18 Maggio 2026

Al Teatro Menotti è andato in scena Enigma, la splendida e commovente commedia che Hugh Whitemore scrisse nel 1986 ispirandosi al libro Alan Turing: The Enigma di Andrew Hodges. Al centro, la figura di Alan Turing: lo scienziato che durante la Seconda guerra mondiale contribuì in modo decisivo a decifrare il codice dei sommergibilisti tedeschi e che, pochi anni dopo, si trovò a essere lui stesso “decifrato” e condannato dall’ipocrita moralismo dell’Inghilterra del tempo.

Whitemore costruisce un testo che non è una semplice biografia teatrale, ma una riflessione coinvolgente e ancora attualissima sulla società, sulla norma e sulla diversità. Tutto prende avvio da un interrogatorio di polizia: Turing ha subito un furto, ma l’indagine si trasforma presto in un’indagine su di lui, sulla sua vita privata, sulla sua omosessualità. Da qui si apre un viaggio nei ricordi, l’infanzia, la precoce passione per la matematica, l’amicizia e l’amore giovanile, il lavoro cruciale a Bletchley Park durante la guerra, in un continuo dialogo tra passato e presente.

Lo spettacolo mi è piaciuto molto, anche per la chiarezza con cui fa emergere un Turing lontano dalla santificazione retorica. Il personaggio che ne esce è conscio della propria genialità, a tratti perfino arrogante. È un uomo che sa di essere più veloce degli altri, più lucido, più necessario. Ma proprio questa consapevolezza lo isola. La sua intelligenza diventa barriera, distanza, talvolta incomunicabilità.

Parallelamente, il testo mostra la sua difficoltà a prendere piena coscienza della propria sessualità, o forse ad accettarne le conseguenze in un contesto che la criminalizza. C’è una frattura dolorosa tra la mente capace di violare il codice della macchina Enigma e l’uomo incapace di trovare un codice per proteggere se stesso dalla violenza sociale. È qui che la commedia si fa più amara: Turing riesce a decifrare il linguaggio della guerra, ma non quello del pregiudizio.

L’interpretazione di Peppino Mazzotta è intensa e stratificata. Mazzotta restituisce tutta la grandezza e insieme la fragilità del personaggio. Il suo Turing non è mai monocorde: alterna ironia tagliente e vulnerabilità, sicurezza intellettuale e smarrimento emotivo. Nei momenti dell’interrogatorio sa essere nervoso, trattenuto, quasi brusco; nei ricordi lascia affiorare un candore disarmante. La sua presenza scenica tiene insieme le due anime del personaggio: il genio e l’uomo ferito.

Molto ben disegnati anche gli altri personaggi, ciascuno dei quali rappresenta un modo di essere, una postura morale. C’è chi incarna la rigidità della legge, chi l’amicizia, chi la comprensione, chi la convenienza. Non sono semplici comparse nella vita del protagonista, ma specchi attraverso cui la società si riflette e si giudica.

Dati artistici

Teatro Menotti

di Hugh Whitemore
traduzione Antonia Brancati
regia Giovanni Anfuso
con Peppino Mazzotta, Maurizio Marchetti, Liliana Randi
e con (in o.a.) Domenico Bravo, Carmelo Crisafulli, Luca Fiorino, Vincenzo Palmeri, Irene Timpanaro
scene Alessandro Chiti
costumi Dora Argento
musiche Paolo Daniele
violino Leo Gadaleta
luci Antonio Rinaldi
videomaker Enzo Del Regno
aiuto regista Valeria La Bua
direttore di scena Angelo Grasso
produzione Teatro Biondo Palermo / Teatro di Messina -Centro di Produzione / Tieffe Teatro Milano

Spettacolo inserito in Invito a teatro

Durata spettacolo: 110 minuti

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