Se il 2020 è stato l’anno dello smart working, il 2021 rischia di essere quello del burnout?

“Effetto albero genealogico: la mia attività si va ramificando con sempre maggiore rapidità”: qualche giorno fa stavo chiacchierando con una top manager a livello europeo di una primaria azienda del mondo telco e questa sua rappresentazione del modo in cui ci si trova a lavorare oggi mi è rimasta impressa.

L’esperienza della top manager, che chiameremo Carla, è simile a quella che molti di noi hanno vissuto in questo ultimo anno: “All’inizio ero molto contenta di lavorare da casa. Avendo un incarico internazionale, ogni settimana dovevo andare in un paio delle città europee di mia responsabilità. Con il lockdown è cambiato tutto: azzerate le ore di volo, annullati i tempi morti inevitabili in questi casi, mi si sono improvvisamente liberate alcune ore. Finalmente potevo dedicare più tempo alla famiglia, a mia figlia”, ha iniziato a raccontare Carla. “E questo non era il solo aspetto positivo: le riunioni, in teleconferenza, rispettavano i tempi prefissati; avevo la possibilità di incontrare, seppure attraverso il monitor del PC, molte più persone di prima. Riuscivo a fare molte più cose di prima”.

Ed ecco, forse è proprio qui che si è innescato il circolo vizioso che ha portato Carla a sbottare con un “non è umano lavorare così” alla fine della nostra conversazione.

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