto tempo alle ricerche che mi sembra di averci addirittura vissuto: vecchie cartine, fotografie dei primi del Novecento, racconti, vecchi giornali, mi ero davvero appassionata a queste ricerche e la realtà mi ha dato ragione. Riporto un breve stralcio del momento in cui Leah è costretta a lasciare Jaffa nell’aprile del 1917.

“Carichi di borse usciamo in strada.

Il nostro vicolo è lungo e stretto, mentre ci avviciniamo alla strada principale il brusio che mi sembrava di avere solo sognato si fa reale, sale, si trasforma, da un unicum uniforme e sommesso diventa grida, nomi urlati e ripetuti, ansia repressa per settimane finalmente esplosa in un caos infernale. Arriviamo sulla strada principale. E ci trasformiamo in pietre. Immobili, non riusciamo ad avanzare di un passo. Vediamo un ragazzo, avrà 15 anni, spinge una carriola dentro la quale un vecchio tutto accartocciato su sé stesso guarda il cielo con occhi vitrei. Una donna tiene per mano due bambini e un terzo è avvolto in uno straccio legato al collo; quello che gli stringe la mano destra piange, non vuole camminare, la madre gli urla qualcosa e lo strattona. Un uomo solo corre, spinge, si fa largo, esce dalla morsa della gente, guarda avanti e indietro, si alza sulla punta dei piedi, è disperato, urla “Yehoshua, Rahel, Ruth”; nessuno alza la testa, nessuno lo guarda, nessuno lo sente, è come se fosse muto e invisibile. Un bambino inciampa, proprio davanti a noi, cade, i genitori trascinati via, la madre si volta, cerca di tornare indietro, ma è impossibile, la folla è un muro impenetrabile, incrocio i suoi occhi terrorizzati. Ci scuotiamo, mio padre fa un balzo in avanti, prende tra le braccia il bambino e si fa strada tra la gente, lo vedo consegnare il piccolo alla madre e poi tornare indietro fendendo la folla con una furia che non gli conosco. Raccoglie la sacca che aveva gettato a terra poco prima, “andiamo” ci ordina con una durezza anch’essa sconosciuta e ci inseriamo in questo fiume umano terrificante e tormentato che si dirige verso Assarayah al Atiqa.”

Nella realtà del 2019, c’è un vicolo che sbuca nella strada principale e mi è facile immaginarlo come quello della casa di Leah, più difficile trovare Assarayah al Atiqa, perché nessuno la conosce con questo nome. Finalmente riusciamo a identificarla: è una struttura di epoca crociata sulla quale, nel 18mo secolo, era stata costruita la residenza del governatore ottomano, conosciuta appunto con il nome di Assarayah al Atiqa, e una parte era adibita a ufficio postale fino alla costruzione della nuova residenza nella piazza della Torre dell’orologio. Dal 1733 una parte dell’edificio era stata acquistata dai Demiani, famiglia cristiana, che vi aveva costruito una fabbrica del sapone, caduta in disuso dopo la guerra del 1948. Oggi è sede del Museo delle antichità di Jaffa e del teatro arabo-ebraico.

Ma torniamo alla nostra visita di quello che oggi è il quartiere arabo di Tel Aviv (mentre fino al 1922 era il contrario, con Jaffa città e Tel Aviv il suo quartiere ebraico), ricordando però un’importante nota storica: nei mesi successivi alla nascita di Israele, il 95% della popolazione di Jaffa, arabi, venne espulsa e trasferita prima nel quartiere di Al-Ajami e poi a Gaza, snaturandola quindi completamente. Caduta in declino negli anni successivi, solo ultimamente è rinata come luogo turistico.

Per la visita alla città vecchia si può partire dalla Torre dell’Orologio, simbolo della città, per poi passare dalla moschea Mahmudiya (non visitabile), ma soprattutto bisogna addentrarsi nei vicoli della parte più antica, con le sue scalette, le stradine pavimentate di pietra bianca, i piccoli cortili interni. Splendida soprattutto al tramonto, quando poi è bello passeggiare lungo le mura sul mare e godersi il sole che si tuffa nel mare.

Merita una visita il già citato mercatino delle pulci e, per chiudere la serata, non sono male i locali sul lungomare.

AKKO, UNA CHICCA MEDIORIENTALE

L’indomani mattina, caricati i bagagli, partiamo alla volta di Akko fermandoci al Museo della Terra di Israele che si rivela però una visita non imperdibile (vari reperti archeologici con padiglioni dedicati a vetro, ceramica, monete ecc.

Percorrendo la strada che costeggia il mare, passiamo Cesarea Marittima, la città-porto costruita da Erode il Grande, nella quale decidiamo di non fermarci. Sebbene rappresenti uno dei più importanti siti archeologici di Israele, decidiamo di non fermarci. Intendiamoci, non è che non ci siano cose che non meritino, in particolare l’acquedotto (invece il teatro è completamente ricostruito), ma ormai, arrivata a 60 anni e dopo avere visto Leptis Magna, Sabratha, Volubilis, Palmira, Jerash, Pompei ed Ercolano, ovviamente Roma e Ostia e tutte le possibili rovine romane in Italia, sarei disponibile a vedere un sito archeologico romano, soprattutto a oltre 30°,  solo se fosse una cosa veramente eccezionale. E Cesarea Marittima non lo è.

Saltiamo anche Haifa, che attraversiamo rapidamente. È un porto importante e centro industriale; probabilmente l’unica cosa più curiosa che interessante da vedere è il mausoleo del Bab sul monte Carmelo, circondato da giardini terrazzati, che contiene i resti mortali del Báb, creatore della religione bahai.

Arriviamo ad Akko verso le 14.30 e iniziamo a girellare per la cittadina, una vera chicca mediorientale. Alloggiamo all’Akko Gate Hostel, modesto ma dignitoso.

Akko, conosciuta anche come San Giovanni d’Acri o Tolemaide, è patrimonio dell’Unesco e ha origini antichissime (1500 a.C.), ma la sua fama è dovuta ai Crociati che ne fecero il loro porto principale. Tristemente famosa nel periodo del mandato britannico perché la cittadella fu utilizzata dai britannici come prigione e luogo di impiccagione, Akko è in una posizione ideale per visitare la costa settentrionale di Israele e la Galilea.

La cittadina, circondata da mura, è un dedalo di viuzze che si perdono in piazzette, scalette che finiscono nel niente e sottoportici. I siti da visitare non sono pochi per cui conviene andare subito al Visitor Center alla Fortezza e farsi dare cartina e orari (sono in vendita biglietti cumulativi).

Da visitare il Tunnel dei Templari, il Bagno Turco (con video che ne raccontano la storia), una passeggiata sulle Mura, ma soprattutto la Fortezza che richiede almeno un paio d’ore di visita.

La Fortezza è un altro luogo fondamentale del mio romanzo e con Giampiero ripercorriamo le sale sotterranee pensando a Yaqub, prigioniero degli inglesi dopo la Grande Rivolta Araba del 1936-39:

“Stai tranquilla, papà mi ha assicurato che non lo trattano così male come temevamo. È in una cella con altri quattro professori del College e due insegnanti della scuola an-Najah di Nabuls. Passano il tempo a giocare a backgammon e ogni tre giorni possono uscire per un’ora d’aria nel cortile della prigione. Il cibo ovviamente non è abbondante, ma non muoiono di fame”, non posso dire a mia madre le reali condizioni in cui ho trovato mio padre, gli ho promesso che a casa non avrebbero saputo nulla del viso scavato, delle piaghe sulle spalle, delle mani che non hanno smesso mai di tremare per tutto il tempo della mia visita. Quando è entrato nella sala per i colloqui della prigione di Akko non riuscivo a capacitarmi di come era ridotto dopo tre mesi di reclusione.

Ma la storia la scrivono i vincitori e nella parete esterna della ex prigione inglese non c’è traccia delle centinaia di arabi che qui sono stati imprigionati, molti dei quali uccisi, durante la Rivolta: una targa ricorda invece solo i militanti dell’Haganà e del Lehi, organizzazioni militari ebraiche che pure combattevano gli inglesi.

Akko

 

UN GIRO IN GALILEA

Oggi giorno dedicato alla Galilea. Partiamo per Cafarnao sul lago Tiberiade dove ci sono i resti della casa di San Pietro, oltre a quelli di una sinagoga del IV-V sec. d.C. Bella la vista sul lago Tiberiade.

Quindi andiamo sul Monte Tabor dove ci sarebbe stata la cosiddetta trasfigurazione di Gesù Cristo: secondo 3 Vangeli, dopo essersi appartato con i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, cambiò aspetto mostrandosi ai tre discepoli con uno straordinario splendore della persona e uno stupefacente candore delle vesti. In questo contesto si verifica l’apparizione di Mosè ed Elia che conversano con Gesù e si ode una voce, proveniente da una nube, che dichiara la figliolanza divina di Gesù. Sul monte c’è una chiesa degli inizi del 1900 e dai giardini si gode un’ottima vista sulla vallata.

Quindi andiamo a Nazareth che in sé non è nulla di speciale; rimane comunque interessante la Basilica dell’Annunciazione, costruita nel 1959 al cui interno si trova la grotta dove, secondo la tradizione, viveva Maria e dove avvenne l’Annunciazione.

Prima di tornare ad Akko, ci fermiamo a Degania Alef, il primo kibbutz, costruito nel 1909 dove nacque Moshe Dayan, il secondo bambino nato in un kibbutz. Per me è un luogo un po’ mistico perché l’esperienza dei kibbutz mi è sempre sembrata una cosa molto interessante.

Nel pomeriggio siamo di ritorno ad Akko.

ROSH HANIKRA E IL MARE AL CONFINE CON IL LIBANO

A una trentina di chilometri da Akko c’è il sito naturale di Rosh Hanikra che viene, molto esageratamente, definito un luogo incantato con la funivia “più ripida del mondo” (il che potrà anche essere vero, ma stiamo parlando di un dislivello ridicolo per cui la discesa dura meno di un minuto!). Per il resto sono delle grotte, nelle quali entra il mare; il percorso è abbastanza breve, pieno di gente e, secondo me, non vale assolutamente la pena.

Invece è piacevole la spiaggia di Betzel. Purtroppo il mare è mosso e non è possibile fare il bagno, ma con il mare calmo penso sia veramente piacevole passarci una mezza giornata.

Il viaggio si conclude a Gerusalemme, al quale ho dedicato un articolo separato: Gerusalemme, la Santa, la più contesa di sempre

Cafarnao

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *