Kirghizistan: oasi di pace

La sola vista del lago Son Kol dà un profondo senso di pace. Il campo è composto da una trentina di yurte sparse in uno spazio infinito. Indimenticabile starsene in riva al lago, immersi in un silenzio rotto solo dal vento, dal lento sciabordio delle acque, da lontani muggiti e, ogni tanto, dal ritmico galoppo di cavalli nella valle.

2-9 agosto e 13-19 agosto 2007

Lasciato l’Uzbekistan arrivo all’aereoporto di Bishkek il 2 agosto, ad aspettarmi Anatoly, autista della CBT; mi ha accompagnato in ufficio e poi dalla famiglia che mi ospita. Sto in una specie di dependance, per il resto non so assolutamente dove mi trovo, non ho una cartina della città e comunque mi sembra di essere abbastanza fuori dal centro.

Ho deciso di affidarmi per il mio soggiorno in Kirghizistan all’organizzazione Community Based Tourism e quindi sarò ospite (a pagamento, ma il prezzo del mio soggiorno rimane per il 90% alle famiglie e solo il 10% è destinato all’organizzazione) presso famiglie, ma, pensandoci bene, almeno a Bishkek avrei potuto dormire in albergo. La famiglia mi sembra simpatica, ma nessuno parla una parola di inglese e dopo avermi offerto un gustosissimo piatto di ravioli la mia ospite si eclissa. Chissà che succederà per cena!

… più tardi. Non si faceva vivo nessuno per cui sono uscita, mi sono portata carta e penna per farmi una specie di cartina perché ho l’impressione che se mi perdo qui chiedere informazioni sia piuttosto complicato, inoltre non so neanche come si chiama la famiglia con cui abito. Comunque il sistema ha funzionato, non mi sono persa e ho pure trovato una fantastica rosticceria!

DALLE GOLE DI ALA ARCHA ALLA VALLE DI KEGETI

Preciso come un fuso, alle 9 Anatoly si è presentato alla mia porta. Oggi gita ad Ala Archa, un canyon a circa 1700 m, insieme ad Anatoly c’è la guida che parla inglese (per fortuna, Anatoly è simpatico ma parla solo russo o kirghiso). Si arriva a un piazzale dove si lascia l’auto per proseguire a piedi: la valle è bella e ampia, facciamo una lunga camminata anche se pioviggina; per fortuna verso le 12 smette, così possiamo goderci il pic nic lungo il fiume.

Chiacchiero con la guida, dice che il problema enorme del Kirghizistan è la corruzione, a tutti i livelli; secondo lui si sta meglio in Kazakistan e non gli spiacerebbe emigrare lì.

Nella valle dove i carcerati estraevano l’uranio

L’indomani Anatoly mi accompagna all’ufficio del CBT dove vengo “prelevata” da Sasha, l’autista che mi accompagnerà in tutto il viaggio in Kirghizistan. Prima tappa la valle di Kegeti, bei pascoli di un verde brillante, in fondo alla valle una gelida cascatella dalla quale sono tentata di bere una sorsata di acqua fresca. Sasha mi fa cambiare idea dicendomi che in quella valle, ai tempi dell’Urss, si estraeva l’uranio e i minatori erano carcerati. Meglio lasciar perdere!

Merenda da Giaikun

Seconda tappa la torre di Burana, dell’XI secolo. Poi proseguiamo per Kochkor lungo una bella strada che si addentra nelle montagne. Arriviamo alla casa dove sarò ospite e mi accoglie Giaikun: ha un figlio che lavora a Napoli (ha pure una sua foto insieme a Cannavaro!). Squisita merenda a base di marmellate.

Questa volta mi è proprio toccata! Non volevo offendere Giakun e quindi ho accettato un bicchiere di latte di cavalla fresco. Decisamente disgustoso!

Ala Archa

IL LAGO SON KOL: PARADISO DI PACE

Partenza verso le 10 in direzione Naryn, dopo qualche chilometro fuori Kochor si piega verso destra prendendo uno sterrato che conduce al Son Kol (lago Son). Si sale dolcemente, ma si sale tanto perché il lago è a 3.000 m e si fa un passo a quasi 3.500 m. La sola vista del lago dà un profondo senso di pace. Il campo è composto da una trentina di yurte sparse in uno spazio infinito. Adesso sono un po’ fuori dal campo, immersa in un silenzio rotto solo dal vento, dal lento sciabordio delle acque del lago, da lontani muggiti e, ogni tanto, dal ritmico galoppo di cavalli in lontananza.

Cena molto frugale

Le yurte sono decisamente più hard di quelle dove sono sono stata in Mongolia. Anche se in questo campo ci sono alcuni turisti, i proprietari delle tende condividono i loro averi con gli ospiti, niente di meno, ma neanche niente di più… e i loro averi non sono molti. Si tratta di allevatori che combinano l’attività di “agriturismo” con quella dell’allevamento, ma quest’ultima rimane l’attività principale.

… più tardi. Ciumbia! Meno male mi sono portata le mie barrette. Cena: un brodino con 3 carote e 2 patate, molto the e pane e marmellatine. Credevo fosse una specie di merenda, ma Sasha mi ha subito chiarito le idee e ha risposto al mio sguardo interrogativo con un laconico “the dinner is over”. Mi sembra di capire che questo sia lo standard. Loro mangiano anche una specie di panna fatta con il latte fresco e bevono molto latte; però io temo gli effetti del latte non pastorizzato sul mio intestino occidentale e quindi rinuncio.

Il freddo non scherza

.. la mattina. Minchia che freddo! Stanotte ho dormito poco per via dell’altitudine; nel sacco a pelo si stava bene (comunque mi sono infilata anche il berretto di lana) però quando, nel cuore della notte, sono dovuta uscire (e quando dico uscire non mi riferisco solo al sacco a pelo) credevo di morire. 

Adesso sono le 10 e tira un bel vento gelido, Sasha sta ancora dormendo e non me la sento di svegliarlo (ieri sera mi sembrava stesse poco bene). Ieri sera Ganduyan (che ha la mia età ma dimostra il doppio degli anni) mi ha spiegato (tramite Sasha) che stanno qui da giugno a settembre; in inverno sul lago vengono i pescatori perché c’è un pesce molto buono che non c’è in estate (il lago ovviamente è ghiacciato quindi fanno dei buchi nel ghiaccio per pescare). Ha 7 figli e in questo campo vivono 4-5 famiglie, ciascuna delle quali ha 3-4 yurte. Ganduyan ha il viso lungo e stretto, occhi tondi e leggermente allungati; il marito ha il viso tondo, occhi come lamine e un piccolissimo pizzetto, è piccolo e tarchiato mentre lei è alta e magra.

Gita a cavallo

Il giorno successivo. Sasha non sta bene, ma preferisce proseguire (anche perché non so cos’altro potrebbe fare). Comunque ieri ci siamo trasferiti in un altro accampamento dall’altra parte del lago: è una famiglia con 4 bambini e uno di questi mi ha fatto da guida per una gita a cavallo. Era molto contento dei miei progressi ed è stato molto molto molto bello. Poi si è messo a piovere e me ne sono stata nella yurta a giocare con i bambini. Solo che alla sera ero morta perché agitarsi a 3000 m dopo un po’ si sente! 

Cena alle 8. Mi sono sentita un po’ una merda: c’era la solita zuppa di patate e carote ma la signora ci ha messo un po’ per servire la mia perché continuava a rovistare nel pentolone; quando ha finito di servire tutti, mi sono accorta di essere l’unica ad avere nel piatto 3 pezzi di carne. Ero costernata, guardavo il mio piatto e le facce dei bambini e non sapevo proprio come fare, volevo dare la carne ai bambini ma avevo paura di offenderli… quindi li ho ingoiati (oltretutto con molta fatica visto che erano di capra con più grasso che carne).

Comunque ho dormito benissimo, oltre al mio sacco a pelo mi hanno dato delle fantastiche e caldissime coperte!

SOSTA AL VILLAGGIO KOTCHKA E POI VERSO TAS RABAT

Quando mi sono svegliata c’era un sole splendido. Ci allontaniamo dal lago. La discesa dal versante meridionale del Son Kol è completamente diversa da quella settentrionale. Scendendo si domina dall’alto un paesaggio fatto di gole, boschi di abeti e, in lontananza, la pianura. La discesa è più ripida su questo versante e attraversa boschi di conifere.

Arriviamo al villaggio di Kotchka.

La doccia è una cosa complicata

Altro momento di grande imbarazzo da parte mia. Ho chiesto un posto per lavarmi; mi hanno fatto vedere uno stanzino di legno con dei grandi recipienti e Sasha mi ha detto che sarebbe stato tutto pronto tra 1 ora, 1 ora e mezza per scaldare l’acqua. Non riuscivo a capire molto bene, ma quando ho visto l’andirivieni di due ragazzine con secchi pieni d’acqua che attraversavano il giardino ho capito: acqua corrente non ce n ‘è e per fare il bagno (anche se io davvero non chiedevo tanto) l’acqua viene portata a mano. Ovviamente vorrei interrompere questo lavoraccio, ma non saprei proprio come fare.

I cimiteri kirghizi

Il giorno successivo arrivo a Tas Rabat. Dal villaggio di Kotchka siamo scesi a Naryn fiancheggiando le montagne che circondano il Son Kol. Sulla strada alcuni cimiteri, incredibili. Sono di terra cruda e le tombe sono veri e propri monumenti pieni di merletti, alcune sembrano castelli. Castelli di sabbia, come quelli che fanno i bambini. Quello kirghiso è un popolo di nomadi, abituato a vivere nelle tende; a quanto pare per la dimora eterna vuole qualcosa di più stabile!

Tas Rabat

Usciti da Naryn si sale rapidamente per alcuni tornanti per arrivare a un altopiano alle pendici del massiccio Ak Baschi (4700 m) con le cime innevate; sull’altro versante scendono colate di marmellata rossa. Dopo circa 120 km si svolta a sinistra verso Tas Rabat e si percorre una stretta valle. Il caravanserraglio non è niente di ché ma la collocazione deliziosa. Vicino alle yurte c’è un bel pannello solare per l’impianto elettrico: fantastico!

Ieri sera ho chiacchierato un po’ con Sasha, dice che qui un buon stipendio è tra i 150-200 dollari, ma lo stipendio medio è intorno ai 100 dollari. Non mi ricordavo più della loro rivoluzione di due anni fa così ho fatto la mia bella figuraccia. Dice che se quella di Akiev era una famiglia di banditi corrotti, la “corte” di Basiev non si è rivelata molto meglio. Molti vorrebbero emigrare in Kazakistan o in Russia ma lui preferisce stare qui.

Domani partenza per il passo Torugart e Kasghar.

DEVIAZIONE PER KASGHAR E RIENTRO IN KIRGHIZISTAN

Dal Kirghizistan ho in programma di andare a Kasghar (in Cina) per il mercato domenicale (uno dei più antichi del mondo) attraverso il passo Torugart; il passaggio della frontiera è un po’ complicato, ma se ci si organizza fila tutto liscio. Parto dall’ultimo campo kirghiziso, a Tas Rabat, verso le 9 di mattina del 9 agosto. Si trova a 150 km dal passo Torugart che, a sua volta, è a circa 100 km da Kasghar, ma ci metterò diverse ore per arrivare a destinazione.

Nella terra di nessuno

La strada è allucinante, piena di buche (e di Tir che vanno e vengono dalla Cina) e bisogna percorrerla con attenzione. All’inizio, si viaggia su un altopiano che sale molto lentamente verso la catena dei monti Ak Bashi dove poi si incunea il passo. La catena montuosa sembra un miraggio, non arriva mai. Dopo circa 70-80 km si piega lentamente verso sinistra e si costeggia il lago Chatr. Il paesaggio cambia, ci si addentra finalmente nelle montagne; il lago è una lunga lamina azzurra. Si capisce di essere ormai vicino al passo perché iniziano i controlli.

1° frontiera kirghisa, sono l’unica turista. Ha l’aspetto di un magazzino abbandonato, c’è un’area dove i tir cinesi passano, mi sembra, attraverso giganteschi scanner; entro, da sola, in uffici decisamente fatiscenti. Un soldato, molto gentile, mi fa compilare la dichiarazione doganale, si capisce che vorrebbe farmi un sacco di domande (per curiosità) ma l’unica frase che riesce a dirmi è “Patrizia beautiful name” che penso siano le unica parole che conosce in inglese.

2° frontiera kirghisa e innumerevoli altri controlli (mi avranno controllato il passaporto 10 volte e chiesto altrettante “turista?” “sola?”, in kirghiso ovviamente ma per fortuna c’era sempre anche Sasha, il mio autista kighizo che traduce); nell’ultimo viene fatta la verifica che al confine cinese ci sia qualcuno che mi venga a prendere (non ho capito in che modo l’hanno verificato, comunque pare lo abbiano fatto davvero).

Entriamo nella terra di nessuno, che copre una distanza di 5-6 km. Devo dire che fino ad oggi mi ero chiesta come avrei percorso questi chilometri dato che mi avevano detto che l’autista non poteva arrivare al confine cinese (e tantomeno l’autista cinese a quello kirghiso); invece Sasha, con permesso speciale, mi accompagna fino al posto di frontiera cinese. La strada comunque è terrificante e possiamo andare al massimo a 10km/h

La “toilette” al passo Torugart

Passo Torugart – La mia guida cinese mi attende. Il posto di frontiera è veramente orrido, poveretti. I soldati cinesi mi guardano incuriositi e alla mia richiesta di una toilette mi portano su una montagnetta con un buco urfido (per servirsene bisogna mettersi su due assi traballanti, leggermente più basse del bordo ma non abbastanza da occultare il mio busto dalla vista dei soldati che mi sorridono con cenni di incoraggiamento; meglio non pensare che fine farei se dovessi scivolare!).

Dopo qualche chilometro, il vero posto di frontiera cinese: dalla quantità e dal tenore dei moduli ci si rende conto che la SARS non deve essere stata cosa da poco! I primi chilometri di strada non sono niente di che, ma poi si entra in una valle che alterna tratti molto stretti con ampie anse; il fiume è quasi in secca, l’acqua fangosa e le montagne di un colore rosso cupo.

Lungo la strada, sterrata, case di fango, alcune squadrate, alcune tonde, a forma di yurta.

ARRIVIAMO ALL’ULTIMO POSTO DI CONTROLLO.

Tutti i militari (kirghisi e cinesi) sono sempre stati molto gentili con me, facendomi passare davanti ai camionisti e non facendo praticamente alcun controllo sui bagagli contrariamente a quanto è successo agli unici altri 2 turisti che ho incontrato, ragazzi inglesi (non so se perché donna o se perché italiana – come al solito la mia nazionalità ha suscitato lunghe filastrocche di nomi che presumo essere calciatori).

Una lunga attesa

Riprendo il diario kirghizo sopo il soggiorno a Kasghar, da dove parto alle 8 (ora locale) per il ritorno in Kirghizistan. Questa volta incontro alcuni pullman di turisti compreso uno di italiani veramente antipatici che bofonchiano assai quando i militari cinesi, avendo visto che sono sola, mi fanno passare davanti a tutti. Il cambio non è puntuale come all’andata; un autista kirghiso di un’altra agenzia, dopo avermi identificato, mi dice che Sasha è ammalato e che mi manderanno a prendere da un altro autista, che deve portare lì dei turisti e che quindi mi porterà indietro. Qui i cellulari non funzionano e quindi si comunica con il passa parola; comunque non mi preoccupo, ho piena fiducia nei kirghisi e anche se l’attesa si fa lunga (alla fine sto su quel passo circa 4 ore) mi godo il panorama facendo conoscenza con un francese molto simpatico (il quale, per prendermi in giro, mi paventa una notte sul passo in compagnia dei soldati cinesi).

Arrivo a Naryn

Alla fine arriva il mio turno e alle 18 riesco ad arrivare a Naryn. Purtroppo in città non c’è acqua e quindi niente ambitissima doccia, ma soprattutto niente cena in famiglia. Mi avventuro nella città deserta alla ricerca di un ristorante indicatomi dai miei ospiti. Dopo le abbuffate cinesi torno agli standard kirghisi: un brodetto con un pezzo di ginocchio e una patata. Certo che tornerò in forma!

Il mio nuovo autista si chiama Vadim ed è accompagnato dalla figlia Daniela. Piacevole viaggio verso il villaggio di Timchy, Vadim si è fermato per strada a comprare un salmone affumicato così nell’auto si è rapidamente diffusa una bella puzza che non ha certo aiutato il mio stomaco alquanto malmesso. L’alloggio è molto confortevole anche se, come al solito, la toilette è fondo al giardino. Ma qui… di notte… non gli scappa mai? Come cacchio fanno d’inverno?

Passiamo il pomeriggio a prendere il sole sul lago in una vera e propria stazione balneare con tanto di pedalò!

IL GRANDE ISSUK KOL

Oggi abbiamo percorso tutta la sponda settentrionale dell’Issuk Kol e siamo arrivati a Karakol. Ci siamo fermati a Cholpon Ata per vedere le pitture rupestri, ma il sito non è molto ben tenuto e si fa fatica a distinguere i vari reperti (oltretutto le spiegazioni sono solo in russo). Il viaggio è piuttosto noioso, inoltre è brutto tempo, per cui la catena dei monti Tien Shan che dovrebbe vedersi dall’altra parte del lago è coperta di nubi.

A Karakol la guida (un ragazzo che studia legge) mi accompagna a fare il giro della città. La moschea è davvero particolare, tutta in legno e senza un chiodo, però sembra una pagoda.

Si torna a parlare di politica. La guida mi dice che all’inizio Basiev sembrava meglio di Akiev ma poi le cose sono andate diversamente. Il nuovo presidente ha due figlie, corruzione e nepotismo la fanno da padrone. Anche all’università molti pagano per passare gli esami. L’università americana di Bishkek è la migliore ma troppo cara (1000$ all’anno) mentre a Karakol ci sono altre università, abbastanza buone e più economiche (300$). Comunque la guida lamenta il fatto che ora si paga tutto, dalla sanità alla scuola e che c’è molta diseguaglianza sociale. Anche se lui era solo un bambino mi sembra che quasi rimpianga il “soviet time”: “certo, non c’era democrazia…ma…”, dice più volte.

DALLA VALLATA DEL JETI OUGUZ ALLA FESTA DI MATRIMONIO

Bella gita nella vallata del Jeti Ougz con una lunga camminata, siamo sempre sui 3000 m, per raggiungere una cascata. 

Percorriamo la costa meridionale del lago che è molto più bella di quella settentrionale. Abbiamo fatto un giro all’interno addentrandoci in una stretta gola che poi sbuca in un valle molto ampia. Pomeriggio in spiaggia e in serata bel tramonto al campo.

Dalla lotta a cavallo alla corsa per prendere la sposa

19 agosto. Oggi sono andata a una “festa di matrimonio”. La festa in realtà era finta perché organizzata per i turisti stranieri. Eravamo circa una settantina. Abbiamo pranzato e assistito a una serie di “giochi”: la corsa a cavallo dei due sposi che devono prendersi a vicenda (chi vince avrà il predominio in famiglia); lotta a cavallo; una specie di polo dove la palla è il corpo di una pecora (che poi è un modo di frollare la carne e infatti la sera ci viene servita per cena); corsa a cavallo per prendere dei sassi appoggiati a terra; tiro alla fune ecc.

Bella ciao per i kirghizi

La sera siamo tutti riuniti intorno al fuoco e scopro presto che in realtà i turisti veri e propri sono pochi, per lo più si tratta di stranieri che soggiornano per qualche motivo in Kirghizistan (faccio conoscenza con una simpatica famiglia di americani che lavora per una onlus, lei è medico, hanno tre bimbi che vanno all’asilo qui e ormai parlano anche kirghizo), sono l’unica italiana e me rendo tristemente conto quando il complessino musicale propone di far cantare a ciascun gruppo di stranieri una canzone nella propria lingua, io cerco di fare la gnorri, ma i miei nuovi amici d’Oltreoceano mi tradiscono e indicandomi urlano “italian, italian”. Armata di coraggio, dopo avere ascoltato il cantante locale che orgogliosamente mi canta “Io sono un italiano vero” di Toto Cutugno (almeno, questo è quello che crede lui perché le parole sono assolutamente incomprensibili), prendo il microfono e mi esibisco in una delle due canzoni che conosco fino alla fine, “Bella ciao”, l’altra, “Bandiera Rossa”, mi sembra inopportuna!

L’indomani gita a un piccolo lago salato dove si fanno i fanghi, quindi rientro a Bishkek dove torno dalla mia ospitale famiglia dell’arrivo che mi offre una lauta cena.

Il 20 agosto rientro in Italia via Mosca.

 

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