16 Gennaio 2026
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È da tanto tempo che Giampiero ed io pensiamo a questo viaggio: i parchi dell’Ovest degli USA ci hanno sempre affascinato, ma non immaginavamo di trovarci davanti a una natura così maestosa. Certo, andarci nell’era Trump non ci attirava molto, ma, avendo una certa età, non ce la sentiamo di aspettare altri quattro anni. In compenso, il viaggio è stato bellissimo: 21 giorni immersi in una natura spaziale. L’unico errore, forse, è stato fermarci poi a New York per una settimana: dopo tanta immensità e anche per la stanchezza accumulata, il caos umano della Grande Mela ci lascia un po’ disorientati.

Dopo un disguido iniziale con Delta, riusciamo comunque ad arrivare a New York, via Parigi invece del diretto, in tempo per prendere la coincidenza per San Francisco. Così, svegliandoci alle 4 del mattino del 4 settembre e dopo circa 26 ore di viaggio, alle 21 siamo finalmente a San Francisco. Prendiamo l’auto e ci dirigiamo subito in hotel.

Ecco di seguito il percorso.

Da San Francisco allo Yosemite

La mattina seguente partiamo presto: il jetlag ci perseguita ancora, ma non vogliamo perdere l’occasione di una foto al Golden Gate e abbiamo la fortuna di vederlo completamente libero dalla solita nebbia. Poi lo attraversiamo e, con uno splendido sole, ci fermiamo a Sausalito per fare la spesa: temevamo prezzi alti, anche grazie alla svalutazione del dollaro, spendiamo meno del previsto.

Come sempre, ci organizziamo: pranzo con panini o simili, cena al ristorante e colazione in camera quando non inclusa. Attraversata la baia a San Quentin, ci dirigiamo verso la Sierra Nevada, che si estende per circa 640 chilometri in direzione nord-sud, formando il confine orientale naturale con il Nevada.

La prima tappa dovrebbe essere la città fantasma di Bodie, percorrendo la California Highway 108, una delle strade panoramiche più belle della California, che si snoda all’interno della Stanislaus National Forest. Attraversiamo foreste lussureggianti, fiumi impetuosi, laghi alpini e paesaggi rocciosi fino al Sonora Pass (2.933 m). La strada è ampia, ben asfaltata e scorrevole, anche se in alcuni punti un po’ ripida, il paesaggio cambia rapidamente: fitte foreste di conifere lasciano il posto a paesaggi alpini più aperti e rocciosi con ampie viste sulle vallate sottostanti.

Non riusciamo a visitare Bodie perché gli orari non coincidono con quelli indicati sul sito; la vediamo dalla sbarra e decidiamo che non vale la pena tornare il giorno dopo. Proseguiamo verso il Mono Lake, fermandoci subito alla South Tufa Area. Il lago, con oltre 760.000 anni, è tra i più antichi del Nord America. Nonostante l’acqua sia 2,5 volte più salata dell’oceano, ospita un ecosistema unico: gamberetti di salamoia e mosche alcaline forniscono cibo a milioni di uccelli migratori. Le torri di tufo emergono dal lago creando un paesaggio surreale, specialmente all’alba e al tramonto; facciamo una passeggiata di circa 1,5 km tra queste formazioni suggestive. Queste formazioni rocciose calcaree porose e fragili, che variano in altezza da piccoli grumi a torri che superano i 9 metri, si formano quando l’acqua di sorgenti sotterranee ricche di calcio si mescola con l’acqua del lago, ricca di carbonati; il carbonato di calcio precipitando forma queste torri sottomarine, che emergono solo quando il livello del lago si abbassa.

La notte trascorre in un cottage vicino al lago e il giorno seguente imbocchiamo la più conosciuta Tioga Road per tornare sul versante orientale della Sierra Nevada. La strada attraversa lo Yosemite National Park e culmina al Tioga Pass (3.031 m), il passo carrabile più alto della California. Ci fermiamo in vari punti panoramici: il Tenaya Lake, un ampio e scenografico lago alpino incorniciato da cupole di granito levigato e fitte foreste, e i Tuolumne Meadows, una vasta area di prati e torbiere attraversata dal fiume Tuolumne.

Ci concediamo una breve escursione al Tuolumne Grove, un piccolo bosco con sequoie giganti; per raggiungerlo bisogna fare un sentiero di circa 4 km, tra andata e ritorno, con un dislivello di 150 m che, al ritorno, richiede un po’ di sforzo fisico essendo tutta salita costante.

Ed eccoci finalmente nel cuore di Yosemite. La nostra prima tappa è il Tunnel View, uno dei punti panoramici più famosi del parco, da cui la vista spazia sull’intera vallata, regalandoci un’impressione immediata della maestosità del luogo. Subito dopo, ci dirigiamo al Curry Village, dove abbiamo prenotato una tenda: è posizionata su una pedana di legno, spaziosa, arredata con un letto matrimoniale e tutte le suppellettili necessarie; all’esterno, l’immancabile armadietto per il cibo in ferro con lucchetto a prova di orso.

Sbrigate le pratiche di ingresso, torniamo verso l’inizio della valle passando sotto El Capitan, uno dei monoliti di granito più iconici e imponenti degli Stati Uniti. Formatosi circa 100 milioni di anni fa, si erge con una parete verticale alta circa 914 metri, lasciandoci senza parole di fronte alla sua imponenza.

Il nostro obiettivo è raggiungere il Glacier Point per il tramonto, un percorso di circa un’ora. Lungo la strada ci fermiamo alla cascata Bridalveil, che ha un salto di circa 188 metri. Il suo nome deriva dall’aspetto dell’acqua: quando il vento soffia, il flusso sottile e vaporoso si inclina lateralmente, ricordando un delicato velo da sposa.

Percorriamo la Glacier Point Road, osservando la devastazione degli incendi: centinaia di alberi anneriti e grigi trasformano il paesaggio in uno scenario quasi spettrale. Il Glacier Point, situato a circa 2.199 metri di altitudine, si trova su una parete rocciosa che svetta per circa 975 metri sopra il fondovalle. Da qui, con una vista a 180 gradi sulla vallata, possiamo ammirare la massiccia cupola di granito dell’Half Dome e le numerose cascate che scendono dalle rocce del lato settentrionale della valle.

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La maestosità delle sequoie

Il giorno successivo è interamente dedicato alle sequoie. Inizialmente non avevamo previsto di fermarci al Mariposa Grove, visto che avremmo poi visitato il Sequoia National Park, ma essendo sulla strada decidiamo di approfittarne. Lasciamo l’auto al parcheggio del Visitor Center e, dopo un breve tragitto in navetta, arriviamo all’inizio del comodo sentiero che conduce a queste maestose sequoie, con la loro corteccia spessa e spugnosa di un intenso colore rosso-arancio.

Il primo incontro è con il Fallen Monarch (Monarca Caduto), un albero sradicato che offre una prospettiva incredibile sulle dimensioni massicce delle radici e del tronco. Poco dopo ammiriamo il Bachelor and Three Graces (il Celibe e le Tre Grazie), quattro alberi che svettano alti nel cielo, per concludere con il Grizzly Giant, un vero patriarca della foresta, che ha circa 3.000 anni e arriva a 64 metri di altezza.

È solo un piccolo antipasto di quello che ci attende al Sequoia National Park. Entriamo dal Lodgepole Visitor Center e ci dirigiamo al parcheggio della Giant Forest, l’area con la maggiore concentrazione di sequoie giganti. Da qui iniziamo il nostro giro lungo il Congress Trail, un percorso circolare che attraversa gruppi di sequoie significativi, come il gruppo del Senato e della Camera, fino ad arrivare al famoso Generale Sherman, l’organismo vivente più grande del mondo in termini di volume. La sua imponenza è incredibile: 83 metri di altezza, 31 metri di circonferenza e circa 2.200 anni di età.

Sulla strada verso Lindsay, dove pernotteremo, passiamo dal Tunnel Log, una sequoia caduta naturalmente il cui tronco è stato scavato per permettere il passaggio di veicoli. In serata ci fermiamo per una cena messicana in un ristorante vicino all’hotel, chiudendo così una giornata immersi tra giganti silenziosi e monumenti naturali straordinari.

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I frutteti della California e lo Joshua Tree National Park

Il quarto giorno è di spostamento verso il Joshua Tree National Park, passando per Palm Springs e percorrendo circa 500 km. Partiamo da Lindsay attraversando la fertile San Joaquin Valley, tra distese quasi ininterrotte di agrumeti, mandorleti, vigneti e campi coltivati. Sulla strada si incontrano vari venditori di frutta che non esitiamo a comprare, è ottima.

Man mano che ci avviciniamo al deserto del Mojave, il paesaggio cambia radicalmente: le coltivazioni lasciano spazio a colline aride, cespugli di creosoto e, verso Palm Springs, le iconiche palme.

Arrivati a Palm Springs, l’impressione è estraniante: chilometri di campi da golf perfettamente curati, prati verdi, giardini tropicali e centinaia di piscine scintillanti richiedono un consumo idrico spropositato in una delle regioni più aride degli Stati Uniti. Da Frank Sinatra a Elvis Presley sono decine i personaggi famosi che si sono fatti costruire una villa qui, ma veramente risulta una cosa incomprensibile.

A Joshua Tree, prendiamo possesso della camera, ci rinfreschiamo in piscina e ceniamo con un hamburger gigante in uno dei saloon locali.

L’indomani entriamo nel cuore del Joshua Tree National Park, un luogo dove si incontrano due distinti ecosistemi desertici: il Mojave e il Colorado. Il paesaggio è surreale, a tratti quasi alieno, e cerchiamo di assorbirne ogni sfumatura.

Partiamo dalla zona occidentale, dirigendoci subito verso Hidden Valley. Il nome è evocativo e il luogo corrisponde esattamente a quanto ci aspettavamo: un bacino segreto circondato da massicci blocchi di granito e dai caratteristici alberi di Joshua. Percorriamo il breve sentiero ad anello, ammirando le imponenti formazioni rocciose.

Proseguiamo fino a Key Views, un punto panoramico che offre una visione completa della vastità del paesaggio. La vista spazia sulla Coachella Valley e si estende fino alle montagne circostanti; la cosa più sorprendente è riuscire a individuare, con l’aiuto delle indicazioni, la famosa faglia di Sant’Andrea.

Il tour continua verso est, arrivando a Skull Rock, una formazione rocciosa scolpita dagli agenti atmosferici nel corso dei millenni, che ricorda in modo impressionante un teschio umano. Poco più avanti incontriamo Arch Rock, un arco naturale di granito che incornicia il cielo azzurro del deserto. Le dimensioni non sono quelle monumentali degli archi dello Utah, ma la sua posizione tra gli altri massi di granito è comunque particolare.

Scendiamo quindi verso il Cholla Cactus Garden. Dal parcheggio bastano pochi passi per trovarsi immersi in una distesa di cactus “jumping”, che al sole sembrano quasi dorati, creando un effetto magico.

Tornando sui nostri passi, facciamo una breve deviazione a Barker Dam, un bacino storico costruito dai pionieri. Sebbene sia quasi asciutto, attira la fauna locale e ospita alcuni petroglifi lasciati dalle popolazioni native, leggermente sbiaditi dal tempo.

Decidiamo di non affrontare l’escursione a Fortynine Palms Oasis: sono circa 4,5 chilometri sotto il sole. Dopo una sosta in hotel ritorniamo nella prima parte del parco per vederlo al tramonto, ma arriviamo troppo tardi, quindi non ci resta che andare a cena in un altro saloon e chiudere così una giornata intensa immersi in scenari incredibili e contrastanti.

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Iniziano i paesaggi da film: la Death Valley

Partiamo da Joshua Tree molto presto e ci dirigiamo verso nord. Google Maps ci propone due strade e scegliamo la più breve, che però si rivelerà in parte sterrata e immersa nel nulla più assoluto. Nonostante ciò, arriviamo senza problemi a Father Crowley, un punto panoramico nella sezione occidentale del Death Valley National Park. La vista si apre su un ampio tratto di deserto aspro e selvaggio. La caratteristica principale è il panorama sul Rainbow Canyon, una profonda gola con pareti rocciose dai colori vari, che spaziano dal rosso all’arancione fino al giallo, a causa delle diverse formazioni minerali e degli strati geologici esposti. L’ambiente è dominato dalla desolazione e dall’immensità del deserto, con un orizzonte che si perde sulle catene montuose lontane.

Qualche chilometro più avanti arriviamo alle Mesquite Flat Sand Dunes, forse una delle tappe meno affascinanti del viaggio: avendo visto dune meravigliose in altri luoghi, queste ci sembrano relativamente modeste.

Proseguiamo verso il Furnace Creek Visitor Center, dove raccogliamo cartine dettagliate e tutte le informazioni utili per visitare il parco, che esploreremo in parte oggi e in parte il giorno successivo.

Arriviamo a Zabriskie Point nel pomeriggio. L’area è caratterizzata da calanchi erosi, formati da sedimenti lacustri che creano colline ondulate; i colori dominanti spaziano tra diverse sfumature di giallo, marrone e ocra.

Risalendo in macchina, ci spostiamo a Dante’s View, punto di osservazione sulle Black Mountains, a circa 1.670 metri di altitudine. Da qui si ha un’ampia prospettiva a volo d’uccello sull’intera valle: si riescono a distinguere l’estensione del Badwater Basin e, in lontananza, le Panamint Mountains.

Torniamo a Zabriskie Point per il tramonto: la luce radente trasforma completamente il paesaggio rispetto a poche ore prima, allungando le ombre e intensificando i toni caldi delle rocce.

Per la notte, pernottiamo in uno dei due hotel all’interno della valle, un ranch con piscina. Nonostante sia metà settembre, la temperatura si fa sentire, quindi ne approfittiamo per rinfrescarci prima di cena.

Il giorno successivo, dopo colazione, ci dirigiamo verso le zone più basse della valle. Passiamo accanto al Devil’s Golf Course, un’area aspra con grandi formazioni di sale erose dal vento e dalla pioggia, a forma di guglie aguzze, fino a raggiungere il Badwater Basin, il punto più basso del Nord America (86 metri sotto il livello del mare). Il paesaggio è dominato da una vasta distesa di sale bianco e cristallino che, evaporando, ha creato strutture poligonali sul terreno. L’ambiente è estremamente arido e l’aria molto secca; i cartelli che avvertono dei pericoli quando fa caldo sono piuttosto intimidatori, ma essendo solo le 9 del mattino con una temperatura sotto i 38°C, ci prendiamo il tempo per una breve camminata sulla distesa di sale.

La nostra ultima tappa nella Death Valley è l’Artist’s Drive, un percorso panoramico a senso unico che si snoda tra colline e canyon. La caratteristica principale è l’Artist’s Palette, un’area con depositi vulcanici e minerali ossidati che colorano le rocce: macchie di verde (rame), blu, rosa e viola (manganese e ossidi di ferro) creano un effetto quasi surreale.

La tappa successiva sarebbe il Zion National Park, ma essendo quasi 500 chilometri, decidiamo di fermarci a Las Vegas per la notte.

Per lavoro sono già stata nella cosiddetta Sin City e l’impressione è sempre la stessa: una grande e profonda tristezza per la miseria umana. Le decine di persone ipnotizzate dalle slot machine, le ragazze seminude che passeggiano lungo la Strip, uomini e donne sfatti che passano da un casinò all’altro accentuano la sensazione di trovarsi in un enorme frullatore di luci e suoni. Anche a Giampiero fa lo stesso effetto e, dopo una rapida pizza, torniamo in hotel.

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Zion Canyon e Bryce Canyon: così vicini e così diversi

Dedichiamo l’ottava giornata di viaggio all’esplorazione dello Zion Canyon, muovendoci esclusivamente con la navetta del parco, l’unico modo per percorrere la Zion Canyon Scenic Drive durante l’alta stagione.

La prima tappa è la Court of the Patriarchs: una breve passeggiata porta a un punto panoramico da cui si vedono tre imponenti formazioni rocciose, chiamate Abraham, Isaac e Jacob. Le montagne, ricoperte di vegetazione rigogliosa, si stagliano contro il cielo azzurro, creando un primo impatto davvero suggestivo.

Proseguiamo verso Big Bend, un punto in cui il fiume Virgin compie un’ampia curva intorno a una parete rocciosa monolitica: le pareti rosse e verticali del canyon si ergono per centinaia di metri sopra di noi, rendendo il panorama incredibilmente imponente.

La fermata finale della navetta è il Temple of Sinawava, da dove inizia la Riverside Walk, un sentiero lastricato e accessibile che segue il corso del fiume Virgin. La passeggiata è piacevole, accompagnati dal mormorio dell’acqua e le pareti del canyon che si restringono progressivamente. Dopo circa 1,5 chilometri arriviamo al punto in cui parte l’escursione in acqua nel Narrows: noi ci limitiamo a osservare in un ambiente è suggestivo e rinfrescante.

Per la notte, dormiamo in un Best Western situato strategicamente tra Zion e Bryce Canyon, pronto a ospitarci per la tappa successiva.

Il giorno seguente ci dirigiamo al Bryce Canyon. Già dall’arrivo capiamo che sarà uno dei momenti salienti del viaggio, forse il più bello. Intraprendiamo la camminata combinata lungo i sentieri Navajo Loop e Queen’s Garden, scendendo nel cuore del Bryce Amphitheater. Alcuni tratti sono ripidi e impegnativi, ma la fatica è ripagata completamente: camminiamo letteralmente tra gli hoodoos, guglie di roccia rosse e arancioni dalle forme incredibilmente bizzarre. I colori, le ombre e la densità delle formazioni creano un paesaggio fiabesco, unico al mondo.

Dopo la camminata, percorriamo in auto la scenic drive del parco fino a Rainbow Point, il punto più alto e panoramico. Lungo la strada ci fermiamo in vari punti panoramici che offrono prospettive diverse sul canyon e sulle foreste circostanti, nelle quali ci sono già accenni di colore autunnale.

Avendo ancora tempo, facciamo una breve visita al Bruce Wildlife Adventure Museum, situato appena fuori dal parco. Il museo ospita una collezione impressionante di oltre 800 animali impagliati provenienti da tutto il mondo, esposti in repliche dei loro habitat naturali. Vediamo di tutto: dagli orsi ai leoni, fino a una vasta esposizione di 1.600 farfalle. La visita aggiunge un tocco educativo e sorprendente alla giornata già ricca di meraviglie naturali.

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Il magico Antelope Canyon e Horseshoe Bend

Lasciamo il Bryce Canyon alle spalle e ci immettiamo sulla US Route 89, un nastro d’asfalto che si snoda attraverso paesaggi che cambiano continuamente: all’inizio verdi foreste e colline, poi il panorama si apre su vallate immense e brulle, man mano che scendiamo verso sud, i colori si fanno più caldi, predominano l’ocra e il rosso. La strada corre dritta per chilometri, attraversiamo piccoli paesi sperduti e riserve Navajo, dove il paesaggio diventa sempre più desertico.

Dopo circa 3 ore di guida, l’arido paesaggio roccioso viene interrotto da una grande distesa blu: siamo arrivati al Lake Powell. L’acqua azzurra si insinua in un labirinto infinito di canyon di arenaria rossa, è un lago artificiale, creato dalla grande diga di Glen Canyon, costruita sul fiume Colorado negli anni ’60.

Dopo una breve sosta per il pranzo andiamo al luogo dell’appuntamento per la visita all’Antelope Canyon. Sapevamo che sarebbe stata una delle tappe clou del viaggio e, sebbene il prezzo sia piuttosto elevato (non si può visitare da soli, bisogna utilizzare un’organizzazione locale), non ha deluso le aspettative. Ci sono diverse opzioni per visitarlo (Upper, Lower e X Canyon), e noi, un po’ per comodità, un po’ per fama, abbiamo optato per l’Upper Canyon, rinomato per i suoi famosi “fasci di luce” che scendono dall’alto.

L’organizzazione è impeccabile, gestita interamente dai Navajo. Saliamo a bordo di un pullmino guidato da una guida Navajo gentile e disponibile, percorriamo solo pochi chilometri di una strada dissestata e polverosa. Arrivati all’imboccatura del canyon, c’è un bel viavai di veicoli e turisti: è un luogo molto popolare, ma la macchina organizzativa è oliata alla perfezione. Ogni gruppo (il nostro era di una quindicina di persone) ha il suo slot con tutto il tempo di fermarci e fare fotografie, mentre la guida ci dà alcune spiegazioni della formazione rocciosa.

Entriamo nel canyon e… wow, decisamente un bell’impatto. Le pareti di arenaria rossa sono state levigate dall’acqua e dal vento in forme sinuose, quasi liquide; sembra di camminare dentro a un’opera d’arte astratta. La luce che filtra dall’alto crea giochi di ombre e sfumature che vanno dal rosso intenso all’arancione brillante, fino al rosa pallido per arrivare, in alcuni tratti, al blu. Il percorso non è lunghissimo, saranno circa 200 metri, ma ogni passo è una scoperta.

Il ritorno non avviene ripercorrendo il canyon a ritroso. Usciamo da un’altra apertura e percorriamo delle comode passerelle esterne che costeggiano il canyon in superficie. Sono anche parzialmente coperte da teli ombreggianti, una vera manna perché il sole picchia forte. In pochi minuti siamo di nuovo al punto di partenza. Una visita indimenticabile, che vale ogni centesimo speso.

Torniamo a Page, ci fermiamo per una piccola spesa al supermercato locale, giusto il tempo di comprare l’essenziale. Il pomeriggio è l’orario perfetto per la nostra prossima tappa: Horseshoe Bend. Al mattino, infatti, mattino la grande ansa del fiume è in ombra, mentre al tramonto offre i colori migliori. Quindi eccoci qui.

Dal parcheggio, una passeggiata di circa venti minuti su un sentiero comodo, in parte asfaltato, ci porta al bordo del precipizio. Già da lontano si intuisce la maestosità del luogo, ma la vista che si apre davanti a noi è veramente particolare.

L’Horseshoe Bend è un’ansa del fiume Colorado perfetta, a forma di ferro di cavallo, che scorre 300 metri sotto di noi. Le pareti del canyon sono di un rosso intenso che contrasta con il verde smeraldo dell’acqua che scorre lenta giù in fondo.

Ci sono tantissime persone, tutte in cerca dello scatto perfetto, ma l’area è grande e si riesce a trovare un piccolo angolo dove sedersi e godersi lo spettacolo. La vista è vertiginosa, non c’è una vera e propria recinzione per tutta la lunghezza del bordo, solo in un punto panoramico centrale c’è una ringhiera di sicurezza, quindi bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi.

Mentre il sole inizia a calare, i colori del canyon si intensificano, passando da un arancione brillante a un rosso fuoco.

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Il Grand Canyon: visto in decine di video, ma comunque sorprende

A metà del nostro viaggio, iniziamo l’avvicinamento al Grand Canyon. Ci sono due opzioni principali per visitarlo: il South Rim o il North Rim. Il versante sud è decisamente più turistico, ma anche il più comodo, accessibile e attrezzato, con la maggior parte dei servizi e dei punti panoramici più famosi. Il versante nord è più selvaggio e tranquillo, ma anche più isolato e logisticamente più complesso da raggiungere. Non si possono fare entrambi in un solo giorno, quindi optiamo per il South Rim.

Proseguiamo lungo la strada 89 fino al piccolo insediamento di Cameron, dove facciamo una breve sosta prima di imboccare la strada 64 verso ovest, che ci porterà dritti all’ingresso del parco nazionale. Da qui inizia la Desert View Drive, una strada panoramica di circa 40 chilometri che collega la Desert View Watchtower all’area del Grand Canyon Village.

Guidando lungo questa strada, ci fermiamo in sei diverse aree di sosta panoramiche. Ognuna offre una prospettiva leggermente diversa sul canyon, ma la sensazione è sempre la stessa: vertiginosa. Il canyon si apre davanti a noi, un’immensa ferita nella terra che sembra infinita anche perché non è un unico grande canyon, bensì un insieme di grandi e piccole fenditure fatte dagli immissari del Colorado. I colori cambiano con l’angolazione del sole e la profondità è sbalorditiva. Il punto forte è la Desert View Watchtower stessa, da cui la vista spazia sul fiume Colorado che serpeggia in fondo al canyon.

Finito il percorso, usciamo momentaneamente dal parco per raggiungere l’hotel. Abbiamo scelto di dormire a Valle, una località a circa quaranta chilometri dal Grand Canyon Village, perché gli hotel all’interno del parco erano davvero troppo costosi (e prenotati con mesi di anticipo!). La sistemazione è ottima ed è un buon compromesso.

Ci sistemiamo e torniamo subito al parco per goderci il tramonto. Decidiamo di fare una passeggiata lungo il South Rim Trail, partendo dall’area del Grand Canyon Village e camminando in direzione ovest verso la zona di Hermits Rest. Il sentiero è facile, per lo più pianeggiante e ben tenuto. Camminiamo con il canyon sempre al nostro fianco, uno spettacolo continuo. I punti panoramici sono uno dietro l’altro e la vista è sempre grandiosa.

La serata si conclude in modo semplice: dopo una giornata così intensa, una meritata pizza, ripensando a tutta la bellezza vista in poche ore.

L’indomani mattina siamo di nuovo sul sentiero. Oggi affrontiamo il Rim Trail in modo più strutturato. In parte a piedi e in parte usando le comodissime navette gratuite del parco, che permettono di coprire distanze maggiori e fermarsi in tutti i vari punti panoramici. Camminiamo per circa sei chilometri in totale, visitando viewpoint come Mather Point, Yavapai Point e Hopi Point. Le viste sono incredibili: la vastità e l’immensità del canyon sono difficili da descrivere a parole o da catturare in foto. I colori, le formazioni rocciose, l’ombra delle nuvole che si muovono sulle pareti… è pura poesia visiva.

Decidiamo di scendere un pezzo del Bright Angel Trail, uno dei sentieri principali che portano giù nel canyon, fino al fiume Colorado. Noi ne facciamo solo circa 500 metri: il sentiero è ben tenuto, ma capiamo subito che la discesa è ingannevole: quello che scendi con relativa facilità, poi lo devi risalire. È circa l’una del pomeriggio, il caldo si fa sentire e il sentiero diventa presto ripido. Decidiamo saggiamente di non rischiare: torniamo su, sudati ma felici, e proseguiamo la nostra esplorazione del Rim Trail a piedi con una sosta pranzo nel verde, con gli immancabili piccoli scoiattoli che corrono tra le foglie. Il canyon dal basso aspetterà la prossima volta.

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Via verso la Foresta Pietrificata e il Deserto Dipinto

In questo viaggio abbiamo deciso di fare tutto il fattibile, senza saltare nulla, anche a costo di fare qualche chilometro in più. Così, invece di puntare dritti a nord verso la Monument Valley, abbiamo deciso di fare una deviazione a est per vedere la Petrified Forest e il Painted Desert.

Sulla strada, la nostra prima tappa è il Meteor Crater, un cratere da impatto meteoritico gigantesco: largo circa 1,3 km, profondo 170 m, è stato generato 49.000 anni fa dall’impatto di un asteroide del diametro di circa 46 metri. La visita è molto interessante, oltre al cratere, c’è un museo interattivo e ben fatto che spiega l’evento dell’impatto, la potenza sprigionata e la storia della sua scoperta.

Riprendiamo l’auto e arriviamo al visitor center del Petrified Forest National Park. Iniziamo l’esplorazione facendo il Crystal Forest Trail, un percorso breve e facile che si snoda tra centinaia di tronchi d’albero pietrificati. È interessante, vedere questi pezzi di legno trasformati in roccia nel corso di milioni di anni, ma non è spettacolare come ci aspettavamo. I colori sono un po’ smorti e l’effetto è un po’ ripetitivo.

Proseguiamo lungo la strada panoramica che attraversa il parco e la musica cambia radicalmente quando arriviamo al Blue Mesa Trail. Qui rimaniamo a bocca aperta. Il paesaggio è lunare, con colline calanchive che sfumano dal blu al viola, dal grigio all’azzurro. In questo scenario psichedelico sono incastonati i tronchi pietrificati, che qui sono molto più colorati e scintillanti, pieni di quarzi, ametiste e opali che brillano sotto il sole.

Proseguiamo ancora, fino ad arrivare al Painted Desert. La strada corre in cima a un altopiano, offrendo molteplici affacci sui calanchi sottostanti. Il nome è azzeccatissimo: sembra che qualcuno abbia preso un pennello gigante e abbia dipinto le colline con strisce di rosso, arancione, rosa e crema. È un panorama vasto, che si perde all’orizzonte, regalando un’altra prospettiva affascinante e inaspettata di questa parte d’America. Una deviazione che è valsa assolutamente la pena.

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Nel cuore della Navajo Nation

E adesso, rotta decisa verso nord, addio deviazioni, si punta dritti al cuore dell’immaginario americano: la Monument Valley.

Per arrivarci, attraversiamo la Navajo Nation, un’immensa area semi-autonoma che è a tutti gli effetti il territorio della Nazione Navajo. È come entrare in un altro “Stato” all’interno degli Stati Uniti, con le sue leggi, la sua cultura e un paesaggio che definire desertico è un eufemismo.

Lungo la strada, facciamo una sosta al Navajo National Monument, un parco meno conosciuto ma affascinante, che protegge antiche abitazioni rupestri. Facciamo il Sandal Trail, un percorso brevissimo e facilissimo, circa 1600 metri tra andata e ritorno, tutto su un sentiero lastricato e con passerelle di legno, accessibile a chiunque. Ci porta all’unico punto panoramico da cui si possono vedere le rovine di Betatakin Cliff Dwellings, antichi insediamenti costruiti sotto la roccia dagli Anasazi, che conosceremo meglio l’indomani quando arriveremo a Mesa Verde.

Riprendiamo la macchina e l’emozione sale. L’arrivo alla Monument Valley è di quelli che non si dimenticano. Già da lontano si iniziano a vedere le prime sagome, ma quando si arriva all’ingresso e poi al punto panoramico del visitor center, la vista è semplicemente al di sopra di ogni aspettativa. I famosi monoliti di arenaria rossa, i buttes, si ergono imponenti da un deserto piatto e infinito.

Decidiamo di fare il giro da soli, con la nostra macchina, lungo la Scenic Valley Drive, un percorso sterrato di circa 27 chilometri. Il fondo stradale è a tratti un po’ scosceso, con qualche buca e un paio di passaggi su sabbia che sembrano più complessi, ma Giampiero se la cava benissimo.

Il giro è un’esperienza unica, anche se abbiamo visto questi monoliti in decine di film, essere qui è davvero impressionante, non immaginavo fossero così tanti e così imponenti. Ci fermiamo a ogni punto panoramico per ammirare i diversi buttes, ognuno con un nome iconico: i famosi “Guanti” (The Mittens), l'”Elefante” (Elephant Butte), la “Pietra a Testa d’Uomo” (Totem Pole) e le “Tre Sorelle” (Three Sisters). Ogni formazione rocciosa ha una sua personalità, un suo profilo unico che cambia colore a seconda della luce del sole. Il rosso della terra e delle rocce contrasta in modo incredibile con il cielo azzurro intenso. È esattamente come nei film western, ma dal vivo è mille volte meglio. Un’altra giornata da incorniciare in questo viaggio indimenticabile.

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Nel villaggio dei popoli del Pueblo, nella Mesa Verde

Prima di immergerci nella storia antica di Mesa Verde, facciamo una deviazione veloce al Goosenecks State Park. È una terrazza naturale che si affaccia sul San Juan River, dove il fiume compie una serie infinita di anse strettissime e profonde, quasi a formare dei “colli d’oca” perfetti. La vista è vertiginosa, un canyon in miniatura che mostra la potenza erosiva dell’acqua nel corso di milioni di anni.

Riprendiamo la macchina e passiamo per Bluff, un piccolo e tranquillo centro abitato che sembra quasi una visione nel deserto. Il paese è dominato da due enormi e maestose formazioni rocciose gemelle che si stagliano contro il cielo in modo impressionante. Ci fermiamo a visitare il villaggio-museo mormone, interessante per capire le difficoltà e la tenacia dei primi coloni che si stabilirono in questa terra inospitale.

E poi, finalmente, eccoci sulla strada in direzione della Mesa Verde. Il nome è azzeccatissimo: dopo chilometri e chilometri di deserto, terra brulla e rocce rosse, la strada inizia a salire e ci si ritrova immersi in un’area verde lussureggiante, un vero altopiano boscoso. Ci sono pini, ginepri e arbusti che offrono un contrasto intrigante con il paesaggio arido circostante.

Ma chi sono questi popoli che hanno costruito le loro case nelle rocce, in questo luogo inaspettato? Sono gli Ancestral Puebloans, un’antica e sofisticata civiltà che fiorì per oltre mille anni, fino a circa il 1300 d.C. Chiamati Anasazi (antichi nemici) dai Navajo, lungi dall’essere semplici nomadi, queste genti erano abili costruttori e agricoltori sedentari. La loro ingegneria è la cosa che più colpisce: iniziarono con semplici case interrate, per poi evolversi in architetture monumentali. Costruirono complessi residenziali in pietra a più piani, alcuni in cima agli altopiani, altri, in modo ancora più spettacolare, incastonati come nidi di rondine in gigantesche nicchie naturali lungo le pareti verticali dei canyon. Siti come Mesa Verde o Betatakin sono testimonianze silenziose della loro incredibile ingegnosità. Vivevano di agricoltura, coltivando mais, fagioli e zucche con sistemi di irrigazione ingegnosi, ed erano maestri nella lavorazione della ceramica e nella tessitura.

Poi, intorno al XIV secolo, il mistero: questi grandi insediamenti vennero improvvisamente abbandonati. Le ragioni non sono del tutto chiare, ma si ipotizzano lunghe e devastanti siccità che prosciugarono i campi e forse le incursioni di altre tribù. Gli Ancestral Puebloans non sono scomparsi nel nulla; i loro diretti discendenti sono i moderni popoli Pueblo, come gli Hopi e gli Zuni, che vivono ancora oggi in quelle terre, custodi di una storia millenaria che affonda le radici in quelle pietre scolpite dal tempo.

Il culmine della visita è il Cliff Palace, la più grande e famosa delle abitazioni rupestri, un’intera città costruita all’interno di un’enorme grotta naturale sulla parete del canyon. Decine di stanze in pietra, torri circolari e kivas (locali cerimoniali) si incastrano perfettamente sotto la roccia sporgente.

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Sulle tracce di Thelma e Louise

Ormai la fine del nostro viaggio si sta avvicinando, ma anche questi ultimi giorni hanno in serbo bellezze inaspettate che ci lasciano a bocca aperta.

La prima tappa della giornata è il Dead Horse Point State Park: ci troviamo su un’alta scogliera affacciata su un’ansa del Colorado River che scorre lento centinaia di metri più in basso, circondata da canyon profondissimi e stratificati. Il panorama è talmente iconico che è stato usato per la scena finale del film Thelma & Louise: proprio il punto in cui la macchina vola giù nel vuoto. Un po’ di brividi e tante foto.

Proseguiamo poi verso il Canyonlands National Park, una sterminata zona desertica dove le rocce sono state sapientemente plasmate dall’azione erosiva di due fiumi, il Colorado River e il Green River. Il parco è immenso e diviso in tre aree distinte e distanti tra loro (Island in the Sky, The Needles e The Maze), senza strade di collegamento interne. Noi visitiamo l’area di Island in the Sky, un altopiano che offre viste incredibili dall’alto sui canyon sottostanti. Facciamo il Mesa Arch Trail, un breve percorso ad anello che ci porta al Mesa Arch, un arco naturale posizionato proprio sul ciglio della mesa. È un punto famoso per l’alba, perché l’arco si illumina magicamente, ma anche in pieno giorno la vista che incornicia è notevole.

L’indomani è il turno dell’Arches National Park. Ma prima di raccontare del parco, dobbiamo annotare un’emozione serale: siamo stati inseguiti dallo sceriffo! Giampiero ha superato un po’ i limiti di velocità vedendo solo all’ultimo momento l’auto dello sceriffo sull’altro lato della strada che fa immediatamente inversione e ci segue con le luci accese. Il poliziotto, per fortuna, è stato molto gentile: dopo aver controllato i documenti e fatto un po’ di morale sulla sicurezza, ci ha dato solo un semplice “warning” senza farci pagare multe salate. ”

Ad Arches, facciamo il giro completo della strada panoramica del parco. Ci fermiamo a ogni punto d’interesse: vediamo la Balanced Rock, un masso enorme in equilibrio precario, le North & South Window, due “finestre” naturali che si affacciano sul paesaggio, il Delicate Arch (visto da lontano dal punto panoramico, perché il trail è lungo), il Sand Dune Arch, nascosto tra le dune di sabbia, e facciamo un pezzo del Devils Garden per vedere il Broken Arch. Il parco è un’incredibile esposizione di oltre 2000 archi naturali, ognuno unico nella sua forma e dimensione.

Usciti da Arches, non ci fermiamo, ma imbocchiamo la Scenic Byway 128, una strada secondaria che costeggia il fiume Colorado e regala scorci bellissimi, con le pareti del canyon che si riflettono nell’acqua.

La giornata si conclude al nostro piccolo cottage in campeggio. Piuttosto stanchi, ma felici, ceniamo con una “bella” lasagna di Giovanni Rana comprata in un supermarket di Moab.

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Dalla valle dei Goblin al grande lago salato

Lasciati alle spalle i magnifici Canyonlands e Arches, con i loro colori infuocati, ci muoviamo verso nord, affrontando la “tappona” più lunga del viaggio, quella che ci porterà a Yellowstone. Decidiamo di spezzare il viaggio con un pernottamento a Salt Lake City.

Prima di arrivare nella capitale dei mormoni, facciamo una deviazione che si rivela una piccola chicca: la Goblin Valley. L’intera valle è disseminata di migliaia di curiose formazioni rocciose, piccole e grandi, modellate dall’erosione in forme bizzarre che sembrano omini, funghi, o appunto, piccoli goblin.

Parcheggiamo e scendiamo per una passeggiata di un’oretta. Ci addentriamo nel cuore della valle, camminando liberamente tra i “goblin”. Oltre alle formazioni più piccole, identifichiamo anche quelle più famose, come il Molly’s Castle e le Three Sisters, che si stagliano un po’ più imponenti. Ci sono anche degli stretti e tortuosi canyon in cui ci si può facilmente perdere.

Verso l’ora di pranzo ripartiamo per Salt Lake City. Il viaggio prosegue, e arriviamo nel pomeriggio. Devo dire che la città, a primo impatto, è piuttosto brutta e insignificante dal punto di vista architettonico e del fascino. Nonostante la sua importanza storica per la fede mormone, il centro non ci colpisce particolarmente. L’unico aspetto degno di nota della nostra sosta è l’ottimo ristorante afghano dove abbiamo cenato la sera: una vera eccellenza culinaria! Domani si riparte per l’ultima, grande destinazione.

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Una sorpresa e poi via, a Yellowstone

Lasciati alle spalle l’anonima Salt Lake City, decidiamo di prendercela con calma. Dato che dormire a Yellowstone è economicamente molto impegnativo, avevamo prenotato a Jackson, alle porte del Grand Teton, quindi non abbiamo fretta e facciamo una sosta per vedere il famoso Great Salt Lake, il lago salato che dà il nome alla città. Andiamo verso Antelope Island, l’isola più grande al centro del lago, una terra isolata e selvaggia. L’aspetto più incredibile, oltre al paesaggio desolato che contrasta con l’azzurro intenso dell’acqua, è la fauna selvatica. Antelope Island ospita una delle più grandi e antiche mandrie di bisonti. Mentre guidiamo lungo le strade dell’isola, ne vediamo tantissimi, alcuni pascolano tranquilli a pochi metri dalla nostra macchina. È molto bello vedere questi maestosi animali liberi nel loro habitat. Concludiamo la nostra visita sotto lo sguardo incuriosito di un solitario coyote.

Ripartiamo poi per Jackson, la nostra base per la notte. Dormiamo in un ostello, perfettamente pulito e silenzioso, dove abbiamo delle specie di “loculi” o capsule, molto spartani ma efficienti.

L’indomani, attraversiamo il Grand Teton National Park. Il parco è dominato da una catena montuosa con cime aguzze e innevate che si specchiano in laghi alpini cristallini. I colori incominciano a essere quelli autunnali e i boschi sono punteggiati di rosso e giallo.

E poi via, rapidi per Yellowstone. Appena entrati, capiamo subito cosa significa la “potenza della natura in azione”. La terra fuma, ribolle e spruzza vapore ovunque.

 

Entriamo a Yellowstone e capiamo subito di essere in un posto unico al mondo. La prima area che visitiamo è il West Thumb Geyser Basin, e l’impatto è notevole perché la sua caratteristica principale è la posizione: si trova proprio in riva al vasto e scintillante Yellowstone Lake, il più grande lago in alta quota del Nord America. Il bacino in sé è uno dei più piccoli del parco, ma la vista che offre è impagabile. Sembra che la terra ribolla e fumi direttamente nell’acqua gelida del lago. Un comodo sentiero su passerelle di legno ci permette di camminare in sicurezza tra le varie formazioni geotermiche.

Proseguiamo verso l’iconico Old Faithful Geyser, il geyser più puntuale del parco: erutta circa ogni 90 minuti. Un’enorme panchina semicircolare è posizionata di fronte a un piccolo promontorio da dove, puntualissimo, sale un getto d’acqua bollente e vapore fino a 55 metri d’altezza.

Seguiamo poi la mappa del parco che ci conduce verso pozze di un blu profondo, come l’Abyss Pool, e sorgenti calde con bordi coloratissimi, dal giallo al verde, come la Chromatic Pool. Ci sono anche piccole pozze di fango ribollente e geyser di tutti i tipi: dal tozzo Castle Geyser allo schizzato Tardy Geyser. Raggiungiamo invece in auto la Grand Prismatic Spring, la piscina termale più grande con i suoi anelli concentrici di colori vividi.

L’ultima tappa della giornata sono le Mammoth Hot Springs. Arriviamo che ormai il sole è calato e le formazioni calcaree terrazzate stanno scivolando nel buio. È qui, ammirando queste cascate di travertino bianco, che scende anche il sipario sul nostro viaggio el West. Domani ci aspetta New York.

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