Siria: crogiolo di popoli e culture

Che dolore ripensare oggi a questo paese, al mio viaggio in Siria, alle persone che ho conosciuto. Vorrei poter premere il tasto “rewind” e poter ancora dire che l’impatto con Damasco disorienta un poco, che Aleppo è colta ed elegante, Palmira sconcertante, Bosra intrigante. Chiudere gli occhi e non pensare che oggi quasi tutto quello che ho visto è stato trasformato in un cumulo di macerie e la gente che ho conosciuto in disperati che, senza nulla, cercano rifugio in Europa
29 luglio – 10 agosto 2009

Sono in viaggio con Lorena e Roberto. Alle 8.00 partiamo per Vienna e alle 10.45 prendiamo il volo per Damasco, dove arriviamo alle 15 ora locale. A Damasco qualche piccola incomprensione con il taxista per trovare l’hotel, difficile capire se “ci fa o ci è”; il problema è che capisce solo l’arabo e non conosce i nomi degli hotel.

Arrivo all’hotel Dar al Jasmine: cortili, cortiletti, un bel patio e stanze molto grandi. Delizioso. Il caldo è assolutamente tollerabile, forse superiamo i 37/38 gradi, ma non li sentiamo.

DAMASCO, CITTÀ ARABA SUI GENERIS

L’impatto con Damasco disorienta un poco. È molto diversa dalle altre città arabe che ho visto. Per ora ho girato solo la città vecchia, attraversata da una lunga via dritta, giustappunto la romana via Recta, oggi sharia Bab Sharqi, ai cui lati si estende un labirinto di viuzze e piccoli anfratti. Le case esternamente sono fatiscenti e malridotte, con improbabili bow window e piccoli archi puntellati. Le strade, lastricate in pietra grigia, sono pulitissime e non si vede una cartaccia per terra; del resto ci sono decine di spazzini incessantemente all’opera. Le case, lo si vede chiaramente nei muri mezzo diroccati che frequentemente spezzano la continuità degli edifici, sono in pietra e calce, spesso con parti in fango; si tratta di un tipo di edilizia evidentemente molto difficile da manutenere, tant’è che il governo fa prestiti a tasso zero per la ristrutturazione delle case architettonicamente più belle.

Anche il suq è curioso. Avendo utilizzano la struttura del Decumano romano, ha una via centrale molto larga e con una volta altissima (tipo Galleria Vittorio Emanuele a Milano); ai lati si estende il solito dedalo di vie. Ma la giornata dedicata al suq è domani e quindi cerchiamo di non distrarci.La moschea degli Omayyadi è decisamente particolare, costruita su precedenti edifici (tempio romano e chiesa). Per garantire il corretto posizionamento islamico (quindi con il fondo in direzione della Mecca), la struttura a tre navate viene utilizzata nel lato corto e, all’ingresso, appare quindi come un salone molto largo e poco profondo. All’interno si trova la tomba di Hussein, il figlio di Alì ucciso nella battaglia di Kerbala: importante luogo di pellegrinaggio per gli sciiti, è teatro di imbarazzanti scene di isteria religiosa (tipo Lourdes o la basilica di Padre Pio).

 

PALMIRA, ADAGIATA NEL DESERTO

La vacanza ci ha ovviamente fatto perdere la nozione del tempo e non abbiamo considerato che oggi è venerdì, quindi il suq è chiuso! Fortunatamente il Museo Nazionale è aperto. Bello, in particolare gli affreschi della sinagoga di Dura Europos; il fatto è che a me i musei rompono sempre, mi stanco e dopo un po’ non ho più voglia di guardare nulla, sogno solo una bella panchina!

Pisolo e ritiro dell’auto. Abbiamo tentato un giro sulla collina per vedere Damasco dall’alto, ma orientarsi nelle strette e trafficate viuzze che risalgono il pendio è veramente difficile, per cui molliamo il colpo.

Il costo della vita è basso per noi: la cena per 3, circa 18 euro; 2 pacchetti di Marlboro Light 2,6 euro; una corsa in taxi in città circa 1,5 euro.

L’hotel è relativamente caro, ma è un hotel di charme veramente delizioso, abbiamo speso circa 63 euro a testa per notte con prima colazione.

L’indomani partenza alle 9 per Palmira e arrivo alle 12.30; 240 km di bella strada lungo il deserto.

Palmira è sconcertante: mentre stai tranquillamente guidando sulla striscia di asfalto circondata da sabbia, dal nulla emergono queste colonne e questi archi incredibili. La strada passa in mezzo alle rovine e fai fatica a credere di trovarti lì, in automobile.

La scelta dell’hotel si rivela più complessa del previsto: l’offerta è ampia, ma la qualità non eccelsa; alla fine optiamo per il Tetrapilo, dignitoso ma niente di eccezionale.

Prima delle 16/16.30 di uscire non se ne parla; sebbene il clima secco renda più sopportabile il caldo, stiamo sempre parlando di 45-48 gradi, quindi meglio pisolare nelle stanze condizionate.

Capitale del regno di Zenobia, Palmira (Tadmor nella lingua locale) raggiunge il massimo splendore nel II secolo e nonostante si presenti come una delle più maestose rovine di città romane, la sua struttura non segue i classici canoni urbanistici romani. La visita inizia dal Tempio di Bel con l’ingresso laterale e spostato rispetto al centro; da segnalare il soffitto del portico settentrionale con un rosone scavato in un unico blocco di pietra. Ci si muove poi verso la grande via colonnata: lunga circa 700 m, è movimentata da due leggere curve (caratteristica inimmaginabile nelle città romane) e a circa un terzo è interrotta dal Tetrapylon. Interamente ricostruito, delle quattro colonne, una sola è costruita con il granito originale, mentre le altre tre sono in cemento dipinto. La strada, mai pavimentata per consentire il passaggio dei cammelli, è costellata da Templi; sul lato meridionale il Teatro, nonostante abbia subìto numerosi restauri, alcuni dei quali decisamente invasivi, agli occhi di non esperti come noi appare splendido.

Alle 18 saliamo al castello arabo per goderci il tramonto sugli scavi. Le rovine sono decisamente maestose.

GITA FUORI PORTA AL QASR AL SHARQI

Gita al Qasr al-Hayr al-Sharqi, circa 2-2.30 h per arrivarci. Su consiglio della Lonely Planet e dei locali non siamo andati con la nostra auto, ma con un taxista perché tutti sostenevano che la strada fosse impraticabile con un’auto normale. In realtà andiamo con un’auto normalissima, però è vero che ci sono parecchi tratti di sterrato (e comunque una totale assenza di indicazioni stradali) che ci avrebbero reso difficile la guida. Quindi meglio il taxista.

Sebbene molto diroccato, il castello fa un notevole effetto e merita sicuramente le quasi cinque ore di viaggio (tra andata e ritorno). Costruito nel VIII secolo, era situato in una zona strategica per controllare le piste dirette in Mesopotamia.

Nonostante ci si trovi in pieno deserto, il caldo è decisamente sopportabile.

Al ritorno pranziamo al ristorante Casa Mia, di gran lunga il migliore di Palmira, dove ci prenotiamo anche per la cena. Dopo la solita pausa sonnacchiosa, visita alle torri funerarie. Si tratta di tombe collettive che potevano accogliere fino a 300 sarcofagi. Notevoli.

Damasco

VERSO I CONFINI CON L’IRAQ

L’indomani partenza per Deir Az Zur; la meta finale sarebbe in realtà Mari, a 20 km dal confine iracheno, ma partiamo rimandando la decisione al nostro arrivo a Deir Az Zur (dipende dalla strada, dal caldo, da varie cose).La strada è un fuso diritto in mezzo al deserto stepposo, con un paio di villaggi su 200 km, ma il manto stradale è in ottime condizioni e arriviamo a Deir Az Zur verso le 11.30; il tempo di trovare l’hotel, lasciare i bagagli e decidiamo di partire subito per Mari. Nonostante la latitudine, il clima è temperato dall’Eufrate e il caldo non dà alcun fastidio. Ci fermiamo a pranzare in un bar dove ci preparano degli ottimi panini al kebap e dove non credo i turisti siano soliti sostare (veramente da Palmira in poi non mi sembra di turisti ce ne siamo parecchi).

Al ritorno indispensabile e lunghissima doccia e poi una piacevole passeggiata lungo il fiume; la sera cena in un ristorante sulla riva dell’Eufrate, una felpa di cotone non ci sta male.Mari raccoglie i più antichi resti di una città mesopotamica, risalente al IV millennio a.C. I resti della città-stato, che controllava le più importanti rotte commerciali da e verso la Mesopotamia sono sorprendenti, veramente sorprendenti: composta da ambienti diversi, ma soprattutto da vari templi (uno dedicato ad Ishtar) e un Palazzo reale con 300 stanze, numerosi mosaici, statue, vasi, oggetti d’arte (custoditi in diversi musei) e circa 25000 tavolette di argilla di inestimabile valore, ancora oggi oggetto di studio. Dura Europos, città fondata nel 280 a.C., invece mi delude un po’: quel che riusciamo a vedere (dall’alto di un terrapieno perché non c’è ombra di guardiano e il cancello che dà accesso agli scavi sembra chiuso in modo definitivo) ci sembra infatti interessante solo per veri esperti.

LUNGO LA VALLE DELL’EUFRATE, PASSANDO PER RAQQA FINO AD ALEPPO

Giornata campale. Partenza alle 8.30 per arrivare in serata ad Aleppo (circa 360 km) lungo la valle dell’Eufrate. La strada è bellissima e corre sul costone occidentale dell’oasi dell’Eufrate, in molti tratti si vedono dall’alto i meandri del fiume che si stendono sinuosi in mezzo al deserto. La fortezza Habatiye di Zenobia, a circa 40 km da Deir az Zur, è molto suggestiva e sembra un castello di sabbia. Proseguiamo per ar Raqqa e dopo un pranzo a base di frutta a bordo strada prendiamo la deviazione per Rusafa.

Dopo altri 120-130 km arriviamo ad Aleppo.La cittadella compare in mezzo al nulla, entrati all’interno delle mura lo spettacolo è affascinante e ipnotico: un “cortile” porticato di 400 m per 500 custodisce al centro la chiesa diroccata di San Sergio. Si intuisce che l’ampia corte nasconde ben altri reperti non ancora oggetto di scavi. Il caldo è tosto, circa 50 gradi, ma all’ombra si resiste anche perché spira una leggera brezza.

Tornati sulla strada principale (la deviazione è di 25 km) proseguiamo per il lago artificiale Assad e il castello Jabril. Inevitabili i controlli di polizia sulla diga; il castello è completamente rifatto ed è un po’ disneyland, ma la cornice è particolare.

L’ingresso in città è terrificante sia per il traffico sia per la viabilità piuttosto incasinata. Alla fine, dopo molta irritazione e molta fatica (il vero problema in Siria è che se non si conosce l’arabo è davvero difficile comunicare, anche i nomi dei luoghi se non sono pronunciati correttamente non vengono compresi) troviamo l’hotel. È molto bello. Cena al ristorante Sissi e poi nanna.

Suq suq suq… bellissimo, imperdibile. È pieno di caravanserragli, grandi e piccoli, che si aprono dopo piccoli archi; vanno cercati con attenzione perché non sono facilissimi da trovare. Il nostro hotel è ad al Jadeida, il quartiere cristiano nei cui vicoli è piacevolissimo perdersi. L’indomani visita alla cittadella: imponente.

Nuovo giro nel suq, per visitare la fabbrica del sapone, ma è funzionante solo nei quattro mesi invernali, nei restanti otto il sapone viene lasciato a stagionare nei saloni superiori. Ci accompagna un ragazzo che ha studiato italiano a Perugia ed è laureato in archeologia; ci fa visitare anche il vecchio manicomio, costruito intorno al 1300 e adibito a casa per malati di mente fino al 1920: molto ben conservato, con piccole e anguste stanze.

DALLE CITTÀ MORTE A … RIMINI

Partenza alle 9 in direzione della basilica di San Simeone (Qalat Siman), l’obiettivo era quello di vedere le città morte, la cittadella di Saladino per poi arrivare ad Hama, ma abbiamo fatto i conti senza l’oste: ci siamo basati sui chilometri e non sulla tipologia di strade! Comunque…

La basilica di San Simeone, costituita in realtà da quattro chiese costruite a croce intorno alla colonna (ormai un mozzicone) sulla quale Simeone lo stilita ha vissuto e predicato per 40 anni, sebbene diroccata fa un certo effetto e si trova su un montarozzo ventosissimo.

Quindi ci dirigiamo verso le città morte, in particolare Serjila che mi ha un po’ deluso; la pensavo molto più conservata, ma merita comunque di essere vista. È in pietra grigia e, anche per il colore, rende bene l’idea di città morta. Pensavamo di essere in anticipo e, con una certa calma che comprende anche una bella sosta per il pranzo, ci muoviamo verso la cittadella di Saladino, ma il percorso si è dimostrato più complesso del previsto. La strada è molto bella e sale a 1000 m sui monti che separano la piana di Ghab dalla costa, però è molto tortuosa per cui arriviamo alla cittadella che è già chiusa; anche così merita di essere vista, arroccata come è su uno sperone roccioso.

La discesa è allucinante, ci troviamo imbottigliati in un ingorgo pazzesco in un paesino di montagna che sembra Rimini: più di un’ora per attraversarlo a passo d’uomo. Questa è la zona cristiana e c’è uno struscio incredibile, con ragazze in abiti piuttosto discinti e ganzi in tiro. Comunque arriviamo a valle con il buio (ci perdiamo anche qualche indicazione) e siamo ad Hama alle 10. Per fortuna troviamo subito l’albergo, mentre per il ristorante peniamo parecchio.

DA HAMA VERSO BOSRA

Rapida visita alla città di Hama con breve sosta alle norie: alte ruote che tiravano su l’acqua dall’Oronte per incanalarla nell’acquedotto.

Ci dirigiamo ad Apamea, una Palmira in grigio, anche questa imperdibile. Costruita in basalto nero, il suo colore cupo produce un insolito contrasto con l’oro della vegetazione circostante.

Quindi rotta per il Krak dei Cavalieri. Il castello-fortezza è fantastico: un labirinto di scale, scalette, antri, stanze, saloni, stalle e doppia cinta muraria. Costruita nell’arco di 100 anni, a partire dal 1150, poco dopo essere stata terminata la fortezza crociata venne conquistata dal sultano Baibars che la arricchì con altre torri e costruzioni. Peccato che, nonostante dopo Palmira rappresenti il sito più importante della Siria, sia un vero immondezzaio.

Decidiamo di fermarci a dormire a Homs, cosa che sconsiglio vivamente. La città è orrida e gli hotel (anche il migliore segnalato dalle guide) urfidi. Sarà per l’irritazione causata dalla lunga ricerca di un albergo, sarà per la stanchezza, ma anche i ristoranti sembrano poco attraenti; mi separo da Lorena e Roberto, acquisto felafel e altro cibo in una rosticceria e mangio sul microscopico terrazzino della sala per la colazione dell’albergo. Guardando la gente per strada e cullata dai soliti suoni mediorientali mi riappacifco con una giornata pesante.

L’indomani partenza per Damasco dove molliamo l’auto e prendiamo il bus per Bosra, dopo una lunga trattativa con un taxista per farci portare in auto. In realtà il bus è perfetto, ci mette 1.30 h e costa 1 euro, aria condizionata e posti comodi.


Bosra è veramente unica.
Città romana molto ben conservata, con Cardo e Decumano chiaramente visibili, terme, colonne ecc. tutto in pietra grigia. Ma quello che lascia attoniti è il teatro: non avendo una collina a disposizione, i romani hanno costruito gradinate ripidissime per sfruttare al massimo l’altezza; la capienza è di circa 9000 posti.
L’indomani rocambolesca partenza per Gerusalemme
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