15 Settembre 2026

Alquézar

Un viaggio che doveva durare una decina di giorni e che si è trasformato in una lunga vacanza di un mese tra Francia del Sud e Spagna e Portogallo del Nord

Bel giro del sud della Francia e del nord di Spagna e Portogallo. L’idea iniziale era molto più semplice: una settimana in Galizia, volando su Porto e affittando un’auto, io e Giampiero. Poi, studiando un po’ guide e cartine, il viaggio sì è allungato, alla fine abbiamo deciso di partire direttamente dall’Italia in macchina. E così, ripassando da luoghi già visitati anni fa e andando in zone mai viste prima, finiamo per stare via un mese. Bei posti, bella gente.

Di seguito il percorso completo. Le stellette viola rappresentano luoghi interessanti sul percorso ma che noi non siamo riusciti a vedere.

La cara vecchia Marsiglia

Partiamo da Avolasca il 19 maggio con una bella giornata di sole. Verso le tre del pomeriggio arriviamo a  Marsiglia, città nella quale non tornavo da parecchi anni.

La casa che abbiamo preso è nel Vecchio Porto, molto comoda e anche piuttosto graziosa, quindi appena sistemati usciamo subito a fare un giro.

Il sole illumina il porto pieno di barche di tutti i tipi, i moli sono animati ma senza confusione e si vede che tutta la zona è stata molto ripulita rispetto al passato. Le viuzze attorno sono ormai sistemate, piene di ristoranti e locali, molto più ordinate di come le ricordavo. Eppure, a tratti, riaffiora ancora la vecchia Marsiglia un po’ sgarrupata e disordinata, soprattutto verso Belsunce, il quartiere magrebino, dove l’atmosfera cambia subito: negozi nordafricani, gente seduta fuori dai caffè, odore di spezie e quella sensazione di città di porto ruvida e mescolata che qui non è mai sparita del tutto.

Marsiglia – Il Vecchio Porto

Facciamo una bella passeggiata fino al Palais du Pharo, il palazzo voluto da Napoleone III per l’imperatrice Eugenia. Sorge su un promontorio affacciato sul mare e da lì si vede bene tutto l’ingresso del porto, con il Forte Saint-Jean da una parte e il Mediterraneo aperto dall’altra. Più che il palazzo in sé, colpisce la posizione.

Poi percorriamo la Canebière, che ricordavo molto più caotica. Oggi è diventata quasi elegante, larga e pedonale in molti tratti, lontana dal casino un po’ degradato di anni fa. La sera ceniamo con un ottimo cous cous ai margini di Belsunce.

L’indomani facciamo una cosa che non avremmo mai pensato di fare: prendiamo uno di quei bus turistici scoperti che fanno il giro della città. Una scelta decisamente da vecchietti, ma alla fine molto azzeccata.

Passiamo dal quartiere di Bompard, una zona residenziale sulle alture del settimo arrondissement. Ha un’aria quasi da piccolo villaggio provenzale, con stradine strette e tortuose, ville ottocentesche nascoste dietro cancelli e giardini, piccoli ristoranti e scorci continui sul mare. Guardarlo comodamente seduti, da un paio di metri di altezza, si rivela molto piacevole.

Arriviamo poi alla Basilica di Notre Dame de la Garde, che i marsigliesi chiamano semplicemente “la Bonne Mère”, la Buona Madre, e che domina tutta la città dalla collina più alta. L’esterno, con la pietra chiara e le fasce scure, è molto particolare, mentre all’interno prevalgono mosaici dorati, decorazioni marinare ed ex voto lasciati da pescatori e marinai. Anche qui la vista è impressionante: il porto, le isole davanti alla città e le colline tutto attorno.

Da lì scendiamo a piedi fino all’Abbazia di San Vittore, che mi è piaciuta molto più della basilica. Fondata nel V secolo da Giovanni Cassiano, uno dei primi promotori del monachesimo in Occidente, conserva soprattutto una cripta enorme e molto suggestiva. Sotto le volte basse si vedono antiche tombe e sarcofagi paleocristiani sovrapposti addirittura fino a sette livelli. Alcuni non sono mai stati aperti. L’atmosfera è antica e austera.

Marsiglia – Abbazia di San Vittore

Riprendiamo poi il nostro bus “da pensionati” e torniamo verso il Vecchio Porto, fermandoci alla Cattedrale di Santa Maria Maggiore, detta anche La Major. È una grande cattedrale neobizantina costruita nella seconda metà dell’Ottocento, imponente e molto visibile già dal mare, con le sue cupole e le fasce bianche e verdi. Però, forse proprio perché troppo recente e monumentale, non riesce ad attirarmi più di tanto.

Molto bello invece il giro nel quartiere Le Panier , il nucleo più antico della città. Il nome deriva da una vecchia locanda chiamata “Le Logis du Panier”, che col tempo ha dato il nome a tutta la zona. È un intreccio di vicoli stretti, scalinate, facciate colorate, panni stesi e piccole piazze. Una volta non era molto salutare passeggiare qui, quartiere di contrabbandieri e malavitosi. Oggi è stato completamente “ripulito” ed è un quartiere molto turistico, nonostante questo mantiene ancora qualcosa di popolare e autentico. Qui pranziamo in un ottimo ristorante armeno-libanese.

Marsiglia – Le Panier

Torniamo a casa per riposarci un po’ e la sera andiamo a cena da Alivetu, un ristorante piuttosto pretenzioso. Il menù è completamente al buio: scegli solo se mare o terra e quante portate vuoi, poi decide tutto lo chef. L’idea non mi dispiace affatto e in generale si mangia bene, però alcuni contorni erano talmente delicati da risultare quasi insapori. E soprattutto, in una città come Marsiglia, in un menù di mare non mi aspetto che mi venga servita una trota.

Rientriamo passando per un paio di piazzette molto vive e piene di gente, con parecchi giovani del posto più che turisti. Marsiglia continua ad avere questa energia un po’ disordinata ma molto spontanea.

Torniamo nella nostra bella casetta sul porto e andiamo a dormire.

Tolosa, giovane ed elegante

Partiamo presto da Marsiglia e, attraversando il sud della Francia tra autostrade, campagne e qualche sosta veloce, arriviamo a Tolosa nel primo pomeriggio.

Città molto diversa da Marsiglia. Meno ruvida, meno mediterranea, più ordinata e rilassata. Tolosa ha quell’aria da grande città di provincia francese che riesce a essere elegante senza sembrare troppo costruita. E soprattutto si percepisce immediatamente quanto sia una città giovane e universitaria. Ovunque gruppi di studenti seduti lungo il fiume o nelle piazze, biciclette, locali pieni già dal tardo pomeriggio, gente che sembra avere sempre tempo per fermarsi a bere qualcosa all’aperto.

Il cuore della città è tutto costruito con i mattoni rosati che le hanno dato il soprannome di “Ville Rose”. Con la luce del tardo pomeriggio i palazzi prendono tonalità calde, quasi aranciate, e tutto il centro sembra avere un colore uniforme e molto particolare.

Tolosa
Tolosa -Place du Capitole
Tolosa

Attraversiamo Place du Capitole, la grande piazza centrale dominata dal municipio e dal teatro. È ampia, luminosa, piena di tavolini e movimento ma senza caos. Intorno ci sono portici, caffè e gruppi di ragazzi seduti ovunque. Da lì si diramano strade vive ma tranquille, con negozi, librerie e piccoli locali.

Molto bella anche la Basilica di Saint-Sernin, enorme chiesa romanica in mattoni, legata ai pellegrinaggi verso Santiago di Compostela. L’interno è piuttosto spoglio ma trasmette un forte senso di antichità e solidità. Camminando attorno alla basilica si vedono bene le absidi e il campanile ottagonale che domina tutto il quartiere.

Basilica di Saint-Sernin

Piacevole la passeggiata lungo la Garonna, con i ponti bassi sul fiume e molte persone sedute sulle rive.

Attraversato il fiume lambiamo il quartiere St. Cyprien per poi riattraversare il fiume e andare al   Convento dei Giacobini, uno degli edifici che mi sono piaciuti di più. Da fuori è piuttosto severo, quasi austero, ma l’interno è sorprendente, soprattutto per le grandi colonne che si aprono a ventaglio verso il soffitto gotico. Nel chiostro invece c’è un silenzio quasi inatteso rispetto alla vivacità delle strade poco distanti.

Ceniamo al Terra Tolosa, nel quartiere di St. Etienne, dominato dall’imponente omonima cattedrale: ottima e gustosa cena.

Quando torniamo in appartamento, le strade erano ancora piene di persone sedute fuori dai locali. Una città molto viva, ma con una calma tutta sua.

Dai Pirenei alla Cantabria, paesaggio mutevole e sorprendente

L’indomani lasciamo Tolosa e ci dirigiamo verso la Spagna. Man mano che ci avviciniamo ai Pirenei, il paesaggio cambia lentamente: le pianure diventano più mosse, i villaggi più radi e in lontananza iniziano a comparire le montagne ancora innevate.

Pirenei

La strada che attraversa i Pirenei è molto bella, fatta di curve morbide, boschi, gole e piccoli paesi di montagna. Non è un passaggio spettacolare nel senso drammatico del termine, ma molto piacevole da percorrere lentamente. Superato il confine, l’atmosfera cambia subito: cartelli in spagnolo, paesi più compatti, pietra chiara e quell’aria più asciutta, tipica dell’interno della Spagna.

Ci fermiamo ad Alquézar, che si rivela una piccola sorpresa. È un paese arroccato sopra una gola, con case in pietra color miele arroccate attorno alla collegiata che domina tutto dall’alto. Le stradine sono strette, lastricate, piene di archi e passaggi ombreggiati. Attorno si vedono canyon, rocce chiare e colline quasi aride, in un paesaggio molto diverso da quello attraversato poche ore prima. Nonostante sia piuttosto conosciuto, mantiene un’atmosfera tranquilla e raccolta.

Alquézar

Ripartiamo poi verso Pamplona. Qui invece l’impressione è decisamente meno positiva. Il centro storico è certamente bello, con vicoli medievali, piazze, edifici antichi e locali ovunque, ma l’ho trovato estremamente caotico. C’è una quantità impressionante di gente e nei vicoli stretti il rumore delle voci rimbomba continuamente tra le facciate, amplificandosi fino a livelli quasi assurdi. Un brusio costante, continuo, difficile perfino da ignorare.

La zona attorno a Plaza del Castillo e alle stradine del Casco Antiguo è piena di bar e taverne, tutte strapiene. La sera ceniamo con tapas: buono tutto, ma l’atmosfera è talmente rumorosa e affollata da risultare quasi stancante.

Pamplona
Pamplona

L’indomani partiamo presto e iniziano una serie di piacevoli sorprese. Erano luoghi che avevo segnato lungo il percorso senza aspettarmi troppo e invece si rivelano deliziosi.

Il primo è Puente la Reina, uno dei paesi storici del Cammino di Santiago. Il famoso ponte medievale in pietra attraversa il fiume Arga con una serie regolare di arcate molto eleganti. Tutto attorno c’è una sensazione di pace e lentezza. Ci fermiamo un po’ lungo il fiume, sotto il ponte, tra alberi e acqua calma, in un silenzio quasi totale dopo il caos di Pamplona.

Puente la Reina
Puente la Reina – Iglesia de Santiago

Poi arriviamo a Estella-Lizarra, cittadina elegante e tranquilla attraversata dal Cammino. Ha belle chiese romaniche, palazzi in pietra e piazzette raccolte. Il centro storico conserva un’aria autentica, vissuta ma senza turismo invadente. Anche qui il fiume attraversa la città aggiungendo una certa armonia all’insieme.

Estella Lizzara – Palacio de los Reyes de Navarra
Estella Lizzara – Iglesia de San Pedro de la Rúa
Estella Lizzara
Estella Lizzara

Ancora più bella mi è sembrata Laguardia, nella Rioja Alavesa. Un piccolo gioiello arroccato su una collina, circondato da vigneti. Il centro storico è completamente medievale, chiuso da mura, con stradine strette e case in pietra perfettamente conservate. Sotto il paese ci sono antiche cantine scavate nella roccia e tutto ha un’aria molto curata ma senza risultare artificiale.

Ma la vera sorpresa è la Chiesa di Santa María de los Reyes, non tanto per la chiesa quanto per il suo straordinario portale. Abituati a vedere le sculture medievali nel colore della pietra, restiamo quasi spiazzati davanti a questa esplosione di blu, rossi, verdi e ori. È uno dei rarissimi portali gotici policromi conservati in Europa e permette di immaginare come dovessero apparire le grandi chiese medievali appena terminate: non grigie e austere come le vediamo oggi, ma vivacissime e ricche di colori.

Il portale fu scolpito alla fine del Trecento e rappresenta una vera e propria “Bibbia di pietra”. Al centro campeggia la Vergine con il Bambino, mentre ai lati si schierano gli apostoli, ciascuno riconoscibile dai propri simboli. Sopra di loro si sviluppa un racconto per immagini che ripercorre alcuni episodi della vita di Maria: dall’Annunciazione all’Adorazione dei Magi, fino all’Incoronazione della Vergine in cielo.

La cosa più sorprendente è che questi colori si sono conservati grazie a una fortunata coincidenza. Secoli fa venne costruita una struttura protettiva davanti al portale che lo ha riparato dalla pioggia e dal sole, permettendoci oggi di ammirarlo quasi come lo vedevano i fedeli di qualche centinaio di anni fa. Più che un semplice ingresso alla chiesa, questo portale sembra una finestra aperta sul Medioevo: per qualche minuto ci permette di dimenticare l’immagine delle cattedrali spoglie e color pietra e di immaginare un mondo molto più luminoso, colorato e sorprendente di quanto siamo abituati a pensare.

Straordinario.

Laguardia – Chiesa di Santa María de los Reyes
Laguardia – Chiesa di Santa María de los Reyes
Laguardia – Chiesa di Santa María de los Reyes

Nel pomeriggio arriviamo a Burgos e visitiamo praticamente solo la Cattedrale, che da sola vale la sosta anche se ci eravamo già stati entrambi anni fa. È una delle cattedrali gotiche più belle che abbia visto. L’esterno è impressionante, pieno di guglie, pinnacoli e decorazioni finissime che sembrano quasi ricami nella pietra. Anche l’interno è enorme e luminoso, con cappelle monumentali, volte altissime e il tipico senso di verticalità del gotico più elaborato. Una chiesa davvero straordinaria.

Burgos
Burgos

Da Burgos ripartiamo verso uno dei posti più particolari della giornata: Orbaneja del Castillo. Già la strada per arrivarci è molto bella, attraverso pendii verdi e boscosi, vallate isolate e montagne morbide. Poi la carreggiata si restringe e iniziano a comparire grandi formazioni rocciose traforate e modellate dall’erosione carsica. In pratica, nel corso di migliaia di anni, l’acqua ha scavato la roccia calcarea creando archi, cavità e pareti piene di buchi e forme strane.

Il paese appare quasi all’improvviso, incastonato tra le rocce. La cosa più sorprendente è che una cascata attraversa letteralmente il centro abitato. L’acqua scende a salti tra le case in pietra, formando pozze e piccoli canali prima di proseguire verso il fondo della valle. Tutto il paese sembra costruito attorno a questo corso d’acqua, con ponticelli, terrazze e muri coperti di vegetazione. Un posto piccolo ma davvero molto particolare.

Orbaneja del Castillo
Orbaneja del Castillo

Chiudiamo la giornata a Santander. Sinceramente non mi ha lasciato molto: ordinata, affacciata sul mare, ma piuttosto anonima rispetto ai posti attraversati durante la giornata. Più che altro una tappa comoda dove fermarsi a dormire.

Verso Santiago de Compostela

L’indomani iniziamo il giro della costa cantabrica, con l’idea di attraversare tutto il nord della Spagna fino alla Galizia.

La prima tappa è la Costa Quebrada, un tratto di litorale molto particolare, fatto di scogliere basse, rocce piegate e stratificate dall’erosione e dall’attività geologica. Il mare entra in piccole insenature tra piattaforme di pietra liscia e frastagliata, creando un paesaggio quasi lunare. Non è la classica costa mediterranea: qui tutto è più selvatico, ventoso e grigio, ma molto affascinante.

Costa Quebrada

Proseguendo iniziano a comparire una serie di paesi di cui non avevo mai sentito parlare e che invece si rivelano davvero deliziosi.

Santillana del Mar sembra quasi troppo perfetta per essere vera. Un borgo medievale fatto di case in pietra con balconi fioriti, stemmi nobiliari e stradine acciottolate. La cosa che mi colpisce di più è la Collegiata di Santa Juliana. Camminando lì davanti si percepisce ancora qualcosa della ricchezza e dell’importanza religiosa che il paese doveva avere nel Medioevo.

Anche Comillas è molto particolare. Ha un’atmosfera elegante ma un po’ eccentrica, legata ai grandi personaggi che la trasformarono tra Ottocento e Novecento. Si vedono edifici modernisti, ville stravaganti e soprattutto El Capricho di Gaudí, con le sue ceramiche colorate e le forme quasi orientali. Tutto il paese sembra mescolare aristocrazia, mare e fantasia architettonica.

Comillas – el Capricho
Comillas – el Capricho

Più raccolta e marinaresca invece Llanes, con il piccolo porto, le case colorate e il centro storico circondato da mura medievali. Qui l’atmosfera è più semplice e rilassata.

Entriamo nelle Asturie e arriviamo a Oviedo. Vorremmo visitare la Cattedrale di San Salvador ma apre solo alle quattro del pomeriggio e rischieremmo di arrivare troppo tardi alla tappa successiva, quindi la guardiamo soltanto dall’esterno. La facciata gotica e soprattutto l’alto campanile dominano tutto il centro storico.

Oviedo
Oviedo

Facciamo comunque un giro nella città vecchia che merita davvero. Oviedo ha un centro elegante, ordinato e molto vivibile, con piazze raccolte, portici, sidrerie e belle facciate storiche. Si sente molto l’identità asturiana, senza però quell’eccesso turistico che si trova in altre città spagnole.

Torniamo quindi verso la costa fino alla Praia das Catedrais, arrivandoci con la bassa marea. Qui il mare ha scavato giganteschi archi e gallerie nella roccia, creando strutture che ricordano davvero navate e contrafforti gotici, da cui il nome della spiaggia. Camminare tra queste formazioni quando l’acqua si ritira è molto suggestivo.

Praia das Catedrais

Continuando lungo la costa galiziana veniamo colpiti soprattutto dal verde. Colline, prati e boschi arrivano praticamente fino al mare, creando un paesaggio che non ti aspetti in riva all’Oceano. Tutto appare umido, ventoso e intensamente verde.

Raggiungiamo Estaca de Bares, il punto più settentrionale della penisola iberica. Attorno al faro il vento soffia forte e il paesaggio è spoglio. Le onde si infrangono sulle scogliere e si ha davvero la sensazione di trovarsi ai margini dell’Europa occidentale.

Facciamo ancora un tratto di costa e poi decidiamo di fermarci a dormire a Ferrol, immaginandoci una piacevole cittadina di mare. Niente di più sbagliato. La città ha un’aria piuttosto grigia e industriale, molto segnata dalla presenza del porto militare e dei cantieri navali. Per fortuna abbiamo prenotato un ottimo albergo a quattro stelle con un ristorante davvero buono, quindi riusciamo almeno a consolarci così.

L’indomani decidiamo di saltare La Coruña: le descrizioni che leggiamo non ci entusiasmano particolarmente e preferiamo dedicarci direttamente alla costa.

Andiamo verso la zona di Camariñas, lungo quella che viene chiamata Costa da Morte. Il nome è già tutto un programma. La costa qui è bellissima e severa: scogliere basse ma battute dall’oceano, vegetazione piegata dal vento, mare grigio e continuo senso di isolamento.

Arriviamo al Cemiterio dos Ingleses, un luogo molto suggestivo. Qui vennero sepolti i marinai inglesi morti nel naufragio della nave HMS Serpent, affondata nel 1890 durante una tempesta contro le rocce della costa. Morirono quasi tutti i membri dell’equipaggio. Il piccolo cimitero si trova in mezzo ai prati affacciati sull’oceano, in una zona silenziosa e ventosa che rende tutto ancora più malinconico.

Cemiterio dos Ingleses

La strada per arrivarci è sterrata ma abbastanza agevole. Il problema arriva quando ripartiamo: essendo a senso unico ci ritroviamo improvvisamente su uno sterrato molto malmesso in mezzo al bosco. Per un po’ temiamo seriamente di avere sbagliato strada, ma alla fine scopriamo che è davvero quella giusta.

Finalmente arriviamo a Camariñas e da lì proseguiamo verso il Faro di Cabo Vilán. Da lontano il faro appare sospeso nella foschia che sale dal mare, quasi come se galleggiasse sopra le scogliere. Un’immagine surreale. Quando però arriviamo fin lassù il cielo si apre completamente e il panorama diventa nitido e luminoso.

Faro di Cabo Vilán

Proseguiamo fino a Muxía, piccolo paese affacciato sull’oceano e legato anch’esso al Cammino di Santiago. Sul promontorio fuori dal centro sorge il santuario della Virgen de la Barca, circondato da enormi rocce levigate dal mare e dal vento. C’è un’atmosfera semplice e un po’ estrema, tipica di questi paesi affacciati direttamente sull’Atlantico. Qui ci fermiamo a mangiare.

Muxia

Nel pomeriggio arriviamo a Finisterre, la “fine della terra” per gli antichi romani. Il promontorio del faro cade a picco sull’oceano e si capisce bene perché per secoli questo sia sembrato davvero il limite del mondo conosciuto. Anche oggi continua ad avere qualcosa di simbolico e un po’ solenne, soprattutto vedendo arrivare i pellegrini del Cammino (in questa parte del viaggio ne incontriamo parecchi).

Ci fermiamo poi a Corcubión, piccolo borgo raccolto attorno alla baia, con belle case tradizionali in pietra e un’atmosfera tranquilla, e successivamente a Muros, che mi è piaciuta molto. Ha un centro storico compatto, portici in pietra, vicoli stretti e un bel lungomare affacciato sul porto.

Nel tardo pomeriggio arriviamo finalmente a Santiago di Compostela. Il centro storico è fatto di strade in pietra consumata, portici, piazzette e continui passaggi tra edifici severi ma eleganti. Nonostante il grande numero di pellegrini e turisti, mantiene qualcosa di raccolto e quasi austero.

La Cattedrale di San Giacomo Maggiore domina tutto il centro con la sua enorme facciata barocca affacciata su Praza do Obradoiro. La vediamo soprattutto dall’esterno, tra la luce ormai bassa e i gruppi di pellegrini seduti in piazza dopo aver concluso il Cammino. L’indomani la visiteremo con calma.

La facciata barocca che domina Praza do Obradoiro è enorme e scenografica, quasi teatrale, ma senza risultare pesante. Dietro quella facciata però si percepisce ancora la struttura romanica originaria, legata ai secoli dei grandi pellegrinaggi medievali.

All’interno l’atmosfera cambia completamente: luce più soffusa, grandi navate in pietra, pellegrini seduti in silenzio o sdraiati a terra dopo aver terminato il Cammino. Più che una semplice cattedrale sembra un luogo attraversato continuamente da persone, storie e fatiche diverse.

Molto bello il Portico della Gloria, con le sue sculture romaniche piene di figure e dettagli, e suggestiva anche la zona dietro l’altare maggiore dove per tradizione i pellegrini abbracciano la statua dell’apostolo Giacomo. E io non posso fare a meno di pensare che tanta venerazione è molto probabilmente rivolta alle spoglie di un contadino asturiano (leggi qui la storia di Santiago di Compostela).

La parte che mi ha colpito di più però è stata probabilmente l’insieme dell’edificio con la città attorno: le piazze in pietra, i portici umidi, le facciate severe dei palazzi.

Santiago di COmpostela

Tra le chiese e i boschi della Ribeira Sacra

Partiamo da Santiago di Compostela dopo avere finalmente visitato con calma la cattedrale e ci dirigiamo verso la Ribeira Sacra. Il nome significa letteralmente “Riva Sacra” e deriva dall’enorme concentrazione di monasteri, chiese e piccoli insediamenti monastici sorti nei secoli lungo le profonde valli dei fiumi Sil e Miño. In epoca medievale questa zona isolata e difficile da raggiungere era considerata ideale per la vita religiosa e contemplativa.

Avevo grandi aspettative su questa parte della Galizia, forse anche troppo grandi, e alla fine ne sono rimasta un po’ delusa. Il paesaggio è certamente molto bello, con vigneti terrazzati, boschi e gole profonde, ma molte delle chiesette romaniche che avevo segnato risultano chiuse e quindi visitabili solo dall’esterno, cosa che alla lunga è un po’ frustrante.

Per prima cosa saliamo al Monte Faro. La vista spazia sulle colline galiziane e sulle vallate circostanti, ma sinceramente non vale troppo la deviazione.

Molto più interessanti le piccole chiese disseminate nella campagna. La Iglesia de San Paio de Diomondi sorge isolata tra prati e alberi, con il tipico romanico galiziano semplice e severo: pietra chiara, decorazioni essenziali e una sensazione di grande quiete attorno.

Riberia sacra – Iglesia de San Paio de Diomondi

Poco distante raggiungiamo il Mirador Cabo do Mundo, forse uno dei punti panoramici più belli della zona. Da qui il fiume Miño compie una grande ansa perfetta tra colline verdissime coltivate a vigneti. Il paesaggio è molto armonioso, quasi morbido.

Anche la Iglesia románica de San Miguel de Eiré è molto bella nella sua semplicità. Piccola, isolata, con un campanile particolare e proporzioni molto equilibrate. Attorno non c’è praticamente nulla, solo campagna e silenzio.

Ribeira sacra – Iglesia románica de San Miguel de Eiré

Poi arriviamo alla Iglesia de Santo Estevo de Atán, ancora più appartata, immersa nel verde e quasi nascosta tra alberi e vecchie case rurali. Anche qui purtroppo troviamo chiuso.

Decidiamo di saltare San Fiz de Cangas e arriviamo a Monforte de Lemos. Il suo principale punto di interesse dovrebbe essere il castello che domina la città, ma naturalmente troviamo chiuso anche quello. Ci fermiamo comunque qui a dormire, ma sinceramente è una tappa che non vale particolarmente la pena.

Riberia Sacra – Monforte de Lemos

Molto più piacevole invece la giornata successiva. La prima bella sorpresa è Castro Caldelas, piccolo paese raccolto attorno al suo castello medievale. Le case in pietra salgono lungo la collina fino alla fortezza, ben restaurata e molto scenografica. Dalle mura si vedono le montagne e le vallate circostanti e tutto il paese ha un’atmosfera tranquilla e autentica.

La strada prosegue poi tra boschi e gole, con alcuni splendidi punti panoramici sul fiume Sil incastonato molto in basso tra pendii ripidissimi coperti di vegetazione.

Raggiungiamo quindi il Mosteiro de Santa Cristina de Ribas de Sil, che mi è piaciuto davvero molto. È un monastero romanico immerso nei castagni, semplice e raccolto, quasi nascosto nel bosco. Non ha nulla di monumentale, ma proprio questa semplicità gli dà un grande fascino. Il chiostro piccolo, le pietre consumate e il silenzio del luogo creano un’atmosfera molto particolare.

Ribeira sacra – Mosteiro de Santa Cristina de Ribas de Sil
Ribeira sacra – Mosteiro de Santa Cristina de Ribas de Sil

Poco dopo arriviamo anche al Mosteiro de Santo Estevo de Ribas de Sil, decisamente più grande e imponente. Ex monastero benedettino trasformato oggi in albergo storico, ha diversi chiostri di epoche differenti, grandi scalinate e una posizione spettacolare tra i boschi sopra il fiume. È molto più monumentale rispetto a Santa Cristina, ma comunque molto bello.

Da lì facciamo un giro in barca di circa un’ora e mezza risalendo il Sil. Navigare in mezzo ai canyon della Ribeira Sacra è probabilmente una delle esperienze più belle della zona. Le pareti ricoperte di vegetazione scendono ripidissime verso l’acqua e qua e là compaiono minuscoli vigneti terrazzati coltivati in condizioni quasi impossibili. Tutto è molto verde, silenzioso e isolato.

Ribeira sacra

Scesi dalla barca facciamo una lunga tirata fino a Combarro, piccolo paese sulla costa che sembra quasi un’esposizione a cielo aperto di horreos. Da quando siamo entrati in Galizia ne abbiamo visti ovunque: strani parallelepipedi in pietra o legno rialzati da terra su pilastri terminanti con specie di “funghi” di pietra. Ci chiedevamo continuamente cosa fossero.

A Combarro finalmente abbiamo avuto la risposta. Gli horreos sono antichi granai sopraelevati usati per conservare mais e altri cereali proteggendoli dall’umidità e soprattutto dai roditori. I “funghi” di pietra servivano proprio a impedire ai topi di arrampicarsi. A Combarro ce ne sono decine allineati lungo il mare, creando un colpo d’occhio davvero particolare. Il paese, con le sue case in pietra affacciate sull’acqua, i vicoli strettissimi e le barche ormeggiate davanti agli horreos, è molto affascinante.

Al ristorante O Bocoi facciamo un’ottima cena di pesce su una piccola terrazza che si affaccia sul mare.

Combarro
Combarro

Ultime tappe spagnole e poi si entra in Portogallo

Lasciamo Combarro e passiamo da Pontevedra. Facciamo un rapido giro ma, almeno a una prima impressione, non ci sembra particolarmente degna di nota rispetto a tanti altri luoghi visitati nei giorni precedenti, per cui decidiamo di non fermarci e proseguire.

La tappa successiva è Baiona, che invece ci piace molto di più. È una piacevole cittadina affacciata su una baia protetta, con un bel centro storico di origine medievale, stradine acciottolate e un’atmosfera rilassata. La parte più bella è senza dubbio la passeggiata sulle mura della grande fortezza che domina il promontorio. L’antico castello è stato trasformato in un albergo storico, ma le mura sono percorribili e offrono splendide viste sull’oceano, sulle spiagge e sulle isole all’orizzonte. Il percorso segue tutto il perimetro della fortificazione e permette di apprezzare sia il paesaggio sia la posizione strategica che questo luogo aveva nei secoli passati.

Baiona

Da qui continuiamo lungo la costa verso il Portogallo. È un tratto piacevole, con spiagge, dune, pinete e piccoli centri balneari, ma dopo le scogliere della Costa da Morte o i panorami più selvaggi della Galizia occidentale non riesce a entusiasmarci particolarmente.

Arriviamo quindi a Viana do Castelo, cittadina elegante e tranquilla alla foce del fiume Lima. Qui visitiamo la Gil Eannes, una delle attrazioni più interessanti della città. Costruita negli anni Cinquanta, serviva come nave ospedale per assistere i pescatori di merluzzo impegnati nelle lunghissime campagne di pesca nelle fredde acque di Terranova e della Groenlandia. Oggi è diventata una nave museo e visitandola si possono vedere sale operatorie, ambulatori, cabine e tutti gli ambienti necessari a una vera e propria struttura sanitaria galleggiante. Una visita curiosa e molto ben organizzata.

Viana do Castelo – Nave ospedale Gil Eannes
Viana do Castelo – Nave ospedale Gil Eannes

Ripartiamo poi per Braga, che si rivela una città davvero molto bella. Il centro storico è elegante, animato ma non caotico, con piazze armoniose, palazzi colorati, chiese barocche e vie pedonali molto piacevoli da percorrere. Si percepisce subito la lunga storia religiosa della città, una delle più importanti del Portogallo. Molto bella la scalinata della chiesa Bom Jesus do Monte.

Purtroppo qui arriva anche una delle poche vere disavventure del viaggio. La sera ceniamo in un ristorante piuttosto bello, il Cozinha da Sé, dove scegliamo una delle specialità della casa: rana pescatrice con riso. Il piatto non ci entusiasma particolarmente e, soprattutto, deve esserci stato qualcosa che non andava perché durante la notte stiamo male entrambi. Nulla di drammatico, ma abbastanza da lasciarci molto debilitati anche nei due giorni successivi.

Braga – Bom Jesus do Monte
Braga – Cattedrale

L’indomani restiamo in albergo fino alle undici del mattino cercando di riprenderci un po’, poi raggiungiamo Guimarães. La città è molto bella e il suo centro storico, patrimonio UNESCO, conserva un’atmosfera medievale particolarmente piacevole. La grande piazza del Largo da Oliveira, circondata da edifici storici, portici e caffè, è probabilmente il punto che ci colpisce di più. Purtroppo siamo veramente a pezzi e non abbiamo né l’energia né la voglia di esplorarla come meriterebbe.

Guimarães

Così decidiamo di proseguire direttamente verso Porto. Alle tre del pomeriggio siamo già nell’appartamento e praticamente dormiamo fino alla mattina successiva.

L’alloggio si trova vicino al quartiere della Ribeira e il giorno dopo, pur essendo ancora piuttosto fiacchi, riusciamo a fare un bel giro della città restando sempre su questa sponda del Douro. Porto ha un fascino molto particolare: case strette rivestite di azulejos, facciate colorate, saliscendi continui, vicoli che si aprono all’improvviso su piazze o scorci del fiume. La Ribeira è il cuore più pittoresco della città, con gli edifici stretti e alti affacciati direttamente sull’acqua, le terrazze dei ristoranti e il continuo passaggio di persone.

Camminiamo lungo il lungofiume osservando i vecchi battelli e il grande Ponte Dom Luís I che collega Porto a Vila Nova de Gaia. Le strade che risalgono dal fiume verso l’alto sono un intreccio di scalinate, cortili e facciate consumate dal tempo.

Porto
Porto

Una delle cose che mi ha colpito di più a Porto è stata sicuramente la Cattedrale do Sé. Da fuori appare quasi come una fortezza: massiccia, austera, costruita in una posizione dominante sopra il centro storico. Le mura spesse, le torri e l’aspetto severo ricordano quanto fosse importante non solo come edificio religioso ma anche come elemento difensivo della città medievale. Entrando però l’impressione cambia. L’interno conserva la solidità del romanico originario, ma nel corso dei secoli sono stati aggiunti elementi gotici e barocchi che rendono l’insieme molto ricco senza risultare eccessivo.

Molto bello il chiostro. Le pareti sono rivestite da magnifici pannelli di azulejos bianchi e blu che raccontano scene religiose e momenti della storia del Portogallo. Il contrasto tra la pietra medievale e la delicatezza delle ceramiche crea un effetto davvero notevole. Anche dalle terrazze si gode di una splendida vista sui tetti della città e sul Douro.

Più che per la ricchezza delle decorazioni, la cattedrale colpisce per il carattere: austera, fiera e un po’ ruvida all’esterno, ma capace di rivelare una grande bellezza a chi si prende il tempo di esplorarla con calma.

Porto – Cattedrale do Sé
Porto – Cattedrale do Sé

Mi è piaciuta molto anche la Stazione di São Bento, che dall’esterno potrebbe quasi passare inosservata rispetto ad altri monumenti della città. L’edificio, costruito all’inizio del Novecento sul sito di un antico monastero, è elegante ma piuttosto sobrio. È entrando nell’atrio principale che si capisce perché sia considerata una delle stazioni più belle d’Europa.

Le pareti sono interamente rivestite da enormi pannelli di azulejos, oltre ventimila piastrelle che formano un gigantesco racconto per immagini della storia del Portogallo. Ci sono battaglie medievali, incoronazioni, scene di vita contadina, trasporti tradizionali e momenti importanti della storia nazionale. Pur essendo molto dettagliati, gli azulejos mantengono una straordinaria armonia d’insieme e l’effetto è quasi quello di trovarsi dentro un grande libro illustrato.

Porto – Stazione di São Bento

Dividiamo però la visita in due parti, tornando in appartamento a metà giornata per riposare. Siamo ancora piuttosto debilitati e la sera non abbiamo alcuna voglia di uscire. Ceniamo quindi tranquillamente in casa e ci concediamo un’altra notte di recupero.

Dall’Alentejo a Lisbona, tra le jacarande in fiore

A partire da Porto e poi sempre più frequentemente nell’Alentejo e soprattutto a Lisbona, abbiamo avute delle splendide compagne di viaggio:  le jacarande in fiore.

Jacarande

In questo periodo dell’anno gli alberi sono quasi completamente ricoperti da migliaia di piccoli fiori viola-azzurri che spesso nascondono perfino le foglie. Il colore è difficile da descrivere: a seconda della luce passa dal lilla al violetto, fino a sfumature quasi azzurre.

La prima impressione è sorprendente. In mezzo ai colori piuttosto sobri delle città portoghesi — il bianco delle case, la pietra chiara, gli azulejos, i tetti rossi — queste nuvole viola sembrano quasi irreali. Basta che una strada sia fiancheggiata da qualche jacaranda perché l’intero paesaggio urbano cambi aspetto.

A Porto ci avevano già colpito, ma è scendendo verso sud che diventano una presenza costante. A volte compaiono isolate nelle piazze, altre volte formano veri e propri filari lungo i viali. Sotto gli alberi il terreno si ricopre di petali caduti creando una sorta di tappeto lilla che prolunga l’effetto della fioritura.

L’apoteosi però arriva a Lisbona. Qui sembrano essere ovunque. Interi viali, giardini e piazze sono avvolti da queste chiome colorate che contrastano magnificamente con la luce intensa della città e con il cielo spesso terso di fine primavera. In alcuni punti si ha quasi l’impressione che qualcuno abbia sospeso sopra le strade delle grandi nuvole viola.

Non è una di quelle attrazioni che si trovano nelle guide turistiche o che spingono a visitare un luogo. Eppure, ripensando al viaggio, il ricordo delle jacarande in fiore è uno dei più vividi. Hanno accompagnato i nostri spostamenti per centinaia di chilometri e, senza cercare di essere protagoniste, hanno reso ancora più belli molti dei paesaggi e delle città che abbiamo attraversato.

Ma torniamo al nostro viaggio, l’indomani finalmente stiamo decisamente meglio e possiamo riprendere il viaggio con più energia.

Appena entrati nell’Alentejo ci colpisce un paesaggio che non avevamo mai visto altrove e che ci avrebbe accompagnato per gran parte della giornata: il montado.

Per chilometri e chilometri la campagna è formata da ampie distese erbose punteggiate da alberi isolati o in piccoli gruppi, quasi tutti con una chioma tondeggiante che sembra uscita da un disegno di un bambino. Visti da lontano danno al paesaggio un aspetto molto ordinato, quasi progettato, ma in realtà si tratta di un ecosistema tradizionale che esiste da secoli.

Il montado è una forma di sfruttamento agricolo e forestale tipica del Portogallo meridionale, basata soprattutto sulla presenza di querce da sughero e querce da ghianda. Gli alberi vengono mantenuti abbastanza distanziati tra loro per permettere il pascolo degli animali e la coltivazione dei terreni sottostanti. Il risultato è un paesaggio aperto, luminoso e molto armonioso, dove natura e attività umana sembrano convivere senza sforzo.

montado

Molte delle querce da sughero mostrano il tronco scuro nella parte alta e una fascia più chiara nella parte inferiore, dove la corteccia è stata rimossa per la produzione del sughero. Ogni tanto si vedono greggi di pecore, mandrie di bovini o maiali allevati allo stato semibrado che si muovono all’ombra degli alberi.

Non è un paesaggio spettacolare nel senso classico del termine. Non ci sono montagne imponenti, gole profonde o panorami drammatici. Eppure possiede una bellezza molto particolare, fatta di spazi aperti, silenzio e luce. È uno di quei luoghi che forse non colpiscono immediatamente nelle fotografie, ma che dal vivo finiscono per entrare lentamente negli occhi e accompagnarti per tutto il viaggio.

La prima tappa è Marvão, uno dei paesi più belli del viaggio. Sorge su uno sperone roccioso vicino al confine spagnolo e sembra quasi sospeso sopra la pianura. Le case bianche racchiuse dalle mura, le stradine strette e il castello che domina tutto creano un insieme davvero affascinante. Dai bastioni lo sguardo spazia per chilometri sulle colline e sulle campagne dell’Alentejo.

Marvão

Proseguiamo poi verso Vila Viçosa. Fa un bel caldo, siamo a 38° nonostante sia solo il 30 maggio, e decidiamo di limitarci a una visita molto rapida dall’auto. La grande piazza centrale è comunque notevole, dominata dal lungo Paço Ducal de Vila Viçosa, il palazzo dei duchi di Braganza. La facciata in marmo chiaro è imponente e conferisce alla cittadina un aspetto molto elegante.

Vila Viçosa

La vera sorpresa della giornata è però Monsaraz. Questo piccolo borgo fortificato, arroccato su una collina, è un autentico gioiello. Le case bianche, le stradine acciottolate e le mura medievali sono conservate con grande cura ma senza risultare artificiali. Camminando tra i vicoli si aprono continuamente scorci sulla campagna circostante e soprattutto sul vastissimo lago artificiale di Alqueva. La vista dalle mura è magnifica: acqua, colline morbide e un orizzonte che sembra non finire mai.

Monsaraz
Monsaraz

Nel tardo pomeriggio arriviamo infine a Évora. Ci limitiamo a sistemarci e fare una breve passeggiata nei dintorni dell’alloggio. La visita vera e propria della città la lasciamo per l’indomani.

Évora è una delle città storiche più importanti del Portogallo. La sera precedente avevamo già fatto una breve passeggiata nel centro e avevamo visto il Tempio Romano, illuminato dalla luce del tramonto. È uno dei monumenti simbolo della città: un elegante colonnato romano che emerge quasi all’improvviso tra gli edifici medievali.

La visita che ci colpisce di più è quella alla Basilica Sé de Nossa Senhora da Assunção. All’esterno appare massiccia e severa, quasi una fortezza, con le sue torri e le robuste mura in granito. È però entrando che rivela il suo fascino. Mi è piaciuto particolarmente il magnifico portale gotico, ricco di statue e decorazioni scolpite con grande eleganza, e soprattutto il chiostro. Come spesso accade nei chiostri non è tanto la ricchezza delle decorazioni a colpire quanto l’armonia dell’insieme: gli archi, la luce che entra nel cortile centrale, il silenzio e quella sensazione di equilibrio che invita a fermarsi qualche minuto più del previsto.

Passeggiamo ancora un po’ tra le vie bianche della città, tra piazzette, chiese e palazzi storici, e solo quando ormai la città è alle nostre spalle ci rendiamo conto di aver fatto una cosa piuttosto stupida. Da giorni ci ripetevamo che, arrivati a Évora, saremmo andati a vedere il lungo tratto dell’antico acquedotto che entra addirittura dentro la città e si integra con le abitazioni costruite tra gli archi. Ma ce ne dimentichiamo completamente. Ce ne ricorderemo soltanto quando saremo ormai in viaggio verso la tappa successiva.

Évora – Tempio romano
Évora – Basilica Sé de Nossa Senhora da Assunção

Lasciamo quindi l’Alentejo e ci dirigiamo verso Lisbona, dove arriviamo verso le due del pomeriggio. Ci sistemiamo in hotel e ci concediamo qualche ora di riposo.

La sera abbiamo un appuntamento particolarmente piacevole. Incontriamo infatti Michele e Gabriele, due simpatici compagni del nostro viaggio in Botswana che nel frattempo si sono trasferiti a Lisbona. È una di quelle situazioni che rendono ancora più belli i viaggi: ritrovarsi in un’altra parte del mondo con persone conosciute altrove.

Con loro andiamo all’Alfama, il quartiere più antico della città. E abbiamo la fortuna di trovarci lì proprio durante le Festas de Lisboa, le celebrazioni dedicate soprattutto a Sant’Antonio, ma anche a San Giovanni e a San Vincenzo. In quei giorni la città cambia completamente volto. Le strade vengono decorate con ghirlande colorate, lanterne e festoni che attraversano i vicoli da un edificio all’altro. In quasi tutti i quartieri storici vengono allestite bancarelle e stand gastronomici, con griglie fumanti che cuociono continuamente sardine, carne e altre specialità popolari.

Lisbona

L’Alfama, con le sue stradine strette e ripide, è probabilmente il luogo dove la festa si percepisce meglio. Ovunque ci sono tavoli all’aperto, musica, gruppi di amici che mangiano e bevono, famiglie, turisti e abitanti del quartiere mescolati insieme. L’atmosfera è vivace ma molto spontanea, più una grande festa popolare che un evento organizzato per i visitatori.

Passiamo così una serata davvero piacevole tra chiacchiere, vicoli illuminati e profumo di cibo alla griglia. La concludiamo in un ottimo ristorante, dove finalmente riusciamo a mangiare bene senza conseguenze indesiderate, e torniamo in hotel con la sensazione di avere trovato una Lisbona particolarmente autentica, nel pieno di una delle sue tradizioni più sentite.

L’indomani decidiamo di non fermarci in città. Sia io sia Giampiero siamo già stati a Lisbona diverse volte — per me è addirittura la quarta — per cui non sentiamo il bisogno di dedicare l’intera giornata ai luoghi più classici della città. Seguendo il consiglio di Michele e Gabriele, prendiamo l’auto e ci dirigiamo verso il Parque Natural da Arrábida.

Parque Natural da Arrábida

È una zona davvero molto bella, fatta di colline coperte di vegetazione mediterranea che scendono verso l’oceano. Le strade si snodano tra boschi, punti panoramici e scorci sul mare che compare continuamente tra gli alberi.

Raggiungiamo poi Cabo Espichel. Il promontorio è spettacolare di per sé: alte scogliere a picco sull’Atlantico, vento costante e una sensazione di isolamento che fa sembrare il luogo molto più remoto di quanto sia in realtà. Ma la vera sorpresa è il Santuário de Nossa Senhora do Cabo Espichel.

È uno dei complessi religiosi più particolari che abbiamo visto durante il viaggio. Arrivando si resta colpiti dalla sua posizione, praticamente affacciata sul vuoto dell’oceano. Davanti alla chiesa si apre una grande piazza rettangolare delimitata da lunghi edifici porticati che un tempo ospitavano i pellegrini. L’insieme è insolito e quasi scenografico, tanto da sembrare più un set teatrale che un santuario.

Anche l’interno della chiesa è interessante, con decorazioni barocche ricche ma non opprimenti. Inoltre, alle pareti laterali si susseguono degli splendidi altari dipinti. Tuttavia è soprattutto il contesto a renderla speciale: questa costruzione monumentale sospesa tra cielo, vento e oceano, in un luogo che sembra alla fine del mondo. È uno di quei posti che non ricordavo di avere mai visto nelle fotografie del Portogallo e che invece meritano assolutamente una visita.

Santuário de Nossa Senhora do Cabo Espichel

Proseguendo lungo la costa ci fermiamo alla Praia da Foz, una piccola spiaggia riparata dal vento, raccolta tra le rocce. Dopo tante giornate di spostamenti ci concediamo una pausa senza fare praticamente nulla. Restiamo seduti a guardare il mare. L’oceano è piuttosto mosso e le onde continuano a entrare nella baia con un ritmo ipnotico. Rimaniamo lì, semplicemente osservando l’acqua.

Praia da Foz

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo Cascais. In realtà la attraversiamo piuttosto rapidamente, senza fermarci davvero, perché la nostra meta è un’altra.

Pochi chilometri più avanti arriviamo a Cabo da Roca, il punto più occidentale dell’Europa continentale. Qui il paesaggio torna a essere dominato dagli elementi: alte scogliere, oceano sconfinato e soprattutto vento: un vento continuo e potente che spazza il promontorio senza incontrare ostacoli. Guardando verso ovest si vede soltanto mare e viene spontaneo pensare che il continente finisca davvero lì.

A questo punto pensiamo di fare un salto a Sintra. Sarebbe stato un ritorno anche questo, dato che l’avevamo già visitata in passato. Tuttavia ci scontriamo quasi subito con una viabilità che definire complicata è poco. Strade strette, traffico, parcheggi inesistenti, sensi unici e deviazioni continue. Dopo un po’ di tentativi capiamo che la visita rischia di trasformarsi in una perdita di tempo e di pazienza.

Così rinunciamo senza troppi rimpianti. Torniamo quindi a Lisbona e ci godiamo un po’ di relax in albergo, prima di andare al ristorante. Stasera pizza.

Seguendo il Douro tra vigne e anse

L’indomani alle nove e mezza siamo già in macchina. Lasciamo Lisbona e iniziamo lentamente a risalire il paese verso nord.

La prima tappa è Óbidos, un piccolo paese interamente racchiuso da mura medievali perfettamente conservate e che appare quasi immutato nel tempo. Le case bianche con i bordi dipinti di giallo e azzurro si affacciano su stradine strette e acciottolate, spesso decorate con vasi di fiori colorati. Dalle mura si gode anche una bella vista sulla campagna circostante.

Óbidos

Riprendiamo poi la strada verso Nazaré. Questo tratto della costa portoghese è diventato famoso in tutto il mondo per le onde gigantesche che si formano nei mesi invernali. Il fenomeno è dovuto alla presenza del cosiddetto Canyon di Nazaré, una profonda gola sottomarina che convoglia e amplifica l’energia delle mareggiate atlantiche. Quando le condizioni sono favorevoli, le onde possono superare i venti o addirittura i trenta metri di altezza, attirando surfisti da tutto il mondo.

Noi però arriviamo in una splendida giornata di sole e il mare è relativamente tranquillo. Niente onde da record, quindi, ma il posto è comunque bellissimo. Le alte scogliere, l’oceano che si estende all’infinito e il promontorio del Forte de São Miguel Arcanjo creano un paesaggio che merita la visita anche senza i surfisti temerari.

Nazarè

Ripartiamo ancora una volta. Anche percorrendo l’autostrada il viaggio è piacevole perché il paesaggio continua a cambiare. Per lunghi tratti attraversiamo immense aree boscose. Purtroppo molti alberi mostrano segni evidenti di sofferenza. Vediamo numerosi pini molto alti con il tronco quasi completamente spoglio e soltanto un piccolo ciuffo di aghi in cima, mentre altri risultano spezzati o abbattuti. In gran parte si tratta degli effetti combinati di incendi, parassiti e malattie che negli ultimi anni hanno colpito vaste aree forestali del Portogallo.

Nel pomeriggio arriviamo a Lamego, dove sorge il magnifico Santuário de Nossa Senhora dos Remédios. È un santuario sicuramente scenografico. La chiesa si trova in cima a una collina ed è collegata alla città da una monumentale scalinata barocca che sale per centinaia di gradini tra terrazze, fontane, statue e balaustre. La chiesa, con le sue torri e la facciata elegante, domina tutta la vallata circostante.

Lamego – Santuário de Nossa Senhora dos Remédios

Nel tardo pomeriggio raggiungiamo finalmente la valle del Douro (o Duero per gli spagnoli). È uno dei paesaggi più belli visti durante il viaggio. Il fiume scorre tra colline ripidissime modellate da secoli di viticoltura; ovunque si vedono terrazze, muri in pietra e vigneti che seguono ogni piega del terreno. La luce del tardo pomeriggio è perfetta: calda, morbida, capace di mettere in risalto ogni sfumatura di verde e di oro.

Man mano che costeggiamo il fiume il panorama diventa sempre più suggestivo. Le colline si susseguono una dopo l’altra, il Douro riflette il cielo e i vigneti sembrano scendere fino all’acqua. È uno di quei paesaggi che invitano continuamente a fermarsi per guardare.

Alla fine della giornata arriviamo a Pinhão, piccolo centro nel cuore della regione. Qui ci fermiamo per la notte, circondati da colline ricoperte di vigneti, e chiudiamo la giornata con un’ottima cena.

L’indomani partiamo con calma. Non abbiamo particolari scadenze e possiamo goderci il viaggio senza fretta. Lasciamo Pinhão e ci dirigiamo verso Alijó e poi Tua.

Per un lungo tratto il paesaggio continua a essere dominato dalle vigne, ma in modo diverso rispetto al giorno precedente. Qui non sono tanto le terrazze spettacolari a colpire, quanto il mosaico di colori. Ogni appezzamento ha filari orientati in modo differente rispetto a quello vicino e la luce colpisce le foglie con angolazioni diverse. Il risultato è una sorta di caleidoscopio di verdi: verde chiaro, verde argentato, verde scuro, verde dorato. Le colline sembrano ricoperte da una grande coperta composta da centinaia di sfumature.

Ogni tanto la strada entra in boschi di conifere e per qualche chilometro ci si ritrova immersi tra alti abeti e ombra fresca. Poi, quasi all’improvviso, il bosco si apre e ricompaiono le vigne che scendono lungo i pendii.

Superata Carrazeda de Ansiães il paesaggio cambia ancora. Le vigne diventano meno dominanti e iniziano a comparire numerosi frutteti, soprattutto ciliegi. In questa stagione gli alberi sono carichi di foglie e formano ampie macchie verdi che si alternano ai campi coltivati. Un’altra presenza inattesa sono i cactus che costeggiano spesso la strada. Molti sono in fiore e mostrano grandi corolle gialle o aranciate che spiccano contro il verde della vegetazione e il terreno chiaro.

Proseguendo verso Vila Flor e poi verso il confine, il paesaggio assume un carattere sempre più aperto. Le strade attraversano altopiani poco abitati e campagne dove la presenza umana sembra quasi scomparire.

Valle del Duoro
Valle del Duoro
Valle del Duoro
Valle del Duoro

Entrati in Spagna ci troviamo a costeggiare per parecchi chilometri un enorme bacino artificiale formato dalle acque del Embalse de Almendra, uno dei più grandi della penisola iberica. È talmente vasto che in molti punti sembra un vero lago naturale. L’acqua occupa antiche vallate e si insinua tra colline e promontori creando una successione di baie, penisole e insenature. La superficie è completamente calma e riflette il cielo limpido del pomeriggio. Da alcuni punti panoramici si vedono chilometri e chilometri di acqua che si perdono all’orizzonte e si fatica a credere che si tratti di un’opera artificiale.

Più ci avviciniamo a Salamanca, più il paesaggio si fa ampio e luminoso. Le colline si addolciscono, i campi si allargano e la campagna castigliana comincia a mostrare il suo carattere essenziale.

La splendida Salamanca

Nel pomeriggio arriviamo finalmente in città. Non abbiamo il tempo per una visita approfondita, ma ci concediamo un primo assaggio di Salamanca. Ed è sufficiente per capire che ci aspetta qualcosa di speciale.

La luce del tardo pomeriggio è straordinaria. La celebre pietra dorata con cui sono costruiti gran parte degli edifici storici sembra accendersi sotto il sole basso. Passeggiamo tra le vie del centro senza una meta precisa, lasciandoci guidare dalle facciate scolpite, dai palazzi universitari e dalle torri che spuntano sopra i tetti.

Arriviamo infine al Ponte Romano  per tornare in Plaza Major per una cena da veri turisti, però la piazza con l’accensione delle luci con il calar della notte è spettacolare.

L’indomani dedichiamo l’intera giornata a Salamanca, che si conferma una delle città più belle viste durante tutto il viaggio. La prima cosa che facciamo è ripassare da Plaza Mayor, che rimane il vero centro della città.

La piazza è considerata una delle più belle piazze barocche di Spagna e in effetti l’impressione è notevole. Costruita nel XVIII secolo, è circondata da edifici uniformi con portici e balconi decorati. La cosa interessante è che originariamente questi edifici ospitavano funzioni molto diverse — abitazioni private, uffici amministrativi, locali pubblici, laboratori — e ancora oggi molti di essi sono di proprietà privata. Questo contribuisce a dare alla piazza una vitalità particolare: non è un semplice spazio monumentale, ma un luogo vissuto.

Salamanca – Plaza Major
Salamanca -plaza Major

A pochi passi dalla piazza entriamo nel mercato coperto, il Mercado Central. L’edificio è in ferro e vetro, tipico dell’architettura di inizio Novecento. All’interno troviamo soprattutto banchi di carne e pesce molto curati, con una bella atmosfera quotidiana, lontana dal carattere monumentale del resto della città.

Seguendo un percorso che avevo preparato su Google Maps raggiungiamo poi il Palacio de Monterrey. È uno splendido palazzo rinascimentale del XVI secolo, costruito dalla potente famiglia dei duchi di Alba come residenza nobiliare incompiuta ma di grande prestigio. La facciata esterna è una delle più eleganti della città, con torri angolari, decorazioni in pietra finemente lavorate e un equilibrio molto armonioso tra verticalità e orizzontalità.

Gli interni sono altrettanto interessanti: ambienti arredati con gusto, soffitti decorati e una sensazione generale di residenza ancora viva. Salendo sulla torre si gode anche una vista molto bella sui tetti della città. Particolarmente curiosi sono i camini e le torrette fumarie in pietra che punteggiano il tetto, elementi tipici dell’architettura aristocratica castigliana.

Salamanca – Palacio de Monterrey
Salamanca – Palacio de Monterrey
Salamanca – Palacio de Monterrey

Poco distante si trova la Casa de las Muertes, che avevamo già notato la sera precedente. Il nome deriva dalle decorazioni sulla facciata, dove compaiono teschi scolpiti in pietra. La tradizione popolare la collega a una vicenda di amore e morte, anche se la spiegazione storica è molto meno romantica e probabilmente legata a simbologie morali e funebri tipiche dell’epoca.

Salamanca – Casa de las Muertes

Proseguiamo poi verso la Casa de las Conchas, uno degli edifici simbolo della città. La facciata è completamente ricoperta da centinaia di conchiglie scolpite nella pietra, emblema dell’Ordine di Santiago e simbolo anche del pellegrinaggio. L’interno è meno spettacolare ma molto piacevole, soprattutto il cortile con la bella scala e le arcate che lo circondano.

Salamanca – Casa de las Conchas
Salamanca – Casa de las Conchas

Di fronte si trova la La Clerecía, complesso barocco legato all’ordine dei gesuiti e oggi sede dell’Università Pontificia. L’edificio è imponente, con una facciata riccamente decorata e due torri che dominano la zona. La visita è possibile solo con guida e il percorso sulla torre, il cosiddetto “Scala Coeli”, è purtroppo chiuso per restauri. Il complesso rappresentava originariamente un collegio gesuitico, costruito nel XVII secolo come parte della strategia della Compagnia di Gesù per rafforzare la propria presenza educativa e religiosa in città.

Salamanca – La Clerecía

Poco oltre entriamo nella Università di Salamanca, una delle più antiche d’Europa, fondata nel XIII secolo. La facciata principale è straordinaria: un capolavoro plateresco finemente scolpito, dove si perde il conto delle figure, dei simboli e delle decorazioni.

Il plateresco è uno sfarzoso stile architettonico e decorativo fiorito in Spagna tra la fine del XV e il XVI secolo. Prende il nome da platero (orafo/argentiere) e indica decorazioni complesse e minuziose, simili a lavori in filigrana d’argento

All’interno gli ambienti visitabili sono altrettanto belli, con cortili, aule storiche e spazi che conservano ancora il carattere accademico antico.

Attraversiamo poi il Patio de Escuelas, una delle piazze più suggestive della città, circondata da edifici universitari storici e dominata dalla presenza delle due cattedrali.

Salamanca – Università

Entriamo quindi nel complesso della Cattedrale di Salamanca. Si accede dalla cosiddetta Catedral Nueva, più recente, costruita tra il XVI e il XVIII secolo in stile gotico tardivo con influenze rinascimentali e barocche. È una cattedrale ampia, luminosa, con volte altissime e un senso di monumentalità molto forte. Tra le decorazioni del portale se ne trovano alcune veramente bizzarre: un astronauta e una scimmia che mangia il gelato sono tra le più curiose.

Da qui si passa direttamente alla Catedral Vieja, molto più antica, in stile romanico-gotico, più raccolta e severa. La differenza tra le due è evidente: la vecchia ha un’atmosfera più intima e medievale, mentre la nuova è più scenografica e grandiosa. Insieme formano un complesso unico che racconta bene la stratificazione storica della città.

Il percorso delle torri, l’Ieronimus, è chiuso per restauri, quindi non possiamo salire sulle strutture per vedere la città dall’alto.

Salamanca – Catedral Nueva
Salamanca – Catedral Nueva
Salamanca – Catedral Nueva
Salamanca – Catedral Vieja

Facciamo poi un rapido passaggio davanti al Museo Art Nouveau y Art Déco Casa Lis, riconoscibile dalle sue splendide vetrate colorate. È un museo dedicato alle arti decorative tra fine Ottocento e primo Novecento, ma non abbiamo particolare voglia di entrare e ci limitiamo a osservarlo dall’esterno.

Poco dopo raggiungiamo l’Huerto de Calixto y Melibea, un piccolo giardino nascosto tra le mura della città. È un luogo tranquillo, con piante, alberi e qualche terrazza che si affaccia sui tetti. È legato alla tradizione letteraria della Celestina, una delle opere fondamentali della letteratura spagnola, ambientata proprio a Salamanca.

Cerchiamo poi la cosiddetta Cueva de Salamanca, legata alla leggenda di una grotta dove il diavolo insegnerebbe arti occulte a sette studenti per sette anni. Non riusciamo però a trovarla e lasciamo perdere senza insistere troppo.

Proseguiamo verso il Convento de San Esteban, un grande complesso domenicano con una facciata impressionante in stile plateresco e un chiostro monumentale. È un luogo legato anche alla storia dell’Inquisizione e alla teologia spagnola del XVI secolo. L’interno è molto suggestivo, con grandi navate e un chiostro che trasmette una forte sensazione di ordine e monumentalità.

Salamanca – Convento de San Esteban

Chiudiamo la giornata al Convento de las Dueñas. Qui è visitabile solo il piccolo chiostro, ma è uno dei più belli della città. Le arcate bianche, i capitelli finemente scolpiti e il giardino centrale creano un ambiente raccolto e molto armonioso, quasi sospeso nel tempo.

Salamanca – Convento de las Dueñas
Salamanca – Convento de las Dueñas

Sono ormai quasi le sei del pomeriggio e decidiamo di tornare in hotel, che si trova proprio accanto a Plaza Mayor, per riposarci un po’ prima di cena e lasciare sedimentare una giornata davvero piena.

Le ultime tappe iberiche: Avila, Segovia e Saragozza

Partiamo presto da Salamanca perché ci aspettano quasi seicento chilometri di strada e, nel mezzo, due città che immaginiamo richiedano parecchio tempo per la visita: Ávila e Segovia.

Alla fine, forse perché arrivano dopo la splendida Salamanca, entrambe ci lasciano un po’ meno entusiaste del previsto.

La prima tappa è Ávila. La città si annuncia già da lontano con la sua impressionante cinta muraria medievale. È impossibile non rimanere colpiti dal colpo d’occhio: oltre due chilometri di mura perfettamente conservate, scandite da decine di torri merlate che racchiudono l’intero centro storico. Costruite tra XI e XII secolo, in un periodo in cui questa era una città di frontiera tra i regni cristiani e i territori musulmani, le mura rappresentavano una difesa fondamentale. Ancora oggi danno alla città un aspetto unico, quasi da grande castello abitato.

Seguiamo il percorso che avevo preparato e raggiungiamo la Cattedrale. È una costruzione particolare perché non è soltanto una chiesa: l’abside stessa è incorporata nelle mura cittadine e contribuisce alla loro funzione difensiva. L’interno è ampio e luminoso, con belle navate gotiche e una notevole eleganza. Mi colpisce soprattutto la pietra utilizzata in alcune zone, un granito locale disseminato di grandi cristalli scuri che le conferiscono un curioso aspetto maculato, quasi fosse stata decorata appositamente.

Avila

Molto bello anche il portale della Basilica di San Vicente, considerato uno dei capolavori del romanico spagnolo. Le sculture sono ricche di dettagli e, pur non essendo particolarmente monumentale, la facciata possiede una grazia e un equilibrio che attirano immediatamente lo sguardo.

Avila – Basilica de San Vicente

Prima di ripartire raggiungiamo il belvedere dei Quattro Pilastri, da cui si gode la vista classica di Ávila. Da qui le mura si mostrano in tutta la loro imponenza e si comprende davvero quanto fossero importanti per la difesa della città.

Riprendiamo quindi la strada verso Segovia.

Parcheggiamo vicino al monumento che rappresenta il vero motivo della visita: il celebre acquedotto romano. Vederlo dal vivo è impressionante. Costruito quasi duemila anni fa, probabilmente tra il I e il II secolo dopo Cristo, trasportava l’acqua dalle montagne fino alla città. La parte monumentale raggiunge quasi trenta metri di altezza ed è composta da enormi blocchi di granito incastrati tra loro senza malta. Ancora oggi appare incredibilmente elegante e leggero nonostante le sue dimensioni.

Segovia – acquedotto romano

Dall’acquedotto imbocchiamo la Calle Juan Bravo, la via principale del centro storico. Poco dopo incontriamo la curiosa Casa de los Picos. La facciata del palazzo è interamente ricoperta da centinaia di punte piramidali in granito che gli conferiscono un aspetto insolito e quasi minaccioso.

Più avanti si apre la bella Plaza de San Martín, una delle piazze più piacevoli della città. A dominarla è la chiesa di San Martín, costruita nel XII secolo. Il suo campanile è in stile mudéjar, una forma artistica nata dall’incontro tra cultura cristiana e tradizione islamica. Dopo la Reconquista molti artigiani musulmani continuarono infatti a lavorare nei territori cristiani, lasciando tracce evidenti nelle decorazioni geometriche, negli archi e nell’uso del mattone.

Segovia – Plaza de San Martín

Lasciamo la strada principale e ci addentriamo nel quartiere ebraico. È probabilmente la parte che preferisco di Segovia. Le stradine diventano tranquille, i gruppi di turisti si diradano e si passeggia tra edifici storici che conservano ancora l’atmosfera della vecchia judería medievale. Dopo il continuo via vai del centro sembra quasi un’altra città.

Arriviamo poi alla cattedrale, soprannominata non a caso “La Dama delle Cattedrali”. Costruita nel XVI secolo, è l’ultima grande cattedrale gotica edificata in Spagna. Le navate altissime, le grandi vetrate e il chiostro meritano sicuramente la visita e rappresentano una delle parti più riuscite della giornata.

Concludiamo il percorso all’Alcázar, il castello che domina la città dall’alto di uno sperone roccioso. È certamente suggestivo e il suo profilo appuntito ricorda quello di un castello da fiaba. Eppure mi lascia un po’ delusa. Non saprei spiegare bene il motivo, ma nella mia immaginazione mi aspettavo qualcosa di completamente diverso, forse influenzata dal ricordo dell’Alhambra di Granada. È una di quelle rare occasioni in cui la fantasia aveva costruito un’immagine più affascinante della realtà.

Segovia – Alcázar

Quando ripartiamo il pomeriggio è ormai avanzato e ci attendono ancora molti chilometri.

Arriviamo a Saragozza verso le otto di sera. Giusto il tempo di una doccia e usciamo per cena da Casa Pedro. È una conclusione perfetta per una giornata impegnativa: mangiamo davvero molto bene e torniamo in albergo soddisfatti.

L’indomani dedichiamo la giornata alla città.

Cominciamo dal Palazzo dell’Aljafería, che si rivela una delle sorprese più piacevoli di Saragozza. Costruito nell’XI secolo come residenza fortificata dei sovrani musulmani della taifa di Saragozza, conserva splendidi cortili, archi decorati e raffinati elementi dell’arte islamica (i taifas sono regni regionali musulmani che subentrarono al califfato marwanide dal 1009 fino all’inizio del XII secolo, quando la conquista castigliana dal Nord e quella almoravide dal Nordafrica vi posero fine). Nei secoli successivi i sovrani cristiani lo ampliarono e modificarono, creando un interessante intreccio di stili che racconta la storia della penisola iberica meglio di molte pagine di un libro.

Saragozza – Palazzo dell’Aljafería
Saragozza – Palazzo dell’Aljafería
Saragozza – Palazzo dell’Aljafería

Terminata la visita torniamo verso il centro storico. Fino a quel momento Saragozza non ci aveva fatto una grande impressione: molti quartieri moderni sono caratterizzati da edifici piuttosto anonimi e poco attraenti. Il Casco Antiguo invece è decisamente più piacevole. Le stradine sono raccolte, animate ma non troppo affollate, ed è qui che si concentrano i principali monumenti della città.

La prima visita è al Museo del Foro di Caesaraugusta, dove sono conservati i resti del foro romano dell’antica città fondata dall’imperatore Augusto. È interessante vedere come la Saragozza moderna sia letteralmente costruita sopra quella romana.

Proseguiamo poi verso il mercato coperto. L’edificio, in ferro e vetro, è uno splendido esempio di architettura dei primi del Novecento. All’interno troviamo banchi molto curati e una piacevole atmosfera cittadina.

Saragozza – Mercato

Dopo un veloce pranzo a base di tapas raggiungiamo la Basilica del Pilar. L’esterno è magnifico. Le grandi cupole colorate, le torri e la posizione lungo il fiume Ebro la rendono uno degli edifici più riconoscibili della Spagna. L’interno però appartiene a quel barocco monumentale e piuttosto pesante che non riesce a coinvolgermi particolarmente. Dopo tanti giorni di viaggio e decine di chiese visitate, la soglia di attenzione si è inevitabilmente abbassata.

Ancor più della Basilica è intrigante la leggenda (o tradizione cristiana per chi ci crede) che la circonda. La Basilica del Pilar si fonda su una particolarità teologica e storica unica al mondo: si tratta della prima apparizione mariana della storia, avvenuta quando la Vergine Maria era ancora in vita a Gerusalemme (fenomeno noto nella teologia come bilocazione). Secondo la tradizione, nell’anno 40 d.C., l’apostolo Giacomo il Maggiore (Santiago) si trovava in Spagna per diffondere il Vangelo (anche se, come già sappiamo non c’è alcuna prova storica di questa presenza).

La missione si stava rivelando un fallimento: la popolazione locale era ostile, i convertiti erano pochissimi e l’apostolo era profondamente scoraggiato e intenzionato a fare ritorno in Giudea. Ma ecco che interviene l’aiuto divino: mentre Giacomo si trovava in preghiera con i suoi pochi discepoli sulle sponde del fiume Ebro, l’atmosfera si riempì di luce e la notte del 2 gennaio dell’anno 40 d.C., apparve la Vergine Maria, seduta su un trono e circondata da cori di angeli.

Un evento che si differenzia da tutte le altre apparizioni mariane (come Lourdes o Fatima) perché Maria non era ancora assunta in cielo, ma viveva fisicamente in Terra Santa. Maria consolò l’apostolo, confermandogli che la fede in Spagna avrebbe avuto radici profonde e durature consegnandogli due elementi fondamentali: la Colonna (Il Pilar), un pilastro di diaspro e marmo, simbolo della stabilità, della fermezza e della costanza che la fede cristiana avrebbe dovuto avere in quelle terre e una piccola effigie in legno che la ritraeva con il Bambino in braccio. Contemporaneamente ordinò a Giacomo di costruire immediatamente una cappella in quel punto esatto.

Saragoza – Basilica del Pilar
Saragoza – Basilica del Pilar

Devo dire che questa storia, insieme a quella di Santiago che già conoscevo e a quella di Saintes Maires de la Mer che vedremo più avanti, mi ha fatto venire voglia di leggere le Vite dei Santi, fonte inesauribile di storie fantastiche, il cui legame con il contesto storico è però estremamente terreno.

Concludiamo il giro alla Cattedrale de la Seo. Mi colpisce soprattutto la facciata laterale, dove sono ben visibili gli elementi mudéjar che caratterizzano tanta architettura aragonese. Anche l’interno è interessante, ma a questo punto del viaggio io e Giampiero siamo arrivati a una sorta di saturazione da chiese e cattedrali. Diamo quindi soltanto un’occhiata, nonostante le cupole dipinte da Goya, e preferiamo tornare a passeggiare all’esterno.

Merita invece una menzione la grande piazza sulla quale si affacciano sia la Basilica del Pilar sia la Seo. È uno spazio ampio e scenografico che offre una splendida prospettiva sui due principali edifici religiosi della città.

Nel tardo pomeriggio torniamo in albergo e, ripensando alle ultime tappe del viaggio, arriviamo alla stessa conclusione: probabilmente sarebbe stato meglio percorrere l’itinerario al contrario e tenersi la magnifica Salamanca per ultima. Dopo una città così elegante, armoniosa e ricca di storia, Ávila, Segovia e persino Saragozza hanno inevitabilmente sofferto il confronto.

Si torna a casa

Ed eccoci alle ultime tappe del viaggio.

Lasciamo Saragozza con davanti una delle tappe più lunghe dell’intero viaggio. Questa volta niente soste intermedie: attraversiamo la Catalogna, superiamo il confine francese e proseguiamo fino alla Camargue. A fine giornata arriviamo finalmente a Saintes-Maries-de-la-Mer.

Il paese è una piccola località affacciata sul Mediterraneo, circondata dagli spazi aperti della Camargue, tra lagune, canneti, cavalli bianchi e fenicotteri rosa. Le case basse e bianche, le stradine tranquille e il mare a pochi passi gli conferiscono un’atmosfera semplice e rilassata.

Il cuore del paese è la chiesa-fortezza delle Saintes Maries. Secondo la tradizione cristiana, dopo la morte di Cristo alcune donne che lo avevano seguito — Maria Maddalena, Maria Salomè e Maria Giacobe — sarebbero approdate qui su una barca senza vele né remi, sfuggendo alle persecuzioni in Palestina. Con loro sarebbe arrivata anche Sara, conosciuta come Sara la Nera, venerata soprattutto dalle comunità gitane.

La figura di Sara è avvolta nel mistero. Secondo alcune tradizioni era la serva delle Marie; secondo altre era una donna del luogo che accolse le sante al loro arrivo.

Nel corso dei secoli è diventata la patrona delle popolazioni romani che ogni anni, il 24 e 25 maggio si radunano qui per una grande festa religiosa durante la quale la statua di Sara viene portata in processione fino al mare: Gitani che arrivano soprattutto dal sud della Francia e dalla Spagna; Manouches e Sinti, che provengono dalle altre regioni francesi, dal Belgio, dalla Germania e dall’Italia settentrionale; Rom, che giungono dai paesi dell’Europa centro-orientale e dai Balcani.

Di tutto questo ci parlerà molto bene Silvia nei giorni successivi. Essendo antropologa, ha studiato approfonditamente i rituali legati a Sara e ci racconterà aspetti e significati che vanno ben oltre la semplice tradizione popolare.

L’indomani lasciamo l’auto ferma e noleggiamo delle biciclette. Percorriamo il sentiero che conduce al Phare de la Gacholle, attraversando uno dei paesaggi più caratteristici della Camargue. Da una parte il mare, dall’altra stagni e paludi dove si muovono uccelli acquatici di ogni genere.

Tantissimi i fenicotteri che rimaniamo incantati a guardare. Il percorso è quasi completamente pianeggiante e procede tra sabbia, acqua e cielo. Il faro, isolato in mezzo a questo ambiente selvaggio, non è particolarmente spettacolare in sé, ma il contesto che lo circonda rende la gita molto piacevole.

Camargue
Camargue
Camargue

Nel pomeriggio ripartiamo in direzione di Nizza. Lungo la strada facciamo una deviazione per le Falaises de Cassis. Le grandi falesie calcaree bianche che precipitano nel mare sono tra i paesaggi costieri più spettacolari della Francia meridionale. La roccia chiarissima contrasta con il blu intenso del Mediterraneo creando panorami davvero notevoli.

Cassis

Arriviamo infine a Nizza, dove ci aspettano Silvia e la sua ospitalità. Dopo tante notti trascorse in alberghi, appartamenti e pensioni, fermarsi due giorni nella casa di amici è particolarmente piacevole. Stiamo molto bene, alternando visite alla città a lunghi momenti di relax.

Nizza è una città gradevole da vivere. Passeggiamo lungo la Promenade des Anglais, nel centro storico e tra le vie eleganti della città senza l’ansia di dover vedere tutto. Per una volta non ci sono programmi serrati né monumenti da spuntare su una lista.

Nizza

Una delle passeggiate più belle è quella a Cap Ferrat. Il sentiero costiero segue il profilo della penisola tra scogliere, ville nascoste nella vegetazione e continue aperture sul mare. È uno di quei luoghi dove viene naturale fermarsi spesso semplicemente a guardare il paesaggio.

Cap Ferrat

E così, quasi senza accorgercene, il viaggio arriva alla fine.

Dopo ventisei giorni di strade, città, paesaggi, alberghi, ristoranti, chiese, castelli, fari, oceano e montagne, riprendiamo la via di casa. Quando finalmente arriviamo ad Avolasca ci rendiamo conto di aver percorso oltre 7000 chilometri attraversando Francia, Spagna e Portogallo.

Abbiamo visto luoghi magnifici, altri meno memorabili, incontrato persone gentili, mangiato molto bene quasi ovunque e scoperto angoli della penisola iberica che non conoscevamo affatto. Ma forse la cosa più piacevole è stata proprio la libertà di poter cambiare programma lungo la strada, aggiungendo una tappa, fermandoci un giorno in più o decidendo all’ultimo momento di prendere una strada secondaria solo per vedere dove portava.

È uno dei motivi per cui continuiamo ad amare i viaggi in auto. Il percorso, spesso, diventa importante quanto la destinazione.

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