Islanda: tra campi di lava, ghiacciai e montagne cangianti

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Che l’Islanda sia terra di fuoco e ghiaccio è noto, purtroppo è anche regno del vento e della pioggia. Nei 16 giorni di soggiorno, infatti, quasi sempre siamo stati accompagnati da nuvoloni neri, con piogge più o meno intense. Sgombrato subito il campo dal solo aspetto negativo di questo viaggio, passo alla descrizione dei luoghi che abbiamo attraversato: molto diversi tra loro e per la maggior parte unici.

Il primo impatto, una volta usciti da Reykjavik, è di essere in contatto diretto con la forza più estrema della Natura: fratture nel terreno, immensi campi di lava, lingue di ghiacciai che si buttano in mare, scogliere di basalto dalle forme esagonali, acqua bollente che sgorga dal terreno, montagne che trasudano acqua formando cascate dalle più varie forme e dimensioni.

L’intero percorso del nostro viaggio

Di seguito il percorso del nostro viaggio di 16 giorni. Per consigli e indicazioni organizzative, vedi l’articolo Organizzazione del viaggio in Islanda: consigli e indicazioni utili

Reykijavik e la penisola Reykianes

Se si escludono i musei, che noi (oltre che con Giampiero, viaggio con Fiammetta e Marco) abbiamo deciso di non visitare, direi che Reykijavik si gira in un paio d’ore visto che la parte più carina, il centro storico, è veramente piccola. Passeggiando per la Skolavordustigur, la via principale dello shopping, si incontrano varie casette in legno colorate, vetrine tra le quali spiccano quelle di panetterie e pasticcerie stracolme di dolciumi e negozi vari, per arrivare alla Hallgrímskirkja, la gigantesca chiesa luterana della città (sicuramente monumentale, ma il bello per me è altro). Nella piazzetta Austurvollur si trovano poi l’Alþingi, la sede del Parlamento della Repubblica d’Islanda, e la cattedrale di Reykjavik, il cuore della chiesa luterana islandese, restaurata in tipico stile nordico del XVII secolo.

Il paese dei Troll e la Laguna Blu

Dopo una doverosa sosta al supermercato per rifornirci di alcuni generi alimentari, iniziamo il nostro viaggio dalla penisola Reykianes. Attraversando il vasto campo di lava ricoperto di verdissimo muschio che caratterizza la Penisola, ti sembra di essere entrato nella Terra di Mezzo inventata da Tolkien e pare strano che da quei bugni della terra non sporgano la loro testa mostruosa i Troll che sicuramente vi abitano. La Penisola è creata da 4 sistemi vulcanici soggetti a periodici processi di rifting (per semplificare: assestamenti ciclici della dorsale medio-atlantica che attraversa l’Islanda, l’ultimo dei quali è avvenuto tra il 940 d.C e il 1240 d.C; l’eruzione che si è avuta nella zona tra marzo e novembre 2021 fa pensare che si sia all’inizio di un nuovo ciclo) e la principale attrazione è la Laguna Blu, una località termale geotermica, situata in un bacino lavico vicino a Grindavík. La laguna è alimentata dall’acqua (70% acqua oceanica e 30% acqua dolce) utilizzata nella vicina centrale geotermica di Svartsengi e il colore che dà il nome alla laguna è il risultato del modo in cui la silice riflette la luce del sole; la temperatura dell’acqua della zona di balneazione e di nuoto è in media di 32-37°C. È molto, molto turistica e per fare il bagno è piuttosto cara; noi, complice anche il tempo freddo e piovoso, decidiamo di limitarci a fare un giro intorno alle varie pozze.

Ponte tra i continenti e le scogliere di Hafnaberg

Visto che siamo in anticipo sulla nostra tabella di marcia, decidiamo di andare oggi al “ponte tra i Continenti” e alle scogliere. Arrivati a Grandvik, svoltiamo a destra prendendo la 425 e arriviamo rapidamente al Ponte tra i Continenti, che collega le placche tettoniche americana ed euroasiatica, indubbiamente una trappola per turisti (anche se comunque è gratuito) ma puoi giocare di immaginazione pensando di andare a piedi dall’Europa all’America. Sembra che in questo punto le due placche si allontanino al ritmo di almeno 2 cm l’anno, una velocità superiore a quella misurata nella più famosa spaccatura dell’Almannajà che visiteremo negli ultimi giorni del viaggio.

Dopo le foto di rito, ci muoviamo verso le scogliere di Hafnaberg e ci rendiamo conto (alla fine purtroppo) che ci sono 2 possibilità per raggiungerle:

  • Proseguendo sulla 425 si arriva a un parcheggio da dove parte un sentiero di 4 km che arriva alle scogliere;
  • Seguendo le indicazioni di Google Maps si torna indietro sulla 425 e dopo poche centinaia di metri si prende lo sterrato sulla destra; si percorrono circa 4 km (è uno sterrato che richiede una 4×4) e quando Google dice che si è arrivati, invece di partire verso il mare fidandoci del nostro senso di orientamento, bisogna cercare il sentiero (che poi è a metà di quello che si fa se si sceglie l’opzione 1), indicato da piccoli cumuli di rocce, e seguire quello. Non tanto per problemi di orientamento ma perché camminare su quel terreno è piuttosto faticoso se non si segue il sentiero nel quale le asperità sono state appianate.

Queste scogliere sono famose per il birdwatching, visto che è possibile avvistare gabbiani, gazze marine, urie nere e altri tipi di uccelli; purtroppo per noi la giornata è grigia, ventosa e piovosa per cui la vista non è delle migliori.

Dalle solfatare di Seitun al lago Kleifarvatn

Dopo avere passato la notte a Grandvik, piccolo paese dove non c’è veramente niente da vedere se non Kvikan, il museo dello stoccafisso (che però noi non riusciamo a visitare causa orari), con un tempo sempre più grigio e a tratti piovoso, andiamo al campo geotermale di Seltun: una lunga passerella in legno si snoda tra i vari crateri fumanti, che è possibile vedere da molto vicino e da una posizione rialzata. Giallo, rosso, verde, nero, bianco… sono i colori di questa terra dalla quale sgorgano fosse fangose e sorgenti termali, che si alternano a solfatare e fumarole dalle quali fuoriesce un denso e caldo vapore che riempie l’aria di un fortissimo odore di uova marce.

Ci dirigiamo quindi verso il lago Keifarvatn sperando in una schiarita che ci consenta di fare il nostro pic nic fuori dall’auto. Purtroppo più proseguiamo e più la nebbia scende, avvolgendo il paesaggio in un coloro lattiginoso che ci permette solo di intravedere i luoghi che attraversiamo. Ci fermiamo in un punto panoramico, dal quale, attraverso dirupi di lava plasmati dal vento, si scorge la bellissima spiaggia nera del lago. Proviamo ad aprire le portiere, ma le raffiche di vento ci fanno desistere dal nostro proposito di scendere. Peccato. Il lago è uno dei più profondi d’Islanda con i suoi quasi 100 metri e pare che il livello dell’acqua si abbassi di 1 cm al giorno a causa della lenta caduta delle sue acque in una fessura naturale situata nella zona nord ovest del bacino e apertasi dopo un violento terremoto nel 2000.

Cratere Kerid e il tunnell di lava Raufarhólshellir

Dato che il nostro pasto in auto è stato decisamente più rapido del previsto (ci eravamo immaginati un bel pic nic in riva al lago), cerchiamo di andare subito (quindi molto prima dell’orario in cui abbiamo prenotato la visita) al tunnel di lava: tutto pieno, non è possibile anticipare. Decidiamo allora di andare al cratere Kerid, anche se questo comporterà poi rifare la stessa strada.

Il cratere Kerid nasconde al proprio interno un bel lago di un verde intenso che contrasta con le pareti rocciose rosse del cratere del vulcano, ricoperte qua e là di muschio. Si è formato circa 6.500 anni fa e la caldera del vulcano è profonda circa 55 m, mentre il lago è profondo dai 7 ai 14 m, che variano a seconda delle precipitazioni. Si trova su un terreno privato, quindi è previsto un piccolo biglietto d’ingresso. La passeggiata fino alle rive del laghetto e introno al cratere è piacevole anche perché finalmente ha smesso di piovere e anche il vento si è dato una calmata.

Ripartiamo quindi per Raufarhólshellir, un tunnel di lava formatosi durante l’eruzione del Leitahraun e una delle grotte più lunghe d’Islanda. I tunnel di lava sono condotti naturali che si formano quando un flusso di lava attivo a bassa viscosità sviluppa una crosta continua e dura, che si ispessisce e forma un tetto sopra il flusso di lava che ancora scorre; quando la lava si raffredda rimane il tunnel. Merita sicuramente la visita anche perché si tratta di una cosa unica, non so se in altre parti del mondo è possibile fare un’esperienza simile. Certo, le grotte alle quali siamo abituati, con stalattiti e stalagmiti, sono probabilmente più magiche, ma qui è un po’ come se ti trovassi “dentro” la terra, i colori delle rocce e la lava “vetrificata” sono molto suggestivi.

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Landmannalaugar: un assaggio di Highlands

Oggi il tempo ci ha graziato e abbiamo potuto fare questa splendida escursione senza pioggia, senza vento e con ampi sprazzi di sole. Abbiamo optato per un tour organizzato in super Jeep perché questo percorso prevede qualche guado e non ci sentivamo sicuri a farlo con la nostra macchina (Dacia Duster 4×4).

L’appuntamento era sulla strada 249, vicino alla cascata Gljúfrabúi, da dove siamo tornati sulla 1 e dopo qualche chilometro in direzione est abbiamo girato a destra sulla 30. Ho cercato di ricostruire il giro che ha fatto la jeep e mi sembra sia stato il seguente: dopo la 30, abbiamo preso la 32, per poi guadare il Bjarnalon e prendere, credo, la F225 fino al parcheggio/camping di Landmannalaugar; al ritorno abbiamo preso la F208, fermandoci a Sigöldugljúfur e poi abbiamo proseguito sulla F26 e poi la 32 fino alla 312 dove abbiamo girato a destra per vedere la Haifoss, poi di nuovo indietro a prendere la F26 e poi la 26 fino alla 1.

Doverosi dettagli tecnici a parte, devo dire che questa escursione ci è costata un po’, ma ne è valsa assolutamente la pena.

Nel primo tratto dell’andata attraversiamo un campo di lava dai colori intesi dove il nero corvino della lava si alterna al verde brillante dei muschi nei punti dove la ricoprono; sulla destra svetta l’Hekla (uno dei vulcani più famosi d’Islanda), ma non vediamo la sua cima innevata perché avvolta dalle nubi. Proseguiamo in un paesaggio che cambia continuamente, alternando verdi vallate solcate da fiumi di varie dimensioni a rocce brulle dalle diverse tonalità che vanno dal beige al rosso cupo, passando per il marrone.

Arriviamo così al parcheggio/camping di Landmannalaugar dove, oltre a 3 grandi camion attrezzati a bar e supermarket, ci sono le famose sorgenti termali: diverse persone sono immerse nell’acqua, ma nonostante il timido sole, la sola idea di toglierci la giacca a vento non ci stimola affatto. Partiamo quindi subito per un bel trek che ci porterà alle solfatare di Brandsgil: un percorso circolare di 2 ore molto bello, con terra nero fumo e lingue di ghiaccio che formano curiosi semi-tunnel sul torrente, vedute sulle verdeggianti valli e sulle montagne con colori che spaziano dal blu intenso all’arancione. In zona ci sono tantissimi trek, noi abbiamo preferito andare insieme alla guida che faceva quello che ho descritto, ma per chi è interessato qui si possono trovare le indicazioni per numerosi altri.

Sulla via del ritorno vediamo due cascate inserite in un contesto che le rende uniche: Sigöldugljúfur dove l’acqua sembra sgorgare dal terreno e Haifoss, che sfocia in un lago turchese, il cui contrasto con il nero delle pareti è sconcertante.

Sulla via del ritorno, altri paesaggi sempre diversi. Arriviamo alla base verso le 19:30 (eravamo partiti, con un po’ ritardo, verso le 9:30) e andiamo a vedere le tre cascate che ci “toccano” prima di arrivare al nostro alloggio.

Il tris di cascate: Seljalandfoss, Gljúfurárfoss e Skogafoss

Per visitare le prime due cascate il percorso è obbligato e parte necessariamente dal parcheggio (a pagamento). La particolarità di Seljalandfoss è il piccolo e umido sentiero che permette di raggiungere il “retro” della cascata (indispensabile la mantella, altrimenti se ne esce fradici); il salto è di 60 metri e la cascata si tuffa in un piccolo, verde laghetto.

Gljúfurárfoss (o Gljúfrabúi) è la cosiddetta cascata nascosta, il cui salto di 40 metri è parzialmente occultato da una grande roccia; le guide indicano l’esistenza di un piccolo sentiero attrezzato che sale fin sopra la cascata, ma noi non ne abbiamo trovato traccia e ci siamo quindi limitati a sporgerci un po’ oltre la spaccatura: la visione non è integrale, ma comunque suggestiva.

Riprendiamo l’auto e più avanti, sulla strada verso Vik, vediamo dalla strada Skogafoss, ma siamo piuttosto in ritardo e ci limitiamo a guardarla dalla strada. Skogafoss compie un salto di 62 m da quella che, in altri tempi, era una scogliera, mentre, oggi, il mare si trova a ben 5 km di distanza.

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Quando la lava incontra il mare

La giornata dovrebbe essere tutta dedicata all’area di Vik, con passeggiate nella spiaggia nera di Reynisfjara, verso i faraglioni di Reynisdrangur e nel promontorio di Dyrhólaey per poi fare un bel trek canyon Fjaðrárgljúfur. La pioggia battente e il vento freddo scombinano i nostri piani; andiamo comunque a visitare tutto, ma ovviamente senza fermarci troppo e per il canyon ci limitiamo a vederlo dall’alto. A questo proposito, una cosa importante: se arrivate in un posto che avevate previsto di visitare l’indomani, ma c’è bel tempo (considerate che in Islanda in luglio e agosto c’è sempre luce e che il tempo è cambia rapidamente) approfittatene! Quando siamo arrivati nel nostro alloggio a Vik erano le 20 passate; alle 21:30 avevamo già cenato e fuori era tutto sereno, per cui saremmo potuti andare almeno alla spiaggia, ma la stanchezza ci ha resi pigri. Peccato.

Comunque, più ancora della spiaggia di Reynisfjara in sé, è la scogliera che la domina a fare impressione: colonne di basalto dalla forma esagonale che formano diverse grotte, il cui soffitto incombe maestoso sui turisti. In fondo alla spiaggia i faraglioni di Reynisdrangur rendono l’ambiente inquietante e lugubre, con il vento che sferza la faccia e le onde rabbiose che si scagliano sulla sabbia.

Dalla spiaggia le alte scogliere del promontorio di Dyrhólaey compaiono in lontananza tra le nebbie come un miraggio, ma non ci facciamo scoraggiare e rispettiamo il programma andando al promontorio per godere di un panorama infernale ma affascinante, dove gli elementi naturali si sono ormai scatenati in tutta la loro potenza. Il tempo di vedere l’arco naturale, di scattare qualche foto e torniamo rapidamente all’auto.

Mentre ci muoviamo verso il canyon Fjaðrárgljúfur, il tempo migliora (ormai ci accontentiamo che non piova) così possiamo vedere il canyon dall’alto con le sue pareti a strapiombo; di fare trek sul fondo non se ne parla perché il fiume Fjaðrá è piuttosto ricco di acqua e quindi è impossibile, anche se ci fosse il sole, camminare ai suoi bordi. La vista è comunque molto bella.

Andando verso Hof, dove trascorreremo due notti, vediamo dalla strada la cascata Foss a Sidu con il suo doppio salto di complessivi 82 metri dalla strada, ma ha ricominciato a piovere e nessuno voglia di scendere.

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Ramponata sul ghiaccio

Piove. Il cielo è grigio. Ma ormai l’escursione, ramponata sul ghiaccio, è pagata, tanto vale andarci. Siamo nel Parco Nazionale Skaftafell e il ghiacciaio dove cammineremo è il Falljökull, che fa parte del più famoso Vatnajökull (il più grande ghiacciaio d’Europa e quarta massa di ghiaccio al mondo). Dopo un piccolo détour per un mio errore sul luogo dell’appuntamento, arriviamo alla base dove ci viene fornita tutta l’attrezzatura (giacche impermeabili, ramponi e picozza), poi in auto raggiungiamo il punto di partenza per il trek. Una ventina di minuti di camminata e arriviamo al fronte del ghiacciaio, dove la guida, un ragazzo italiano che vive in Svezia oltre il circolo polare artico e sta facendo la “stagione” in Islanda, ci spiega come indossare e usare i ramponi e ci fornisce alcune indicazioni base per camminare sul ghiaccio. È tutto molto semplice (io e Giampiero lo abbiamo già fatto sul Perito Moreno), la cosa più importante è camminare in fila indiana e mettere i piedi sul percorso tracciato dalla guida.

L’ambiente è completamente diverso dal ghiacciaio argentino: là il bianco era abbagliante e si alternava all’azzurro intenso (a seconda delle condizioni del ghiaccio), qui i seracchi sono “ingrigiti” dalla polvere nera dei vulcani circostanti portata dal vento. Vediamo alcuni mulini glaciali con il loro blu sempre più intenso che si perde nelle viscere del ghiacciaio, si tratta comunque di fessure molto piccole la cui dimensione, sebbene si debba sempre prestare attenzione, non consente a una persona di finire in profondità, nel caso vi cadesse. La guida ci tiene invece ben lontani da un mulino molto grande a pochi metri dal nostro passaggio spiegandoci che avvicinarci sarebbe molto pericoloso. Anche se non nego che il freddo e la pioggia rovinano parte dell’esperienza è comunque sempre divertente. In tutto non stiamo sul ghiacciaio più di 40 minuti, poi rientriamo al punto base.

Ci sarebbe da vedere la cascata Svartifoss, la cui caratteristica è l’anfiteatro di colonne di basalto nelle quali è incastonata, ma siamo troppo stanchi e fradici per cui rientriamo in hotel.

La sera andiamo a cena al ristorante dell’Adventure Hotel di Hof, a pochi metri dal nostro alloggio. La cena è ottima e anche il tempo si è rimesso, per cui per non commettiamo l’errore fatto a Vik decidiamo di andare alla Laguna di Jakulsarlon. E non sbagliamo, la luce è sicuramente migliore di quella che troveremo l’indomani.

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Jakulsarlon e i Fiordi orientali

Viaggiando sulla 1 da ovest verso est, si incontra prima Fjallsárlón, un piccolo lago glaciale che è solo un assaggio di quello che ci attende pochi chilometri più avanti, il più famoso Jökulsárlón.

Jökulsárlón e la spiaggia dei Diamanti

Meritano una visita entrambi (nella prima siamo anche riusciti a vedere qualche foca), ma se si decide di fare il giro in barca o gommone, è sicuramente meglio Jökulsárlón, lago glaciale apparso per la prima volta tra il 1934 e il 1935 e che è cresciuto da 7,9 km2 del 1975 agli attuali 18 km2 a causa dello scioglimento accelerato dei ghiacciai islandesi, profondo al massimo 260 m.

Se vedere il fronte di un  ghiacciaio gettarsi in un lago è sempre affascinante, con i suoi giochi di colori e di specchi, la laguna di Jakulsarlon ha una caratteristica che la rende unica: i numerosi iceberg che vanno alla deriva nel lago per incanalarsi poi in una strettoia e sfociare nel mare; gli iceberg vengono poi fagocitati dalle onde impetuose e rigettati sulla spiaggia nera, chiamata spiaggia dei Diamanti, dove l’erosione causata da acqua e vento lascia sculture tanto belle quanto effimere.

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Proseguiamo il nostro viaggio verso Breiðdalsvík dove sostiamo per una notte; impossibile fare qualsiasi cosa perché il tempo è ulteriormente peggiorato e sembra di essere in pieno autunno, con pioggia e l’immancabile vento.

Fiordi orientali

L’indomani partiamo per quella che è sostanzialmente una tappa di trasferimento verso il Nord, ma durante la quel si possono visitare i Fiordi Orientali che presentano bei panorami sul mare e sulle montagne (se si vedessero). In genere, in questa parte del viaggio ci si spinge verso l’interno per andare nella zona dell’Askja, vulcano delle Highlands orientali, ma noi abbiamo deciso di non andarci dato che non siamo sicuri di saper attraversare i diversi guadi con la nostra Dacia Duster.

Il primo fiordo che vediamo è Reydarfjordur, il più lungo e largo dei Fiordi Orientali, dove, in una delle due insenature, deviando dalla 1 e prendendo la 92, si trova Eskifjörður, piacevole paesino costiero; proseguiamo sulla 92 e, scavallando il promontorio, arriviamo a Neskaupstadur, piccola località che si trova in una posizione splendida: sovrastato da alture elevate (e a rischio valanghe) si affaccia sulle rosse scogliere di Raudubjorg; approfittando di un breve momento di non pioggia, facciamo una piccola passeggiata lungo il fiordo.

Dopo essere tornati a Eskifjörður proseguiamo saltando Mjoifjordur, descritto come uno dei fiordi più panoramici e remoti d’Islanda, ma decidiamo di andare a Seydisfjordur, un piccolo villaggio situato alla fine del fiordo omonimo, ingolositi dal tempo che sembra stia migliorando. In realtà per giungere al fiordo bisogna fare un passo a circa 700 metri per cui, dopo qualche tornante, veniamo inghiottiti dalle nubi, con una visibilità di qualche metro. Seyðisfjörður, con le sue tipiche case di legno colorate, è poi moto carino e ci fermiamo a pranzare.

Nel tardo pomeriggio arriviamo alla Grímstunga Guesthouse, vicino alle cascate Dettifoss e Selfoss, che si rivelerà una sistemazione incantevole: le camere sono dotate di grandi vetrate e veranda da dove godersi il panorama.

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Le imperdibili Dettifoss e Selfoss nel parco di Jökulsárgljúfur

Oggi il tempo ci ha graziato (e da qui in poi avremo bel tempo per tutto il viaggio, a parte qualche breve momento) e possiamo vedere le cascate Dettifoss e Selfoss e il canyon dell’Asbyrgi con il sole.

Il parco nazionale di Jökulsárgljúfur, oggi inglobato nel parco del Vatnajökull, è un canyon lungo circa 30 km, con una larghezza che arriva fino a 500 m e una profondità fino a 100 m ed è uno dei più grandi dei numerosi canyon fluviali islandesi, frutto dell’azione congiunta di acqua, fuoco e ghiaccio. Il fiume Jökulsá á Fjöllum emerge dai piedi della calotta glaciale Vatnajökull e scorre a nord fino al mare a Öxarfjörður. Ai margini degli altopiani, la terra scende e il fiume si tuffa attraverso una serie di potenti cascate (Selfoss, Dettifoss, Hafragilsfoss e Réttarfoss) nel canyon che porta il suo nome. Si ritiene che enormi e catastrofiche esplosioni glaciali (jökulhlaups) abbiano scavato profondi burroni e bacini rocciosi, il più famoso dei quali è Ásbyrgi, mentre gli affioramenti di Hljóðaklettar sono i nuclei di antichi vulcani, rivelati quando il fiume ha spazzato via tutto il materiale vulcanico sciolto, in quest’area si trovano anche i coni di scorie originali (Rauðhólar). Il distretto di Hólmatungur, infine, è un’area di contrasti: ruscelli cristallini e ruscelli gorgoglianti attraversano la terra prima di sfociare nel torrente impetuoso color cioccolato.

Una piccola premessa, sulle guide si legge ancora che la strada 864, versante orientale delle cascate, è sterrata e un po’ difficoltosa. In realtà è uno sterrato in ottime condizioni che si percorre per la maggior parte a 60 km/h (andatura ottimale per mitigare l’effetto “ondulina” della strada). La nostra guesthouse è sulla 864, a pochi chilometri dalle cascate: Dettifoss va proprio vista da entrambi i versanti, mentre per Selfoss la vista dal lato orientale (quindi dalla 864) è proprio imperdibile.Noi simo poi arrivati fino ad Asbyrgi da dove abbiamo preso la strada 862 (perfettamente asfaltata) per fare i trek, vedere le cascate dal lato occidentale e tornare infine sulla 1 per andare al lago Myvatn.

Dettifoss e Selfoss: sorelle molto diverse

Dettifoss è una spettacolare cascata di 45 metri di altezza e 100 metri di larghezza situata in un paesaggio lunare completamente deserto. Con un corso di 400 metri cubi d’acqua al secondo, vanta il titolo di cascata con la maggior portata d’acqua in Europa.

Selfoss si trova un paio di chilometri da Dettifoss e si raggiunge a piedi percorrendo un sentiero, sassoso ma facilmente percorribile, che parte da Dettifoss (tra andata e ritorno circa 1 ora). Più che una cascata tradizionale, è una cateratta con un salto di soli 11 metri, ma con un ampio fronte a ferro di cavallo molto suggestivo.

Trek al canyon di Asbyurgi e a Hljodaklettar

Abbiamo poi proseguito sulla 864 e ci siamo immessi sulla 85 fermandoci al Centro visitatori del canyon Asbyrgi dove abbiamo trovato una cartina specifica con i sentieri.

Si possono fare tantissimi trek, più o meno impegnativi, noi abbiamo scelto i due seguenti.

Canyon di Asbyrgi (sentiero A1) – Camminata di circa 1 ora – Dopo la sosta an Centro visitatori, ci siamo immessi nella 862 dove, dopo pochi chilometri, c’è il parcheggio per il canyon di Asbyurgi. Con una facile camminata tra le betulle, si arriva in pochi minuti al laghetto Botnstjorn ai piedi del canyon. Il sentiero prosegue poi per la parete ovest del canyon, che dista poche decine di metri, da cui si sale un poco per arrivare a un bel punto panoramico che è a circa un terzo dell’altezza dell’intero canyon.

Hljodaklettar (sentieri V3 e V4) – Camminata di un paio d’ore – Dal Canyon si riprende l’auto e si raggiunge il parcheggio di Hljodaklettar. Da qui ci si incammina verso nord tra bellissime formazioni laviche, grotte di basalto che sembrano vere e proprie “fabbriche di sampietrini”, come le definiscono Marco e Fiammetta. Dopo circa un’ora di cammino si arriva in punto panoramico posto sul fiume da cui parte la salita ai vulcani Raudholar, salita con gradini piuttosto impegnativa se la si compie dal lato segnalato, mentre quello che è indicato come “ritorno” (è in pratica un giro circolare), è decisamente più agevole (bisogna però tenere conto che il percorso vicino alle grotte di basalto era chiuso).

Infine abbiamo fatto una sosta al parcheggio occidentale di Dettifoss per ammirare la cascata anche da questo lato.

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Myvatn, il lago dei moscerini

Myvatn è il quarto lago naturale per superficie dell’Islanda ed è situato in un’area estremamente vulcanica, che ha visto dal 1975 al 1984 nove eruzioni. Sulle sponde sono presenti formazioni laviche create dalle colate incandescenti a contatto con l’acqua fredda, che in alcune zone hanno formato strutture alte anche decine di metri, dette “castelli neri” per il colore della roccia lavica, oppure labirinti nei quali si diramano sentieri percorribili (Dimmuborgir). A breve distanza si possono scorgere pennacchi di fumo bianco proveniente da piccoli crateri comunicanti col sottosuolo e la sagoma del principale vulcano attivo della regione: il Krafla.

Prima di arrivare al lago, non ci lasciamo scappare la puzzolente area geotermica di Myvatn.

Grjótagjá

Grjótagjá è una piccola grotta lavica con acque termali e fu utilizzata per molti decenni come piscina naturale grazie alle proprietà benefiche delle sue acque termali. Tuttavia, in seguito all’eruzione del Krafla negli anni ’70 e ’80, le autorità islandesi proibirono il bagno nelle acque della Grjótagjá, dato che avevano raggiunto la temperatura di 50°C. Oggi la temperatura dell’acqua è di 43°C, ma il divieto di balneazione è tutt’ora vigente, ma è possibile entrarvi, fermandosi sulle rocce ai margini dell’acqua e ammirarne l’intenso colore blu.

Dalla grotta si potrebbe fare un piccolo trek per raggiungere il vulcano, ma il cielo è bigio, il tempo incerto e preferiamo l’auto.

Cratere di Hverfjall

Il vulcano Hverfjall ha la forma di un anello e appartiene al sistema vulcanico del Krafla. Il cratere si è formato circa 2500 anni fa in seguito a una imponente eruzione di tipo freatico-magmatico che ha provocato massicce esplosioni di vapore acqueo, innescatesi quando il magma caldo è entrato in contatto le acque sotterranee. Il rapido raffreddamento ha fatto assumere alla lava una struttura vetrosa. La salita al vulcano, che a vederla sembra piuttosto morbida, si rivela invece impegnativa, specialmente nell’ultimo tratto.

Dimmuborgir

Il nome significa Fortezza Oscura, è un labirinto di formazioni laviche posto sulla sponda orientale del lago Mývatn. Il campo di lava con la sua miriade di formazioni ha un diametro di 1 km ed ebbe origine circa 2300 anni fa, quando una fessura di 12 km si aprì dando inizio a una vasta eruzione. Il flusso di lava incontrò una diga naturale presso Dimmuborgir e si formò un lago di roccia liquida, del diametro di 2 km. Il lago venne svuotato quando il flusso magmatico raggiunse le acque del Mývatn, e si lasciò alle spalle alti pilastri e colonne di lava, che vennero modellate nelle forme più strane e straordinarie.

Formazioni simili si trovano sul fondo dell’oceano, vicino alla costa messicana, ma non esiste un altro posto al mondo in cui formazioni del genere siano visibili in superficie.

Essendo la zona del lago Myvatn molto turistica, anche questa parte è sosta di pullman, il percorso a piedi è in parte addirittura asfaltato e il giro, sebbene interessante, non ha molto fascino.

Goðafoss, la cascata degli dèi

A metà strada tra il lago e Akureyri, ci fermiamo alla maestosa Goðafoss, il cui nome significa “cascata degli dèi” perché, secondo la leggenda, intorno all’anno 1000, Þorgeir Ljósvetningagoði (uno dei principali governatori dell’isola di allora), dopo aver bandito il paganesimo nell’Althing di Thingvellir, lanciò nelle acque di Goðafoss tutti i suoi idoli pagani, sostituendo così gli dèi vichinghi con il dio cristiano.

Il parcheggio è proprio sulla 1 e la cascata, che si può vedere da entrambi i lati grazie a un ponte sul fiume Skjálfandafljót, si sviluppa su un semicerchio di circa 30 m, con un salto di 12m.

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Avvistamento balene a Hjalteyri

Akureyri è la seconda città dell’Islanda (18.000 abitanti) ed è in una bella posizione, alla fine del fiordo Eyjafjörður. Il piccolissimo centro (una via pedonale) è piacevole.

Il classico punto per prendere barche o zodiac per l’avvistamento delle balene è Husavik, ma alcune considerazioni (principalmente che a Husavik ci saremmo dovuti andare apposta e poi perché, essendo quello più pubblicizzato, l’ho immaginato abbastanza pieno di barche e zodiac) mi avevano fatto scegliere Hjalteyri a pochi chilometri da Akureyri. Abbiamo trovato posto al momento (volevamo aspettare di essere certi del tempo) presso l’unica organizzazione che opera da questo punto, la North Sailing (che opera pure a Husavik); dato che la barca partiva alle 14 (e quindi l’ufficio era chiuso), abbiamo fatto tutto sul sito.

La scelta si è rivelata ottima perché sulla barca eravamo una trentina e quindi con ampie possibilità di movimento e di vedere le balene da tutti i lati, mentre da una conversazione tra la ragazza dell’equipaggio e il capitano della barca, ho capito che le escursioni da Husavik portano molta più gente.

Abbiamo costeggiato buona parte del fiordo e, infine, abbiamo visto le nostre balene con tanto di sbruffi d’acqua e code in immersione; siamo stati fuori una mezz’ora in più del previsto e a bordo ci hanno servito cioccolata calda con dolcetti alla cannella.

Al rientro abbiamo rinunciato alla nostra idea iniziale di costeggiare tutto il golfo fino a Siglufjörður, anche perché avevamo visto la maggior parte della costa dalla barca, e siamo tornati sulla 1 diretti al nostro alloggio a Reynistadhir.

Sulla strada ci siamo fermati a Glaumbær, una fattoria-museo del folclore: complesso di piccoli edifici, costruiti nel XVIII sec., utilizzando mattoni di torba.

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Lungo la F35 fino a Hveradalir

La F35 (Kjölur route) è la strada che attraversa le Highlands nord-sud; si imbocca dalla N1 e arriva a Gullfoss, complessivamente sono circa 170 km. È sterrata ma non ci sono guadi, comunque il fondo è molto sconnesso per lunghi tratti, roccioso per altri e difficilmente si riescono a fare più dei 40 km/h. Attraversa panorami lunari, anche se nel primo tratto (da nord) alla lunga il paesaggio è un po’ monotono; passato il lago Blondulon iniziano a stagliarsi in lontananza i ghiacciai Langjökull alla nostra destra e l’Hofsjökull a sinistra.

Non è facile trovare da dormire, soprattutto se non si vuole stare in tenda. A Hveravellir c’è un rifugio che ha sia grandi camerate comuni (ma quando ho chiamato io, in gennaio, era già tutto occupato) sia alcune camere a 2 o 3 posti con bagno in comune (io ho bloccato l’ultima camera disponibile e abbiamo dormito in 4 in una camera da 3 con materasso per terra; costo 324 euro compresa la prima colazione). A Kerlingarfjoll c’è un rifugio molto bello (Kerlingarfjoll Mountain Resort), ma nel 2022 era in ristrutturazione e riaprirà nella primavera del 2023, era aperta solo la parte di camping.

Hveravellir: nel nulla cosmico

Hveravellir è un’area geotermale molto frequentata, con fumarole e sorgenti calde. Da qui partono alcuni trek che si perdono nell’altopiano. Noi ne abbiamo percorse solo alcune parti e, a dire la verità, ci sono sembrati abbastanza simili con panorami non molto vari.

In ogni caso, se si riesce, molto meglio alloggiare nell’area di Kerlingarfjoll che offre trek molto più vari e interessanti.

Kerlingarfjöll e l’area geotermica di Hveradalir

Proseguendo verso sud sulla F35, dopo una trentina di chilometri si trova, sulla sinistra, la F347 che, dopo 15 km, arriva al Kerlingarfjoll Mountain Resort.

La catena montuosa di Kerlingarfjoll è stata creata da un’eruzione vulcanica circa 10.000 anni fa. Prima di allora, questa zona era interamente ricoperta da un ghiacciaio risalente all’ultima era glaciale. Il paesaggio è splendido con montagne dai colori più vari, sorgenti, ghiaccio e l’immancabile nero della lava.

Dal Kerlingarfjoll Mountain Resort si può fare un primo trek che porta a una sorgente termale raggiungibile con un breve e facile sentiero di circa 1 chilometro e mezzo (20 minuti). Il percorso parte sulla sponda destra del torrente e costeggia il fiume fino alla piscina geotermica, in pietra, che può ospitare fino a 15 persone con una temperatura dell’acqua di circa 34-37°C.

A circa 4 km si trova l’area geotermica di Hveravellir che può essere raggiunta in auto. Le indicazioni che avevo lo davano come un tratto impegnativo, ripido, malmesso e pieno di buche. In realtà lo abbiamo percorso senza problemi e quindi consiglio di arrivare in cima in auto dato che i sentieri sono poi piuttosto impegnativi (più che altro perché si continua a salire e scendere). Al Kerlingarfjoll Mountain Resort si possono chiedere tutte le indicazioni sui sentieri e anche all’inizio dell’area c’è una piantina, comunque ecco di seguito i 3 principali:

  • Hveradalaklif-Snorrahver: è il sentiero più corto, circa 1 chilometro e mezzo, e vi terrà impegnati un’oretta. Questo sentiero conduce alla scoperta della parte bassa di Hveradalir, passando attraverso il vapore delle fumarole e risalendo le montagne color ruggine.
  • Hveradalahringur (Hveradalir Circle): sentiero ad anello, lungo poco più di 3 chilometri e vi terrà impegnati un paio d’ore conducendo attraverso piscine d’acqua calda, pozze di fango bollenti, vapore e fumarole.
  • Efri Hveradalahringur: è un sentiero non segnalato, lungo circa 8 chilometri, che vi terrà impegnati circa 3 ore. Questo sentiero conduce nella parte alta di Hveradalir, dalla quale si gode di una visuale mozzafiato su tutta l’area geotermica.
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In motoslitta sul ghiacciaio Langjökull

Tornati sulla F35 arriviamo abbastanza rapidamente a Gullfoss, ma non ci fermiamo dovendoci ripassare l’indomani per il tour con le motoslitte, e proseguiamo verso la zona geotermica di Haukaladur, una zona geotermica dove si trovano i due famosissimi geyser, Geysir e Strokkur. Il primo ha circa 8.000 anni e sarebbe il più grande geyser d’Islanda con getti da 70-80 metri ma ormai è molto raramente attivo. Il fratello minore Strokkur è invece attivissimo, i suoi getti arrivano a 20-30 metri ed erutta ogni 5-8 minuti: è ammaliante vedere l’acqua della pozza “caricarsi” per poi esplodere nel getto.

Arriviamo così nel tardo pomeriggio nella zona del lago Laugarvatn dove dormiamo in un delizioso cottage, Middalskot Cottages, immerso nelle betulle.

L’indomani torniamo con calma a Gullfoss passando per il complesso termale Secret Lagoon dove, se si ha tempo, è sicuramente piacevole fermarsi per qualche ora. Arriviamo così a una delle più famose cascate d’Islanda.

Gullfoss nasce dal fiume Hvítá che, cadendo in una grande fessura della terra, produce una fitta nebbiolina e molto spesso bellissimi arcobaleni. Questa cascata è formata da 2 salti, di 21 e 11 metri, i sentieri in legno permettono di avvicinarsi davvero tanto e di vederla anche dall’alto.

Alle 12, dopo il nostro solito pic nic a base di panini, siamo pronti per il tour in motoslitta. Al parcheggio di Gullfoss ci attende un camion di quelli enormi, con le ruote molto alte che ci conduce, in un percorso di circa 20 minuti, alla stazione dove veniamo riforniti dell’attrezzatura (tuta, passamontagna, scarpe e casco) per il tour. Così bardati risaliamo sul camoin per gli ultimi 15 minuti di viaggio che ci porteranno al campo base dove troveremo ad attenderci le slitte. Si sta in due e nella nostra Giampiero è alla guida. Siamo sul ghiacciaio Langjökull e il giro (una quarantina di minuti in tutto) è divertente; si scorrazza per un po’ sul ghiacciaio e poi ci si ferma per ammirare il panorama.

Rientriamo verso le 16.

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Parco Nazionale di Thingvellir con faglia di Almannagja

La prossima sosta è forse il luogo più famoso di Islanda: la faglia di Almannagia nel Parco Nazionale di Thingvellir.

Il parco sorge sulla fossa tettonica islandese dove la zolla americana e quella europea si allontanano l’una dall’altra. Paesaggio di tipo vulcanico, con parecchie faglie e gole che testimoniano il fenomeno naturale della deriva dei continenti. Proprio una di queste, la faglia di Almannagja (che significa “gola di tutti gli uomini”) è particolarmente impressionante. Lunga circa 5 chilometri, questa faglia è un vero e proprio canyon tra Europa e America all’interno del quale si può ammirare anche la piccola  cascata di Oxarafoss. Dalle piattaforme costruite sul percorso (anche per salvaguardare la delicata flora del luogo) si ha una bella vista sul lago Thingvallavatn.

Vulcano Grabrok  e cascate Glanni

Dopo avere passato la notte ad Akranes, ci muoviamo verso la penisola di Snaefellsnes andando prima al vulcano Grábrók e alle cascate Glanni che si trovano sulla 1.

Incontriamo prima le cascate Glanni, piccole ma carine e che si raggiungono con una piacevole passeggiata di 10 minuti attraverso un facile sentiero ombreggiato.

Poco più avanti c’è il Grábrók, un cratere apertosi nel Grábrókarhraun, un’ampia zona interamente coperta da lava nel distretto di Borgarfjordur. Si pensa che l’origine sia databile a più di 3000 anni fa. Grábrók è il più grande dei tre crateri presenti lungo la spaccatura vulcanica che attraversa il campo lavico di Grábrókarhraun ed è stato dichiarato area protetta dal 1962. Vi si può accedere tramite un sentiero segnalato facilmente accessibile.

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La penisola di Snaefellsnes

Dopo avere visto il Grábrók, non seguite le indicazioni di Google per andare alla penisola di Snaefellsnes (che fa tornare indietro e prendere la 55), ma proseguite sulla 1 per pochi chilometri e girate a sinistra sulla 60, per poi voltare ancora a sinistra sulla 54. Avrete così modo di percorrere luoghi molto belli, paesaggi distensivi vicino al mare. La strada è sterrata per buona parte, ma si percorre senza problemi ed è circondata da un’area lagunare con erba verdissima punteggiata da ampie e belle macchie di erioforo piante che stanno preferibilmente dove c’è ristagno d’acqua, bordi laghetti, torbiere … un grazie a Lara che li ha identificati da una fotografia che le abbiamo mandato).

Percorrendo il versante settentrionale della penisola si arriva a Grundafiordur, piccolo paese dominato dal monte Kirkjufell, che in islandese significa “montagna della chiesa” ed è alto 463 metri. La forma, ricoperta da un manto di verde brillante, ricorda quella dei cappucci dei troll e, in effetti, ti aspetteresti di veder saltar fuori dalla terra in ogni momento uno di questi mostriciattoli. Il panorama è davvero bellissimo e il tramonto spettacolare.

Passata la notte a Grundafiordur, abbiamo poi proseguito sulla 54 e poi sulla 574 facendo tutto il periplo della penisola: vale davvero la pena. Si gira intorno al ghiacciaio Snæfellsjökull (reso celebre da Jules Verne che vi ha fatto iniziare il viaggio dei protagonisti di “Viaggio al centro della Terra”) e si prosegue per la spiaggia di Djúpalónssandur con la sua sabbia nera e le colossali formazioni rocciose del litorale.

Quindi si passa per Hellnar, un piccolo villaggio di poche case con spiaggia di ciottoli neri, per proseguire poi a piedi o in auto per le scogliere di Arnarstapi dove è possibile contemplare il Gatklettur, un grande arco roccioso affacciato sul mare su cui fanno il nido centinaia di uccelli marini. A destra dell’arco principale, una piccola apertura a forma di cerchio perfetto.

Prima di lasciare la penisola è d’obbligo una sosta a Ytri Tunga, una spiaggia che passerebbe inosservata se non fosse per la popolarità ottenuta grazie all’avvistamento di foche alle quali bisogna avvicinarsi (e comunque a non più di 100 metri) con attenzione per non disturbarle.

Ed eccoci alla fine del nostro viaggio, ma sulla strada del ritorno per Keflavik, dove passeremo l’ultima notte prima di imbarcarci, costeggiamo il fiordo di Hvalfjörður, un ampio e profondo fiordo, chiamato il fiordo delle balene (ma dei grandi mammiferi è rimasto solo il nome).

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