21 Aprile 2026

Sicuramente non è stata una grande idea arrivare a New York dopo tre settimane passate nei parchi: il contrasto è stato fortissimo, amplificato dalla stanchezza accumulata. La prima cosa che ci ha colpito – e non in senso positivo – è stato il rumore. Ovunque ti trovi, qualunque cosa tu stia facendo, sei accompagnato da un sottofondo costante, più o meno assordante, che non ti abbandona mai.

Per fortuna alloggiavamo nella comoda casa di Valentina sulla 73ª strada, un vero rifugio in mezzo al caos, che ci ha permesso di alternare i giri per la città a pause rigeneranti e, soprattutto, di mangiare a casa. Siamo comunque andati un paio di volte a cena fuori, perché a New York sarebbe stato un peccato non approfittarne, ma sentivamo forte il bisogno di mangiare un po’ “a modo nostro”, con ritmi e sapori più familiari.

Nonostante tutto, Manhattan l’abbiamo girata in lungo e in largo, concedendoci solo una deviazione a Ellis Island e un paio di puntate a Brooklyn: in una settimana, del resto, è già tanto riuscire a fare questo.

Ma partiamo dall’inizio. Arriviamo verso le undici di sera al La Guardia, l’aeroporto più vicino al centro città. Decidiamo di prendere i mezzi di superficie invece della metropolitana, anche perché a quell’ora il tempo di percorrenza non sarebbe cambiato molto. Peccato che, una volta scesi dalla navetta dell’aeroporto ad Harlem, scopriamo che il bus che avrebbe dovuto percorrere Broadway fino alla 73ª sarebbe passato… dopo cinque ore. Nessun problema però: fermiamo un taxi e ci facciamo portare a casa, dove il portiere ci accoglie e ci consegna le chiavi.

L’impatto con l’appartamento, dopo aver attraversato l’atrio decisamente lussuoso del condominio, è subito positivo: un monolocale accogliente, ben organizzato e dotato di tutto il necessario. Soddisfatti, andiamo subito a riposare.

Prima tappa: Chinatown, Little Italy e Dumbo

Le due cose che colpiscono immediatamente, anche se le abbiamo viste mille volte al cinema, sono la metropolitana e i grattacieli che chiudono ogni spazio visivo. Partiamo dalla prima.

La cosa fondamentale da imparare subito è che esistono diverse tipologie di treni: quelli che fanno tutte le fermate, quelli veloci che ne saltano molte e quelli intermedi. Una volta capito questo meccanismo – e quindi il fatto che ci siano banchine diverse per i diversi treni – si arriva ovunque senza problemi. Anche i mezzi di superficie sono molto efficienti e spesso li abbiamo preferiti, soprattutto per poterci guardare intorno. Facciamo un abbonamento da sei giorni, valido su tutti i mezzi senza limiti: comodissimo, perché le distanze sono enormi e, a fine giornata, prendere un autobus anche solo per due fermate può fare davvero la differenza.

La prima sosta è a Chinatown. Entriamo dal Columbus Park, un’inaspettata oasi verde incastonata tra palazzi e strade affollate, che dovrebbe essere popolata da anziani cinesi che giocano a carte, fanno ginnastica lenta o semplicemente osservano il via vai; in realtà vediamo solo dei ragazzini che giocano nei campi da basket, l’aria comunque è tranquilla e passeggiare è piacevole. Da lì percorriamo un tratto di Mott Street, infilandoci anche in qualche stradina laterale. Come previsto è tutto molto turistico, con poca atmosfera autentica: in fin dei conti non è poi così diverso da Paolo Sarpi, a parte le facciate dei palazzi con le immancabili scale antincendio esterne.

Prendiamo poi Mulberry Street e, senza quasi accorgercene, ci ritroviamo a Little Italy: cambiano le insegne, spopolano le “fettuccine Alfredo”, piatto “tipicamente italiano” solo per gli americani. Con qualche deviazione verso Lower Manhattan e Soho, ci ritroviamo a camminare tra le famose case di ghisa, uno degli elementi architettonici più caratteristici di New York. Si trovano soprattutto a SoHo, in particolare tra Houston Street e Canal Street, con strade come Greene Street, Broome Street e Prince Street che ne concentrano il maggior numero.

Si tratta di edifici costruiti nella seconda metà dell’Ottocento, quando la ghisa veniva utilizzata per realizzare facciate prefabbricate: elementi decorativi prodotti in serie e poi assemblati direttamente in loco. Questo permetteva di ottenere palazzi dall’aspetto elegante, con colonne, capitelli e grandi finestre ad arco, a costi inferiori rispetto alla pietra. Nati spesso come magazzini o edifici commerciali, avevano interni funzionali e facciate sorprendentemente raffinate, pensate per dare prestigio a quartieri allora legati al commercio e all’industria.

Il risultato è un insieme molto riconoscibile: edifici alti, ordinati, con facciate metalliche dipinte di colori chiari e le immancabili scale antincendio esterne che ricordano continuamente che siamo a New York e non in qualche città europea. Passeggiare in queste strade dà una sensazione quasi irreale, soprattutto quando il traffico si dirada e si riesce a guardare in alto senza distrazioni.

Detto questo, resta la sensazione che le guide tendano a esaltare questi edifici in modo un po’ eccessivo: più che il singolo palazzo, è l’effetto d’insieme a colpire davvero. Viste una dopo l’altra, lungo la stessa strada, funzionano molto meglio che osservate isolatamente, e rendono la passeggiata piacevole soprattutto se fatta senza fretta.

Chiudiamo la mattinata con una passeggiata nell’East Village, lungo l’8ª Avenue e le strade circostanti: un quartiere più vissuto, meno patinato, fatto di locali storici, palazzi bassi e un’atmosfera che esce un po’ dallo schema esclusivamente turistico.

Poi torniamo a casa per un paio d’ore, anche perché a me è scoppiato un bel raffreddore con mal di gola e mi sento piuttosto rintronata.

Dopo il riposo decidiamo di prendere la metropolitana per il quartiere di Dumbo a Brooklyn. Qui il nostro viaggio continua apertamente dentro il cinema: ci sembra di trovarci sul set di C’era una volta in America. Lo scorcio del Ponte di Manhattan è esattamente quello della famosa inquadratura della morte di Dominic. È una bella giornata calda e passeggiamo con piacere nei giardini sotto al ponte, anche se il rumore del treno che sferraglia sopra le nostre teste è piuttosto assordante. In compenso, lo skyline di Manhattan ripaga ampiamente.

Proseguiamo verso il Ponte di Brooklyn, che però decidiamo di non attraversare subito, preferendo fare un giro a Brooklyn Heights: un quartiere elegante e residenziale, con strade alberate, villette curate e una passeggiata panoramica che regala una delle viste più belle sullo skyline di Manhattan, in netto contrasto con il caos visto poche ore prima.

Nel tardo pomeriggio siamo troppo stanchi per affrontare il Ponte di Brooklyn a piedi, così torniamo a casa in metropolitana ma prima ci fermiamo a Times Square che ci risucchia immediatamente nel caos newyorchese. Sirene in lontananza, clacson e musica, musica a tutto volume che esce dai negozi, dalle auto, in strada e poi luci, insegne coloratissime, pubblicità tridimensionali e una fauna umana che rappresenta un po’ la cifra di New York: persone over size, molto molto over, vestite in modo improbabile; donne elegantissime (poche per la verità) e uomini inguardabili (molti); chi con grandi bicchieri in mano, chi con cuffie da disk jockey. Ma il vero spettacolo è che il tutto è assolutamente normale, non desta curiosità, nulla è eccentrico anche se tutto lo è. Quindi ci fermiamo un po’ ipnotizzati da questa folle folla per poi muoverci verso casa quando ormai è buio.

Io salgo subito perché sono veramente ormai in coma, mentre Giampiero va alla ricerca di qualche negozio per fare la spesa. Rientra entusiasta dopo aver scoperto la Salumeria Rosi, da cui torna con un po’ di cosette sfiziose.

E così si conclude la nostra prima giornata newyorkese.

Central Park con i suoi musei e tappa a Washington Square

La prima tappa della giornata è il Metropolitan Museum, che si trova esattamente dalla parte opposta di Central Park rispetto a dove abitiamo noi. Già solo l’edificio colpisce per le dimensioni e per l’imponenza della facciata sulla Fifth Avenue: un museo che, ancora prima di entrarci, mette soggezione.

Descrivere bene il MET è quasi impossibile, perché più che un museo sembra una città nella città. Le collezioni sono sterminate e attraversano epoche e continenti: dall’Egitto antico, con i templi ricostruiti e le mummie perfettamente conservate, alle sale dedicate alla Grecia e a Roma, fino alla pittura europea, dove si incontrano capolavori che spaziano da Giotto a Caravaggio, da Rembrandt a Vermeer. Ci colpiscono anche le sezioni meno “classiche”, come l’arte asiatica e islamica, curate con grande attenzione e capaci di raccontare mondi lontani senza risultare fredde o didascaliche. Camminando tra le sale si ha continuamente la sensazione di perdersi: ogni deviazione porta a qualcosa di inaspettato e il tempo sembra dilatarsi.

Dopo il MET usciamo all’aria aperta e attraversiamo Central Park, fermandoci su una panchina per mangiare un panino. È uno di quei momenti semplici che però funzionano perfettamente: il verde intorno, i grattacieli che sbucano tra gli alberi e il rumore della città che, almeno in parte, resta fuori. Passiamo dalla Bethesda Terrace, uno degli angoli più scenografici del parco, con le sue scalinate monumentali, le decorazioni in arenaria e la fontana al centro; sembra essere un luogo iconico per le foto di matrimonio dato il numero di sposi che vediamo mettersi in posa. Poco distante raggiungiamo lo Strawberry Fields Memorial, il luogo dedicato a John Lennon: una zona più raccolta e silenziosa, dove il celebre mosaico con la scritta Imagine diventa punto di ritrovo per fan, curiosi e persone che si fermano semplicemente a osservare, in un clima sorprendentemente rispettoso.

Proseguiamo poi la giornata con la visita al Guggenheim Museum. La struttura, progettata da Frank Lloyd Wright, è forse la vera protagonista: una spirale continua che si sviluppa verso l’alto e accompagna il visitatore in un percorso fluido, senza interruzioni nette tra una sala e l’altra. L’architettura domina l’esperienza e in alcuni momenti sembra quasi mettere in ombra le opere esposte. Le collezioni di arte moderna e contemporanea includono nomi importanti, tra astrattismo, avanguardie e sperimentazioni del Novecento, ma è soprattutto il modo in cui lo spazio dialoga con le opere a rendere la visita particolare, anche se non sempre immediata o facile.

Terminata la visita ci spostiamo verso Washington Square. Qui l’atmosfera cambia completamente: il parco è pieno di vita, con ragazzi che ballano, musicisti, studenti e una fauna umana molto varia, tra personaggi “alternativi”, artisti di strada e venditori di magliette e gadget apertamente anti-Trump. È un luogo caotico ma energico, dove ci si può fermare a guardare senza fare nulla, semplicemente osservando la scena. A un certo punto, quasi come in un cliché perfetto, vediamo finalmente passare uno dei simboli più iconici di New York: i poliziotti a cavallo, che avanzano placidi tra lungo la strada che delimita l’area verde.

Da lì imbocchiamo Washington Mews, una viuzza spesso celebrata dalle guide. Ancora una volta, però, abbiamo la sensazione che certi luoghi vengano esaltati in modo un po’ eccessivo: carina, ordinata, con le casette basse e le porte colorate, ma nulla che, almeno a me, sembri davvero così speciale o memorabile.

Chiudiamo la giornata al Greenwich Village e anche qui facciamo fatica a nascondere una certa delusione. Probabilmente, se avessimo vent’anni, ne saremmo entusiasti: i locali sono pieni, la quantità di giovani straborda letteralmente sui marciapiedi. Ma, al di là di questo, non troviamo nulla di particolarmente affascinante né nei bar né nelle case, che non ci sembrano così diverse da tante altre viste in altri quartieri della città. Ci sediamo a un tavolino, ma dopo una ventina di minuti in cui i poveri camerieri corrono avanti e indietro senza mai degnare di attenzione la nostra mano alzata, decidiamo di andarcene. Tutto sommato va bene così: più che altro sentivamo il bisogno di riposarci.

Dopo la solita sosta rinvigorente a casa usciamo di nuovo per cena e andiamo da Hummus Place, dove gustiamo dell’ottimo hummus e vari piatti della cucina mediorientale, chiudendo la giornata in modo decisamente soddisfacente.

Una domenica all’insegna del gospel

Vogliamo assistere a una messa gospel, ma ci piacerebbe evitare un’esperienza troppo turistica e costruita. Alla fine optiamo per un tour di Harlem in italiano con l’agenzia di Carlo Galici, e si rivela una scelta decisamente vincente. Il giro è interessante e ben raccontato e la messa, celebrata in una piccola chiesa di quartiere, la Harlem Church of Christ su Malcolm X Avenue, risulta molto più “genuina” di quanto mi aspettassi.

Il nostro gruppo è composto da una decina di persone, a cui si aggiunge una quindicina di altri turisti; per il resto, la chiesa è frequentata da fedeli locali. L’atmosfera è davvero particolare: oltre ai canti gospel, ai quali partecipa tutta l’assemblea, ci sono un paio di officianti che tengono i sermoni interloquendo continuamente con il pubblico, coinvolgendolo con domande, risposte e incoraggiamenti. Dai banchi si alza un continuo “Amen”, pronunciato in modo così rapido e colloquiale da sembrare quasi un “hey man”, che non è mai un’interruzione, ma una forma di partecipazione attiva: un modo per dire “sono d’accordo”, “ti sto ascoltando”, “continua”. Il pubblico accompagna letteralmente le parole di chi predica, creando una specie di dialogo collettivo che dà ritmo e intensità al sermone. Il tutto dura circa un paio d’ore, ma l’impressione è che la durata non sia affatto rigida e dipenda molto dalla giornata e dallo spirito di chi officia.

La mattinata era iniziata a Hell’s Kitchen, dove avevamo l’appuntamento con la guida. Qui ci viene spiegata la storia del quartiere, nato come zona popolare e a lungo malfamata, abitata in prevalenza da immigrati irlandesi. La guida ci racconta anche del ruolo delle gang e della criminalità organizzata irlandese, che per decenni ha controllato parte del quartiere, prima che i processi di riqualificazione e gentrificazione ne cambiassero profondamente il volto.

Con la metropolitana ci spostiamo poi ad Harlem, dove la guida ci accompagna tra alcune delle strade più significative del quartiere, soffermandosi sui murales: grandi opere colorate che celebrano figure centrali della storia afroamericana, musicisti jazz, attivisti per i diritti civili e simboli della cultura nera. I murales raccontano Harlem meglio di molte parole, mescolando orgoglio, memoria e identità.

Passiamo poi davanti allo storico ristorante Sylvia’s, vera istituzione della soul food, aperto negli anni Sessanta e diventato un punto di riferimento non solo gastronomico ma anche culturale e politico, frequentato nel tempo da personaggi famosi e leader afroamericani. Per pranzare, però, avremmo dovuto prenotare con largo anticipo, quindi niente da fare.

Riprendiamo la metro e andiamo a mangiare al Chelsea Market, un posto molto piacevole ricavato all’interno di un ex edificio industriale. È un grande mercato coperto, vivace e informale, pieno di stand gastronomici di ogni tipo: cucine etniche, panetterie artigianali, pesce, dolci e street food di qualità. Ci fermiamo volentieri, anche perché l’atmosfera è rilassata e perfetta per una pausa.

Dopo pranzo facciamo un piccolo giro nel quartiere e poi saliamo sulla High Line, l’ex linea ferroviaria sopraelevata trasformata in parco urbano. È una lunga passeggiata sospesa tra i palazzi, con aiuole curate, installazioni artistiche e scorci interessanti sulla città, che permette di osservare New York da una prospettiva insolita. La percorriamo sognando quando anche il Cavalcavia Monteceneri, vicino a casa nostra, potrà essere trasformato in giardino pubblico, un progetto che non so se vedrà mai la luce.

Concludiamo il percorso all’Atlantic Terminal Mall, un grande complesso commerciale e nodo di trasporti, affacciato verso l’area che guarda in direzione del New Jersey, meno affascinante ma utile come punto di arrivo e collegamento.

Decidiamo quindi di tornare a Brooklyn e ci concediamo un’altra bella passeggiata a Brooklyn Heights, costeggiando la baia. Da lì percorriamo il Ponte di Brooklyn al tramonto: il ponte è lungo circa due chilometri e ci mettiamo un po’ ad attraversarlo, sia per la distanza sia perché il panorama merita davvero. Alla nostra sinistra lo skyline di Manhattan si accende lentamente con le prime luci dei grattacieli, mentre a destra si apre l’East River con Brooklyn alle spalle. I colori del cielo al tramonto rendono tutto ancora più suggestivo.

Torniamo a casa che è ormai buio e decidiamo di cenare tranquillamente lì.
Bella giornata.

Giornata dedicata alla memoria

Oggi ci aspetta una giornata intensa, non tanto per i chilometri quanto per il peso dei luoghi che andremo a visitare. Andiamo subito a Battery Park, da dove prendiamo il traghetto per Ellis Island, scegliendo volutamente di non fermarci alla Statua della Libertà. La sentiamo un po’ come una tappa obbligata più simbolica che necessaria, mentre Ellis Island ci incuriosisce molto di più.

Arrivati sull’isola, entriamo subito nel grande edificio principale, oggi trasformato in museo. Ellis Island è stata per decenni, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, la principale porta d’ingresso negli Stati Uniti per milioni di immigrati, soprattutto europei. Qui arrivavano dopo viaggi lunghissimi e spesso durissimi, e qui venivano sottoposti a controlli medici e interrogatori sommari che decidevano il loro destino: entrare nel Paese o essere rispediti indietro.

Il complesso è stato completamente restaurato negli anni Novanta, dopo un lungo periodo di abbandono, e oggi il percorso museale è molto ben costruito. Si cammina tra grandi sale luminose, fotografie d’epoca, valigie, oggetti personali, registri originali e testimonianze audio che raccontano le storie individuali dietro ai numeri. Colpisce il contrasto tra la monumentalità degli spazi e la fragilità delle vite che vi sono transitate. È facile immaginare l’ansia, la speranza, la paura di chi aspettava un verdetto che avrebbe cambiato tutto.

Ci restiamo tutta la mattinata, senza fretta. Alla fine mangiamo dei panini nel giardino antistante, con Manhattan davanti agli occhi, e poi riprendiamo il traghetto per New York.

Sbarchiamo nel Financial District e andiamo subito a Ground Zero. È il luogo dove sorgevano le Torri Gemelle e oggi ospita il Memoriale dell’11 settembre. Le due grandi vasche quadrate, profonde e scure, occupano esattamente l’impronta delle torri: l’acqua scorre ininterrottamente lungo le pareti e scompare in un vuoto centrale che sembra senza fondo. I nomi delle vittime sono incisi lungo i bordi in bronzo. L’insieme è sobrio, silenzioso, e fa una certa impressione proprio per la sua essenzialità.

Entriamo anche nel museo, che scende sotto il livello del suolo. Al suo interno si trovano resti strutturali originali, oggetti recuperati dalle macerie, testimonianze audio e video, ricostruzioni dettagliate degli eventi. È un percorso emotivamente impegnativo, che alterna ricostruzione storica e memoria personale, e che lascia addosso un senso di pesantezza difficile da scrollarsi di dosso.

Dopo Ground Zero giriamo per Wall Street, cercando alcuni edifici che la guida segnala come notevoli esempi di Art Nouveau. Li osserviamo con attenzione: facciate decorate, dettagli eleganti, ingressi monumentali. Eppure, anche qui, rimaniamo piuttosto delusi. Più che gli edifici in sé, a stupirci sono le descrizioni entusiastiche lette in precedenza, che forse avevano alzato troppo le aspettative.

Dopo aver girato il Financial District in lungo e in largo, ci spostiamo verso la Grand Central Station. Qui l’impressione è immediata e, questa volta, pienamente confermata. Il grande salone centrale, con il soffitto decorato a costellazioni, i lampadari monumentali e lo spazio che si apre improvvisamente davanti agli occhi, è davvero un luogo imperdibile. Nonostante la folla, mantiene un’eleganza senza tempo e un’atmosfera quasi cinematografica. Ci fermiamo un po’ a osservare il via vai continuo di persone, come se fosse una scena che vale la pena guardare con calma.

Una giornata lunga, densa, emotivamente carica. Forse non facile, ma interessante.

Ritorno a casa e cenetta italiana.

Giornata dall’alto

Oggi finalmente sperimentiamo la visita “dall’alto”. Tra le varie possibilità scegliamo The Edge, e prima di salire facciamo un giro per Hudson Yards. Il quartiere è nuovissimo, quasi irreale: grandi superfici vetrate, palazzi avveniristici, spazi aperti molto ordinati e una sensazione generale di luogo ancora in cerca di un’anima. Tutto è pulito, geometrico, un po’ freddo, e sembra progettato più per essere guardato che vissuto. Spicca la struttura del Vessel, enorme e scenografica, che attira l’attenzione ma lascia anche qualche perplessità su cosa sia davvero, al di là dell’impatto visivo.

Arriviamo poi a The Edge, una piattaforma panoramica sospesa nel vuoto, che si protende verso l’esterno con un pavimento in parte trasparente. La terrazza è spettacolare: una lama di vetro e acciaio che permette di affacciarsi direttamente sulla città, con una vista amplissima sull’Hudson, Midtown e, nelle giornate limpide, anche molto più lontano. In realtà io resto fuori pochissimo: l’idea di questa terrazza che sporge nel vuoto mi impressiona non poco, e dopo qualche sguardo rapido decido che per me può bastare così.

Ci spostiamo quindi verso il MoMA, dove trascorriamo qualche ora. Il museo è organizzato in modo chiaro e moderno e ospita opere fondamentali dell’arte del Novecento e contemporanea: dai grandi nomi come Van Gogh, Picasso, Matisse e Dalí fino all’astrattismo e alle installazioni più recenti. La parte che più mi interessava, quella del design, è però risultata un po’ deludente: mi aspettavo qualcosa di più stimolante, innovativo o almeno più ampio. Le esposizioni ci sono, ma non colpiscono davvero come speravo, forse perché troppo dispersive o schematiche. È comunque un museo ricchissimo e senza dubbio interessante, ma questa piccola delusione sul design mi lascia la sensazione che ci sia sempre qualcosa di più da scoprire al di là delle sale principali.

Usciti dal MoMA vaghiamo un po’ senza una meta precisa, lasciandoci trasportare dalle strade e dal flusso della città. Poi prendiamo l’autobus per andare al Palazzo di Vetro dell’ONU, che osserviamo soprattutto dall’esterno: un edificio simbolico, sobrio e riconoscibile, che rappresenta un’idea di cooperazione internazionale oggi forse più fragile che mai.

Ritorniamo infine nel Financial District per un ultimo giro, quasi a chiudere idealmente il cerchio della nostra permanenza a New York, ripassando da luoghi già visti ma ormai più familiari.

La sera ceniamo in un ristorante thailandese vicino a casa: ottimo, saporito, rilassante. Un finale perfetto per una giornata intensa ma meno emotivamente pesante delle precedenti.

Ultimo giorno a zonzo

Arriva così l’ultimo giorno a New York, e con lui la consapevolezza che questo lungo viaggio sta davvero per finire. Decidiamo di dedicarlo a una visita più raccolta e “silenziosa”, scegliendo la Frick Collection, che ci era stata consigliata sia per l’edificio sia per la qualità dell’esposizione.

Arrivati davanti al museo scopriamo però che è necessario prenotare l’ingresso con giorni di anticipo. La Frick Collection è ospitata in quella che era la residenza privata di Henry Clay Frick, magnate dell’acciaio, e più che un museo tradizionale è una casa-museo: stanze eleganti, dimensioni contenute, opere esposte come se facessero ancora parte di una collezione privata. Dopo un lungo periodo di lavori, il museo ha riaperto da poco al pubblico, e questo spiega probabilmente l’affluenza. L’idea di visitarlo ci affascinava proprio per questo suo carattere intimo e diverso dai grandi musei visti nei giorni precedenti, ma alla fine siamo costretti a rinunciare.

Visto che ci troviamo sulla Fifth Avenue, ne approfittiamo per fare un giro nell’Upper East Side. Il quartiere ha un’atmosfera completamente diversa rispetto ad altre zone della città: elegante, discreta, quasi trattenuta. Le strade sono fiancheggiate da palazzi signorili in pietra, con facciate sobrie e curate, portieri in livrea e ingressi monumentali. È una zona storicamente abitata dall’alta borghesia newyorkese, da famiglie benestanti, professionisti, collezionisti d’arte, e conserva ancora oggi un’aria esclusiva, meno caotica e più “composta” rispetto a Midtown o Downtown. Anche il ritmo sembra rallentare leggermente, come se la città qui parlasse a voce più bassa.

Dopo un pranzo veloce torniamo a casa per recuperare i bagagli e dirigerci verso il JFK, da dove un volo diretto ci riporterà a Milano. New York resta alle spalle così, senza grandi saluti: intensa, contraddittoria, affascinante e stancante allo stesso tempo. Un ultimo sguardo, poi si riparte.

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