21 Aprile 2026

Al Teatro Studio Melato è approdato Orlando, con la regia di Andrea De Rosa e la drammaturgia di Fabrizio Sinisi, che intreccia la nuova traduzione del romanzo curata da Nadia Fusini con i brani epistolari tratti da Scrivi sempre a mezzanotte. In scena, un’interprete che da sola vale la serata: Anna Della Rosa, recentemente insignita del Premio Duse e del Premio dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro.

Il materiale di partenza è uno dei testi più audaci di Virginia Woolf, Orlando: nato uomo nel XVI secolo, vissuto per oltre quattrocento anni e infine transitato nel Femminile, il protagonista attraversa epoche, linguaggi e convenzioni, smontando dall’interno ogni idea fissa di identità. Come scrive Woolf a Vita Sackville-West il 9 ottobre 1927, Orlando è una dichiarazione d’amore travestita da romanzo: un omaggio alla “lussuria della carne” e alla “seduzione della mente” dell’amata.

Lo spettacolo rende esplicito questo legame, alternando parti del romanzo alle lettere di Woolf a Vita. La scelta è di grande effetto scenico: il piano della finzione letteraria si salda a quello biografico, e Orlando smette di essere solo personaggio per diventare gesto amoroso, monumento intimo e politico insieme. L’identità, come ricorda la regia, è un fantasma: e il viaggio di Orlando è un invito a oltrepassare lo steccato del maschile e del femminile, delle convenzioni che il tempo impone.

Prima di tutto, però, c’è l’interpretazione di Anna Della Rosa. Magnifica. Lo ammetto: sono praticamente innamorata di questa attrice. Le sue rappresentazioni mi hanno sempre incantata, e anche in questo caso è stato così. Della Rosa attraversa i secoli con una naturalezza disarmante; il suo corpo si fa giovane aristocratico elisabettiano, poi viaggiatrice, poi donna consapevole, senza mai perdere un filo di coerenza interiore. Non è un trasformismo esteriore: è un lavoro finissimo sulla voce, sul ritmo, sulla postura. Ogni passaggio di identità è una vibrazione, non una maschera.

Io ricordavo Orlando solo molto vagamente, avendolo letto poco più che adolescente. Questa messinscena mi ha fatto venire voglia di rileggerlo: segno che il teatro, quando funziona, riattiva la letteratura. Le parole di Woolf, ironiche, poetiche, vertiginose, trovano in scena una concretezza nuova, incarnata.

Di grande impatto anche la scelta finale di collegare il suicidio di Virginia Woolf a questo amore. È un’immagine potente, teatralmente fortissima: come se la parabola di Orlando, nata da un gesto di gioia e di libertà, si chiudesse nel silenzio tragico dell’autrice. È vero che la decisione di Woolf fu legata ai suoi gravi problemi nervosi e alla paura di “cadere nuovamente malata”; ma il teatro qui non fa una lezione di storia, compone un quadro simbolico. E quel quadro, pur nella sua forzatura poetica, colpisce.

Dati artistici

Piccolo Teatro Melato

dal romanzo di Virginia Woolf e dal carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West Scrivi sempre a mezzanotte (Donzelli Editore) traduzione Nadia Fusini drammaturgia Fabrizio Sinisi regia Andrea De Rosa con Anna Della Rosa

scene Giuseppe Stellato luci Pasquale Mari suono G.U.P. Alcaro costumi Ilaria Ariemme assistente alla regia Paolo Costantini musica di scena Sinfonia n. 6 Patetica di Pëtr Il’ič Čajkovskij produzione TPE – Teatro Piemonte Europa

DURATA un’ora senza intervallo

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