15 Settembre 2026

Al Teatro Menotti è andato in scena Mattatoio n. 5, adattamento del celebre romanzo di Kurt Vonnegut. Un testo complesso, stratificato, costruito su salti temporali e cortocircuiti tra realtà e fantascienza, che in palcoscenico richiede una regia capace di orientare lo spettatore dentro il caos controllato della memoria di Billy Pilgrim. Purtroppo, in questa messinscena, l’ambizione non è stata sostenuta da un’altrettanta efficacia teatrale.

La sinossi prometteva un “viaggio surreale tra tempo, memoria e guerra”, affidando la ricostruzione della vicenda a quattro personaggi minori – la moglie Valencia, il soldato Roland, la porno diva Montana e lo scrittore Trout – chiamati a ricomporre i frammenti della vita del protagonista, testimone del bombardamento di Dresda. L’idea, sulla carta, è interessante: decentrare Billy e far emergere la sua storia attraverso sguardi laterali poteva offrire una rappresentazione teatrale coerente con la natura frammentaria del romanzo. Tuttavia, in scena, questa scelta finisce per amplificare la discontinuità narrativa invece di governarla.

Gli attori non riescono a essere realmente coinvolgenti. I personaggi restano figure enunciate più che vissute, e l’ironia amara che nel libro di Vonnegut è lama affilata qui si smussa in una recitazione spesso monocorde. La dolente umanità evocata dalla sinossi rimane un’intenzione più che un’esperienza condivisa. Manca un centro emotivo che faccia da bussola allo spettatore: senza una conoscenza pregressa del romanzo (e io lo ricordavo davvero vagamente avendolo letto tanti anni fa), la storia risulta di difficile comprensione. I continui slittamenti temporali, anziché suggerire lo spaesamento di Billy, producono disorientamento puro, lasciando fuori chi non possiede già le coordinate del testo originale.

A complicare ulteriormente la fruizione è stata la scelta dello spazio scenico: lo spettacolo è stato allestito nell’area solitamente destinata al bar del teatro, un ambiente lungo e stretto che costringe il pubblico a una visione laterale e frammentata. Se l’intento era quello di creare intimità o immersione, il risultato è stato invece una difficoltà concreta nel seguire l’azione. Lo sguardo è continuamente costretto a inseguire i movimenti degli attori lungo un asse angusto, con un effetto fisico quasi immediato: più che un viaggio nel tempo, un torcicollo collettivo. In un’opera già complessa dal punto di vista narrativo, la scomodità visiva diventa un ulteriore ostacolo alla comprensione.

“Così va la vita”, ripete Billy di fronte all’assurdo e all’orrore della guerra. In questa versione teatrale, la celebre frase suona quasi come una resa: di fronte a un allestimento che non riesce a rendere accessibile la forza visionaria e pacifista del testo, lo spettatore si trova più a sopportare che a partecipare.

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Dati artistici

Teatro Menotti

Tratto dal libro di: Kurt Vonnegut
Con: Con Nicolas Errico, Maria Vittoria Scarlattei, Jacopo Sorbini, Chiara Tomei
Costumi: Pamela Aicardi
Produzione: Tieffe Teatro

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